IL PERDENTE

A bocce ferme. Ora che si sono conclusi ballottaggi delle amministrative è possibile fare un bilancio.

Il dato fondamentale è stato il netto calo degli elettori. In genere le elezioni che riguardano le città richiamano un gran numero di votanti, perché riguardano da vicino i cittadini e perché per loro è più facile incontrare i candidati e poi gli eletti. Invece in questa tornata amministrativa si è scesi al di sotto della soglia psicologica del 50% così che, per lo più, i nuovi sindaci rappresentano solo un quarto dei cittadini votanti. Questo è un problema della democrazia in generale e proprio per chi non ha votato perché così ha lasciato il campo libero ai peggiori: non a caso queste elezioni sono state vinte dal Centro Destra.

La responsabilità di questo risultato è però dei perdenti che non sono in grado di rappresentare questa enorme massa di cittadini.

E’ sicuramente colpa dei cinquestelle che sono invecchiati presto e male. Hanno deluso molte aspettative. Sempre di più dimostrano di essere un insieme di gruppi contrapposti, correnti, ambizioni personali, permeabili a personaggi discutibili. Alla prova del governo, la loro incapacità ha evidenziato che una cosa è protestare e un’altra è sapere fare delle scelte, sapere dire dei no, indicare le priorità, utilizzare in modo intelligente e lungimirante le risorse a disposizione, mobilitare la gente a essere fino in fondo cittadini con eguali diritti ma anche doveri compreso quello di uno sforzo straordinario collettivo per uscire dal degrado e dalla crisi. Di recente, per un cinico interesse di raccogliere consenso, si sono fatti portatori di posizioni parafasciste come per gli immigrati. Soprattutto hanno dimostrato di non essere capaci di democrazia interna con un capo indiscutibile (Grillo) e un padrone (Casaleggio) e una forza politica senza una democrazia al propria interno non può portare democrazia nella società.

E’ altrettanta colpa di Renzi che ha condotto alle estreme conseguenze l’idea di un partito personale.

Ha voluto demolire i suoi avversari interni: ha condotto una campagna di demolizione dell’immagine di D’Alema peggiore di quella che avrebbe usato mai usato per Berlusconi; ha insultato chi lo contestava (“Fassina chi?”); ha tradito la fiducia (“Letta stai sereno”); ha tirato colpi bassi indecenti (101 parlamentari per impedire l’elezione di Prodi a Presidente della Repubblica); ha fatto un mobbing esasperato contro leader come Bersani costringendoli ad allontanarsi dal Partito. Si è circondato di yesman fidatissimi ma incapaci e perfino discutibili (il cosiddetto “Giglio magico”). Tranne che alle europee (elezioni favorevoli alla sinistra : ricordate il sorpasso del PCI sulla DC con Berlinguer? ) ha perso ogni chiamata al voto: dalle amministrative di due anni fa al referendum sulla riforma costituzionale, dal primo turno di queste elezioni comunali al recente secondo turno. A ogni sconfitta ha reagito, come un giocatore d’azzardo, rilanciando la posta. Non ha mai fatto da segretario una analisi approfondita, una messa in discussione di se stesso, una discussione seria e collettiva, una revisione della linea politica. Quest’ultimo è il nodo fondamentale. Dal jobs act ai vaucher, dalle riforme pasticciate come la riforma costituzionale a quella degli enti locali, dalla riduzione delle risorse della sanità al sostegno alle banche, il PD di Renzi sembra ormai un partito social- liberale e non un partito socialdemocratico. In questa ottica, invece di guardare a sinistra, cerca come alleato Berlusconi che, grazie al Patto del Nazareno, è risorto con rischi enormi per l’Italia. Quello che è peggio è che, in questa idea di partito, si sta dilapidando la ricchezza più grande che il PD aveva ereditato: una schiera di buoni amministratori locali e un forte radicamento territoriale. Nessun campanello d’allarme è suonato quando il PD a Roma e a Torino ha vinto nei quartieri ricchi e perso nelle periferie, quando le indagini dei flussi elettorali dimostrano che nemmeno un decimo dei giovani e un quinto degli operai vota PD. A Renzi è bastato vincere le Primarie anche se si sono persi un milione di votanti.

Questa è una linea tragica. E’ la linea di un perdente. E’ soprattutto una linea che non fa quello che la sinistra dovrebbe fare: dare voce ai più poveri e ai più deboli.

Di Angelino RIGGIO

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  1. E se, davvero, il compito del renzi fosse stato quello di demolire il pd , con venature di sinistra e , con esso ,demolire l’insieme del popolo di sinistra? Altro che perdente! Lui e il ” crisantemo ” magico avrebbero raggiunto il migliore dei risultati, roba che nemmeno il berlusca. Sarebbe ora di rottamare il rottamatore. Non è mai tardi per rimettersi sulla corretta via.

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