FORZA ITALIA RIPRENDE VIGORE

I Cinquestelle dimostrano sempre più la loro pochezza. Sono stati sicuramente bravi a denunciare le cose che non andavano e “gli altri” che erano poco trasparenti o disonesti. Quando poi si è trattato di misurarsi con il governo e il cambiamento hanno dimostrato limiti che hanno superato la decenza. Basta ricordare l’esempio macroscopico della Raggi a Roma (ma anche la Appendino non è un fulmine celeste). Per la scelta dei candidati e per la raccolta firme per le elezioni ci sono gli esempi di Genova e della Sicilia che fanno scuola. L’elezione poi di candidato premier di Luigi Di Maio opaca nella forma e ridicola nei numeri (da assemblea di condominio) basterebbe a squalificarli se non potessero contare su elettori poco informati. La posizione vergognosa sui migranti e l’idea di spendere in deficit per rilanciare l’economia la dicono lunga sul loro programma di governo. Taccio per carità di patria sul bacio all’ampolla del sangue di San Gennaro in cui si è esibito il candidato premier Di Maio.

Con queste premesse, è lecito immaginare che da adesso fino alle elezioni il bagaglio elettorale dei seguaci di Grillo potrà solo diminuire o al massimo restare stabile, comunque insufficiente per raggiungere il premio di maggioranza.

Preoccupa non poco invece la crescita lenta ma inesorabile di Forza Italia. Al di là dei sondaggi, una spia importante è il numero di parlamentari che stanno tornando all’ovile.

Una piccola parentesi: questa XVII legislatura ha già stracciato tutti i record di “cambio di casacca” per i parlamentari: 526  (297 alla Camera, 229 al Senato). La colpa di questo mercato di bestiame umano è nella perdita di motivazione morale e di democrazia interna ai partiti. Non poca responsabilità ha anche il fatto che la maggior parte dei parlamentari sono stati nominati dai segretari dei partiti: la nuova legge elettorale proposta da Renzi e appoggiata da Forza Italia aumenta ancora di più il numero dei parlamentari “nominati” e non scelti dai cittadini.

Chiusa parentesi, sono tornati a Forza Italia Gianfranco Sammarco  dopo una parentesi lunga 4 anni trascorsa nel partito di Angelino Alfano, Nunzia Di Girolamo e Alberto Giorgetti, i senatori Renato Schifani, Antonio D’Alì, Antonio Azzollini, Massimo Cassano. E nel flusso di rientri nel partito di Berlusconi, al Senato ci sono anche Mario Mauro, Enrico Piccinelli e Domenico Auricchio. E c’è da domandarsi cosa faranno in questo ultimo scorcio di legislatura i transfughi di Forza Italia che hanno seguito Denis Verdini nell’avventura di Ala.

Quando poi apparirà chiaro che Forza Italia può recuperare la centralità nella costruzione di una forte alleanza di Centro-Destra è facile immaginare che la sua capacità di attrazione verso i parlamentari e verso gli elettori aumenterà ancora di più.

Se poi, come appare sempre più probabile, Berlusconi dovesse tornare in campo come leader, l’alleanza di Centro-Destra potrebbe tornare al Governo con buona pace delle leggi “ad personam”, del rapporto con personaggi mafiosi (Mangano) o condannati per contiguità con la criminalità organizzata (Dell’Utri, Cosentino), dei ministri cui pagavano case da sogno “a loro insaputa”, delle figuracce internazionali, delle pietose bugie sulla vicenda Ruby, dello spread alle stelle, ecc.

 

Bersani aveva sconfitto Berlusconi, qualcuno con il “patto del Nazareno” lo ha resuscitato.

di Angelino RIGGIO

2 comments Add yours
  1. 2013
    Affluenza al 75,01%, in calo di circa 6 punti rispetto al 2008. Alla Camera vince il centrosinistra, ma i grillini sono il primo partito con il 25,54%. Al Senato non c’è maggioranza: il centrodestra ha un seggio in più dell’asse Pd-Sel. Consulta i risultati regione per regione
    ………..cosi i risultati 2013,

  2. Condivido l’analisi ,le conclusioni sono invece , non vere.
    Bersani non sconfisse Berlusconi anzi fu costretto a fare un governo di grande intese proprio insieme a Berlusconi .(governo letta )

    Il Governo Letta è stato il sessantaduesimo Esecutivo della Repubblica Italiana, il primo della XVII legislatura.

