50 ANNI FA: MUORE GIGI MERONI

Il suo punto di forza era il dribbling imprevedibile con cui spiazzava i difensori avversari, sembrava danzare sul campo. Sfidava la forza di gravità e riusciva a vincerla con una grazia indicibile. Non si può descrivere come passeggiava in mezzo ai suoi avversari e come riusciva ad ammaestrare il pallone, occorreva vederlo.

Nasce il 24 febbraio 1943 a Como

Cominciò a giocare a calcio nel piccolo cortile di casa per poi passare all’Oratorio di Como. Orfano di padre a due anni, fu allevato dalla madre, una tessitrice, insieme a due fratelli. Dovette iniziare a lavorare molto presto e cominciò a disegnare cravatte. Sapeva anche dipingere.

Giocò nel Como e fu ceduto al Genoa i cui dirigenti erano rimasti impressionati dopo averlo visto giocare da avversario; le sue serpentine e i suoi gol erano indimenticabili.

Nel 1964, nonostante la mobilitazione della tifoseria genoana per trattenerlo, fu ceduto al Torino, allenato da Nereo Rocco, per una cifra molto alta.

Le voci insistenti di un suo passaggio alla Juventus scatenarono una specie di “insurrezione” popolare torinista e il presidente Orfeo Pianelli dovette cambiare idea e Gigi rimase al Torino.

La sera del 15 ottobre 1967 dopo l’incontro contro la Sampdoria, vinto dai granata, Meroni fu investito da un’auto in Corso Re Umberto a Torino e morì nella notte stessa all’ospedale Mauriziano.

Più di 20 mila persone parteciparono ai suoi funerali e il lutto scosse la città aldilà del tifo sportivo. Ai suoi funerali parteciparono tifosi delle altre squadre e tanta gente comune.

Dopo la sua morte, la stampa conservatrice gli perdonò le sue bizzarrie e il suo anticonformismo (capelli lunghi, barba incolta, calze abbassate). Invece la Diocesi di Torino si oppose al funerale religioso in quanto “peccatore pubblico” e criticò aspramente don Francesco Ferraudo, cappellano del Torino calcio, che lo celebrò comunque. Meroni, infatti, conviveva con Cristiana Uderstadt, una ragazza di origine polacca che era ancora formalmente sposata con un regista. Erano in attesa dell’annullamento del matrimonio da parte della Sacra Rota, allora in Italia non esisteva ancora il divorzio.

La settimana dopo il funerale, il Torino affrontò la Juventus nel derby della Mole. Nel silenzio di entrambe le tifoserie, un elicottero inondò il campo di fiori, che furono raccolti sulla fascia destra, dove giocava Gigi Meroni.

Nestor Combin, grande amico di Meroni, insistette per giocare, nonostante la febbre che lo aveva colpito pochi giorni prima. In memoria dell’amico, lottando con furia, segnò una tripletta. Il quarto gol fu opera di Carelli il nuovo numero 7 succeduto a Meroni. Il risultato rimane il migliore ottenuto dal Torino in un derby dal “Dopo Superga”.

Gigi Meroni, per noi ragazzi, non fu solamente uno straordinario calciatore, fu molto, molto di più. Per noi, che cominciavamo a “sentire il Sessantotto”, Gigi rappresentava la contraddizione all’interno nel mondo conservatore dello sport, uno di noi che sentiva crescere dentro la rabbia verso il mondo ingiusto che, eravamo certi, saremo riusciti a cambiare.
Meroni ascoltava i Beatles e la musica jazz, dipingeva quadri, amava i libri che leggevamo noi e scriveva poesie. Conviveva in una “mansarda di Piazza Vittorio” con Cristiana, la “bella tra le belle” del Luna Park, della quale s’innamorò follemente tanto da presentarsi al matrimonio, imposto dai genitori di lei, per cercare di fermare la cerimonia.

Era soprannominato “Farfalla” con allusione al suo stile di gioco e ai suoi costumi anticonformisti, il “beatnik del gol” per i suoi interessi artistici e il suo stile da “capellone”. Gli anziani, per la sua lunga chioma nera, lo chiamarono “Calimero”. Disegnava i vestiti che poi indossava, imitando quelli dei Beatles, passeggiava per Como portando al guinzaglio una gallina. Insomma un calciatore assolutamente fuori dagli schemi.

Quando Edmondo Fabbri lo chiamò in nazionale e gli impose di tagliarsi i capelli, Gigi sarà coerente con le proprie idee e rifiuterà la convocazione pur tanto desiderata.

Gigi Meroni fu una personalità assolutamente diversa e isolata nel panorama del calcio italiano: questo sport era ormai divenuto solo business, dove la personalità e le emozioni fanno solamente da sfumatura al dio denaro e dove la violenza fa spesso da cornice alle partite. La “Farfalla” ha perso le ali ma il suo ricordo rimane ancora immutato nel cuore di chi l’ha conosciuto.

 

Consiglio i libri:

Nando dalla Chiesa:  La farfalla granata”

Sabrina Gonzatto: “Orfeo Pianelli: il presidente del Toro campione”

P.S. Spero che mio figlio Enrico, juventino doc, mi perdoni d’aver scritto un articolo su “uno del Toro”, ma sono certo che se lo avesse conosciuto ne sarebbe rimasto innamorato.

di Gianni ZANIRATO

 

 

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