Crimini in Jugoslavia per opera dei soldati italiani

Articolo di Antonio Senta, docente di storia contemporanea presso l’Università di Trieste

   Era l’alba di una calda giornata d’estate del 1942 a Podhum, villaggio nell’entroterra a pochi chilometri da Rijeka (Fiume) in Istria. La città allora era italiana e governata dal prefetto Temistocle Testa, camicia nera fra le più convinte. E sanguinarie.
Quel giorno l’esercito italiano, i carabinieri e gli “squadristi emiliani” circondarono il villaggio guidati dalla “bestia nera”, il generale Mario Roatta. Alle otto in punto fece irruzione la fanteria motorizzata supportata dai carri armati. Mentre alcuni soldati affiggevano sui muri manifesti firmati da Testa che vietavano alla gente di uscire da casa fino alle dieci della sera, altri soldati e carabinieri penetravano nelle abitazioni prelevando tutti, senza distinzione.
Zeljac Matejk, una vecchia di sessantasette anni, gravemente malata, sentì calciare la porta, aprì: fu percossa e trascinata fuori da casa a forza, poi costretta a camminare verso la campagna. Insieme a lei c’erano altri vecchi, donne e bambini: non avevano nulla con loro, se non l’immagine della truppa che saccheggiava i loro averi, se non la faccia di quei soldati che con i lanciafiamme in spalla davano fuoco alle loro case. Zeljac sentiva i pianti e le imprecazioni sommesse, sovrastate dalle urla dei militari italiani, sentiva soprattutto il terrore aleggiare nell’aria. In serata furono fatti salire sugli autocarri in direzione di Fiume. Da lì furono deportati nei campi di concentramento italiani: una prigione a cielo aperto.
Ma una sorte ancora peggiore aspettava gli uomini. Furono condotti all’aerodromo militare e venne loro ordinato di sedere per terra. Poi tutt’intorno furono piazzate le mitragliatrici e in quel momento il silenzio si fece totale. Lo ruppe un ufficiale d’aviazione che chiese ad alta voce ai superiori se dovessero essere fucilati anche gli operai impiegati all’aeroporto. Il maggiore Mario Rampioni rispose con tono perentorio: “in seguito ad ordine del prefetto: tutti”!
Fu allora un carabiniere a chiamare ad alta voce i primi nomi. Quattro. Si alzarono in piedi e furono portati duecento metri più in là, ai piedi di un monte. Furono massacrati dalle mitragliatrici di due carri armati. Poi fu la volta di altri quindici nomi. Nomi a cui corrispondevano uomini in carne e ossa. Stessa scena: portati un po’ più in là e poi il rumore, inconfondibile, delle mitragliatrici. Chi ci metteva troppo a esalare l’ultimo respiro veniva finito con i fucili.
Ferdinando Barek era un ragazzo di quindici anni, ma già un uomo per l’esercito italiano. Assistette alla fine dei suoi compagni, poi fu la sua volta, insieme ad altri nove. Poi quella di un altro gruppo, poi un altro ancora, poi…
C’era chi urlava, chi si agitava in ogni modo, chi dava di matto, chi provava a scappare, ma mai ci fu pietà. Alcuni abitanti di Podhum furono costretti, sotto la minaccia delle armi, a trascinare i propri compagni fino al luogo della fucilazione per poi essere trucidati a loro volta. Nessuna pietà per i vivi, né per i morti. I corpi senza vita venivano derubati degli orologi, dei portamonete, di ogni oggetto di un qualche valore. A mezzogiorno l’artiglieria cominciò a martellare le case del paese: la distruzione fu sistematica.
Alla fine della giornata furono almeno centoventi i fucilati, quasi duecento le famiglie deportate, cinquecento gli edifici dati alle fiamme, più di mille i capi di bestiame sequestrati. Di Podhum, villaggio di millecinquecento abitanti, non era rimasto praticamente più nulla.
Perché tutto questo? L’esercito italiano di occupazione accusava i cittadini di Podhum di essere solidali con chi era salito in montagna o si era dato “alla macchia”, con i partigiani insomma, e voleva quindi, con il terrore della morte, soffocare all’inizio il movimento nazionale di liberazione.
Questo del villaggio di Podhum è solo un caso tra mille. In tutti i Balcani, in Montenegro, Slovenia, Croazia, in Grecia e in Albania, durante i due anni di occupazione dal 1941 al 1943 l’esercito italiano ha compiuto una serie impressionante di crimini di guerra simili a quelli compiuti dalle truppe tedesche in Italia: bombardamenti e incendi di villaggi, esecuzioni indiscriminate di partigiani, deportazione di migliaia di persone in campi di concentramento, istituzione di tribunali speciali, torture, uccisioni di ostaggi, rappresaglie in proporzione di “otto a uno” (gli italiani facevano uno sconto rispetto ai tedeschi: “dieci ad uno”).
Quella nei Balcani del resto non è che una tappa in un continuo di efferatezze sistematiche che caratterizzano la politica di aggressione fascista.