    Nominati i ministri il 28 aprile 2013[3], il governo rimase in carica da tale data[4] al 22 febbraio 2014[5], per un totale di 300 giorni, ovvero 9 mesi e 25 giorni.

    L’incarico di formare un «governo di larghe intese» venne affidato a Enrico Letta dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 24 aprile[6] in quanto «sola prospettiva possibile, quella cioè di una larga convergenza tra le forze politiche che possono assicurare al governo la maggioranza in entrambe le camere»[7]; ciò vista l’impossibilità di dar vita a un governo guidato da Pier Luigi Bersani, capo della coalizione di centro-sinistra uscita vincitrice dalle elezioni del 24 e 25 febbraio, ma priva della maggioranza al Senato. Il governo venne formato con esponenti di diversa provenienza politica, oltre che da alcuni indipendenti.

    Ottenne la fiducia della Camera dei deputati il 29 aprile 2013 con 453 voti favorevoli, 153 contrari e 17 astenuti[8].

    Ottenne la fiducia al Senato della Repubblica il 30 aprile 2013 con 233 voti favorevoli, 59 contrari e 18 astenuti[9].

    Si dimise il 14 febbraio 2014[10], il giorno dopo che la Direzione Nazionale del Partito Democratico aveva rilevato «la necessità e l’urgenza di aprire una fase nuova, con un nuovo esecutivo»[11].

    Indice
    Composizione Modifica

    Giorgio Napolitano con Enrico Letta il giorno dello scioglimento della riserva.

    Il Governo Letta con Giorgio Napolitano il giorno del giuramento.
    La composizione del Consiglio dei ministri è stata comunicata da Enrico Letta il 27 aprile 2013, contemporaneamente allo scioglimento della riserva dell’incarico affidatogli dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 24 aprile 2013[12]. Oltre al Presidente Letta, che è anche ministro ad interim delle politiche agricole alimentari e forestali, fanno parte del governo diciannove ministri, di cui dodici a capo di un dicastero e sette senza portafoglio; ci sono anche trentasette sottosegretari di Stato, di cui nove viceministri, per un totale di complessivamente cinquantasette componenti.

    Si sono anticipatamente dimessi due ministri: uno con portafoglio (Nunzia De Girolamo di NCD) e uno senza (Josefa Idem del PD), due viceministri (Bruno Archi di FI e Stefano Fassina del PD) e quattro sottosegretari (Michaela Biancofiore del PdL, Gianfranco Micciché di Grande Sud, Walter Ferrazza dei Moderati in Rivoluzione e Jole Santelli di FI). Nel periodo decorso tra la nomina del sottosegretario Minniti e le dimissioni del ministro Idem il governo ha conosciuto la sua più ampia composizione arrivando ad annoverare sessantaquattro membri: il presidente, tredici ministri, otto ministri senza portafoglio, dieci viceministri e trentadue sottosegretari di Stato.

    Appartenenza politica Modifica
    L’appartenenza politica dei membri del governo, considerate le variazioni successivamente intervenute, si può così riassumere:

    Partito Democratico (PD): presidente del Consiglio dei ministri, 8 ministri, 5 viceministri e 12 sottosegretari;
    Il Popolo della Libertà (PdL) (dal 16/11/2013 Nuovo Centrodestra NCD)[1]: vicepresidente del Consiglio dei ministri, 4 ministri, 1 viceministro e 8 sottosegretari;
    Scelta Civica (SC): 1 ministro, 1 viceministro e 1 sottosegretario;
    Popolari per l’Italia (PpI): 1 ministro e 1 sottosegretario;
    Unione di Centro (UdC): 1 ministro senza portafoglio e 1 sottosegretario;
    Radicali Italiani (RI): 1 ministro;
    Indipendenti: 3 ministri, 2 viceministri e 5 sottosegretari.
    Partecipazione all’esecutivo senza rappresentanza in Consiglio dei ministri:

    Forza Italia (FI): 1 sottosegretario tecnico.

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