LUIGI TENCO MUORE 50 ANNI FA

 

28 gennaio 1967. E’ mattina e mi reco a scuola. La mia prima tappa, come sempre, è davanti al giornalaio per leggere i titoli dei giornali ed eventualmente acquistare “l’Unità”. Leggo: Luigi Tenco si è ucciso ma il festival continua”.

Luigi Tenco si è ucciso”. Non credo ai miei occhi, leggo mille volte il titolo: Luigi non c’è più. Si è suicidato a soli 29 anni.

Il giorno prima alla TV avevo assistito al Festival di Sanremo ed ascoltato la sua canzone “Ciao amore ciao”: meravigliosa, parlava dell’immigrazione con grande poesia, descriveva i sogni e le speranze di ogni immigrato e la tristezza per ciò che si era lasciato alle spalle. Pochi anni prima anch’io con la mia famiglia avevo lasciato il mio paesino del Veneto per Torino alla ricerca di una vita migliore. Luigi descriveva proprio i sentimenti che anch’io avevo provato allora.

Non sapevo ancora che Tenco fosse stato costretto a modificare il testo originale della canzone: era una bellissima canzone antimilitarista (“Li vidi passare”) ma il festival non poteva accettare queste parole di pace. La censura interveniva tutte le volte che sentiva odore di politica di sinistra, parlare di pace a Sanremo sembrava quasi un delitto.

Amavo da tempo le sue canzoni perché parlavano della vita reale: la lotta per la pace, la critica al modello di vita che il capitalismo ci imponeva. Parlava della scuola, della vita sociale, del lavoro, del “mestiere di vivere” (avrebbe detto Pavese). Anche d’amore, ma non erano le solite canzoni dove “amore” faceva la rima con “cuore”. Amore era anche quello che si accoglie per solitudine (“Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”), quello che ci permetterà di cambiare il mondo (“anche se non sarà domani ma un bel giorno cambierà”).

Non riuscivo a credere fosse possibile che un ragazzo come lui potesse aver deciso di togliersi la vita dopo essere stato bocciato a un festival. Troppo poco, troppo banale. Lui era un cantautore ribelle che nei primi anni Sessanta ci aveva offerto scelte opposte alle canzoni “melodiche” che raccontavano la vita fuori da quella reale. Alcuni giovani genovesi (Tenco, Paoli, De Andrè) raccontavano con voci desolate e umane l’altra faccia del boom economico.

Si è detto di tutto sul suicidio: che il biglietto lasciato da Tenco fosse autentico solo nelle prime righe e il resto contraffatto ad arte per giustificare un suicidio dovuto alla delusione della bocciatura; che non fosse da solo e si è ipotizzata anche una folle roulette russa, altri addirittura pensarono un coinvolgimento dei servizi segreti. Follie, certo, ma di stranezze ce n’erano davvero, a cominciare da una circostanza: quella notte nessuno ha sentito lo sparo.

Io non ho mai creduto alla tesi del complotto o altro, penso che Luigi si sia ucciso perché non poteva più vivere in quella società che odiava, lui immaginava un altro mondo da costruire, diverso da quello esistente. Non poteva ancora vedere i milioni di giovani in tutto il mondo che si stavano preparando alla “rivolta”. Credo che se ne fosse stato capace sarebbe diventato il nostro Bob Dylan e avrebbe cantato le nostre speranze.

The show must go on (Lo spettacolo deve continuare)

Il festival è proseguito, non si è fermato la sera successiva, qualche parola di rito da parte del presentatore (Mike Buongiorno) e avanti tutta: la festa finì come se niente fosse avvenuto, con la vittoria di Iva Zanicchi e Claudio Villa.

The show must go on”. Lo spettacolo deve continuare e far dimenticare che un ragazzo è morto poche ore prima. Pensavo ingenuamente (avevo solo 15 anni) che i cantanti si sarebbero fermati come si fermavano gli operai in fabbrica quando muore un loro compagno di lavoro sotto una pressa. Eppure a Sanremo c’erano anche i “compagni” come Claudio Villa (il cui nome comparirà più tardi nelle liste della P2 di Gelli), Lucio Dalla e l’amico fraterno di Luigi, Gino Paoli! “The show must go on”.

Nessun divo sarà presente al funerale di Tenco, ma vi saranno migliaia di persone comuni che lo accompagneranno alla tomba, persone che lo hanno amato attraverso le sue canzoni cantate da un ragazzo con la “faccia triste che tu amavi tanto”. Lui riteneva inconciliabile il vecchio mondo con il nuovo che sognava. Il suo sogno era condiviso con noi ragazzi e ci invitava all’impegno politico e sociale.

La censura del tempo si abbatté molto pesantemente su alcune sue canzoni come “Cara maestra” dove Luigi criticava la chiesa e la società dell’epoca; dovrà anche sopportare, per queste sue canzoni, un esilio di due anni dai palinsesti radiofonici.

Non è vero che non ci fu nessun artista al suo funerale, uno non ancora famoso sarà presente: Fabrizio De Andrè .

Fabrizio gli dedicherà una delle sue più belle canzoni:

Preghiera di gennaio”:

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
Quando a te la sua anima
E al mondo la sua pelle
Dovrà riconsegnare
Quando verrà al tuo cielo
Là dove in pieno giorno
Risplendono le stelle

Quando attraverserà
L’ultimo vecchio ponte
Ai suicidi dirà
Baciandoli alla fronte
Venite in Paradiso
Là dove vado anch’io
Perché non c’è l’inferno
Nel mondo del buon Dio

Fate che giunga a Voi
Con le sue ossa stanche
Seguito da migliaia
Di quelle facce bianche
Fate che a voi ritorni
Fra I morti per oltraggio
Che al cielo ed alla terra
Mostrarono il coraggio

Signori benpensanti
Spero non vi dispiaccia
Se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
Soffocherà il singhiozzo
Di quelle labbra smorte

Che all’odio e all’ignoranza
Preferirono la morte

Dio di misericordia
Il tuo bel Paradiso
Lo hai fatto soprattutto
Per chi non ha sorriso
Per quelli che han vissuto
Con la coscienza pura
L’inferno esiste solo
Per chi ne ha paura

Meglio di lui nessuno
Mai ti potrà indicare
Gli errori di noi tutti
Che puoi e vuoi salvare

Ascolta la sua voce
Che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
Vedrai, sarai contento

Dio di misericordia
Vedrai, sarai contento

 

di Gianni ZANIRATO

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