  Oggi che abbiamo a disposizione alcune carte su questi avvenimenti viene fuori non solo che i crimini dell’esercito italiano nei Balcani sono del tutto simili a quelli commessi dai nazifascisti e dalla Wermacht in Italia, ma che essi li precedono cronologicamente, essendo cominciati già tra la fine del 1941 e l’inizio del 1942. Così come per l’utilizzo dei gas tossici e dei campi di concentramento è l’esercito italiano a compiere ancor prima di quello tedesco tutte le atrocità possibili in guerra. È un ulteriore elemento, questo, che smentisce il mito degli “italiani brava gente”, mito in crisi di credibilità ormai, almeno da quando gli storici si sono presi la briga di svelare cosa hanno fatto i nostri connazionali nelle province del cosiddetto “Impero”.
C’è un altro interessante parallelismo con i crimini compiuti da nazi-fascisti in Italia: entrambi sono stati negati, rimossi dalla memoria collettiva e fisicamente occultati. È probabilmente noto a tutti cosa si intende per armadio della vergogna. Un armadio di uno scantinato di un tribunale militare con le ante rivolte verso il muro in cui furono occultati per decenni i documenti comprovanti i crimini nazifascisti in Italia. Qualcosa di molto simile è avvenuto per i crimini dell’esercito italiano e delle camicie nere in Jugoslavia: i governi dal dopoguerra a oggi hanno messo in atto tecniche di depistaggio e insabbiamento che si sono servite di fini strategie diplomatiche e di una sorta di cortina culturale che ha creato e rafforzato ad arte il mito del bravo italiano.
Nell’immediato dopoguerra circa 750 militari italiani sono richiesti dalla Jugoslavia, circa 180 dalla Grecia e 140 dall’Albania, perché siano processati per crimini di guerra. Sono tutti accusati di crimini simili a quelli avvenuti nel villaggio di Podhum.
Ma fin dall’8 settembre 1943 una delle preoccupazioni principali degli organi di governo è impedire l’estradizione, rinviando qualsiasi procedimento giudiziario contro i propri soldati. Nel 1948 il governo De Gasperi fa definitivamente propria questa posizione, fino a che nel 1951 la magistratura militare chiude con un nulla di fatto tutte le istruttorie.
Non a caso alcuni storici evidenziano come sia stata proprio la mancanza di una “Norimberga Italiana” a contribuire a perpetuare il mito del bravo italiano, secondo cui l’italiano è sempre vittima e mai agente di violenza.
Anche grazie a questa memoria falsata, le classi dirigenti del nostro Paese si sono scrollate di dosso troppo velocemente il proprio passato fascista. Nel secondo dopoguerra i vertici politici, e ancor più quelli militari e giudiziari, si sono ripuliti dagli orrori del passato per presentarsi come ceto dirigente della nascente democrazia, dichiarandosi d’un tratto antifascisti.
Oggi è sempre più necessaria una riflessione critica sul nostro passato, sulle tante falsità su cui si basa la cosiddetta memoria condivisa o pacificazione. L’autoritarismo, il militarismo, l’oppressione costante che lo Stato italiano ha dispiegato contro le classi subalterne da 150 anni a oggi non va taciuto.

 

   Articolo proposto da Gianni ZANIRATO

  Sono intervenuto con dei “tagli” per rendere più snello l’articolo. Effettuare tagli è sempre difficile, anche se necessario, e con il pericolo di passare per censore.

  La memoria di tutto quanto raccontato è stato “dimenticato” dai nostri intellettuali, dai nostri politici, dai nostri giornalisti e dai nostri storici.  Una missione degli intellettuali dovrebbe essere: cercare la verità. Quelli italiani hanno invece cercato di coprirla vergognosamente.

E’ tempo di raccontare la verità e presentare le scuse ufficiali del nostro paese agli abitanti degli stati balcanici, dell’Albania e della Grecia: sono ormai passati: 75 anni!!!

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