IL FALSO MITO DEI LUPI SOLITARI

La maggiore sorveglianza dei cosiddetti obiettivi sensibili ha aumentato il numero di attentati contro la gente comune. Questi atti terroristici sono spesso compiuti in modo artigianale e da pochi o singoli fanatici definiti “lupi solitari”.

Sulla rivista Internazionale Jason Burke, esperto di terrorismo, critica questa definizione in un lungo articolo da cui traggo alcuni passi significativi.

 

Usare l’espressione “lupo solitario” con tanta facilità è un errore. Le etichette condizionano la nostra visione del mondo, influiscono sugli atteggiamenti mentali e alla fine anche le scelte politiche.

Il concetto moderno di terrorista solitario ci è arrivato dall’estremismo di destra statunitense. Louis Bearn, membro del Ku Klux Klan e del gruppo neonazista Aryan Nations, pubblicò un manifesto per la “resistenza senza leader”, cellule di resistenza molto piccole o perfino di un solo uomo. Un suo seguace, Timothy Mc Veigh, nel 1995 uccise 168 persone facendo esplodere una bombola in un ufficio governativo do Oklahoma City. 

Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, i governi di alcuni Paesi – Uzbekistan, Pakistan, Egitto – hanno cominciato a dare ad Al Qaeda la colpa degli attacchi compiuti sul loro territorio, spesso con l’obiettivo di distogliere l’attenzione dalla loro stessa brutalità, dalla corruzione e dall’incompetenza.

Oggi (i terroristi) sembra che siano dappertutto, in giro per le strade, nelle scuole e negli aeroporti. Come la teoria dominante di dieci anni fa che tendeva ad attribuire tutti gli attentati ad al Qaeda, anche questa è una pericolosa semplificazione.

Molto spesso le operazioni condotte da terroristi solitari si rivelano molto più complesse di quanto si pensi inizialmente.

Nel 95% dei casi gli attentatori avevano rivelato i loro piani ad amici, parenti o persone che consideravano autorevoli.

Nel caso dei jihadisti la situazione non è molto diversa: provengono da gruppi organizzati che si incontrano di persona ma anche nel fertile, disperato e depresso mondo del jiahdismo online.

Come la vecchia teoria su Al Qaeda, anche questa dei lupi solitari è comoda per diversi motivi. In primo luogo per i terroristi stessi: l’ipotesi che siamo circondati da individui anonimi e isolati pronti a colpire in qualsiasi momento incute paura e spacca l’opinione pubblica. Diffondere, aggiungo io, l’idea che tutti i musulmani e addirittura tutti gli arabi e gli extracomunitari siano terroristi aiuta questa psicosi.

Il paradigma dell’attentatore solitario può essere utile anche ai servizi di sicurezza e ai politici, perché l’opinione pubblica dà per scontato che queste persone siano difficili da catturare.

Un’altra spiegazione dell’uso dell’espressione “lupo solitario” è la più inquietante … Cela la verità che il terrorismo non è una attività solitaria ma sociale: le persone cominciano a interessarsi a certe idee, ideologie e attività, anche se terribili, perché interessano ad altre persone.

Nel suo discorso al funerale dell’attentato alla moschea del Quebec, l’imam Hassan Guillet ha parlato del presunto assassino. “Alexandre Bissonette prima di essere un assassino era lui stesso una vittima. Prima di piantare le sue pallottole nella testa delle sue vittime, qualcuno gli aveva piantato in testa idee più pericolose delle pallottole. Purtroppo, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, certi politici e certi giornalisti avvelenano l’aria che respiriamo. Non abbiamo voluto vederlo perché volevamo credere che la nostra società fosse perfetta. Eravamo come quei genitori che, quando un vicino gli dice che il figlio fuma  o si droga, rispondono: “Non ci credo, mio figlio è perfetto”. Non volevamo vedere. Non abbiamo visto, ed è successo. Eppure c’era già un certo malessere. Ammettiamolo Alexandre Bissonette non è saltato fuori dal nulla”

di Angelino RIGGIO

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