LA CATALOGNA

In Spagna, fin dai tempi di Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona, le diverse regioni hanno mantenuto una forte identità. Esemplare è il caso dei baschi, un popolo completamente diverso da quello spagnolo, che ha difeso la propria nazione con un movimento rivoluzionario, l’ETA. Questa formazione, tra l’altro, è stata responsabile dell’attentato in cui è rimasto ucciso Carrero Blanco, l’uomo che il dittatore Francisco Franco aveva scelto come delfino. Anche nelle altre regioni in cui l’identità regionale era molto viva, come in Catalogna, il regime fascista impediva qualsiasi propaganda in tal senso e proibiva l’assembramento di più di tre persone.

Caduto il Franchismo, le diverse regioni hanno ottenuto ampi poteri nell’ottica di un decentramento dello Stato. I baschi hanno trovato un sistema di convivenza e collaborazione con lo Stato centrale.

In Catalogna, i federalisti (coloro che volevano un sistema politico federale, all’americana per intenderci, con diversi Stati riuniti in uno stato spagnolo federale) hanno sempre avuto un discreto seguito. I separatisti invece hanno avuto sempre una forza trascurabile. Come è possibile che oggi questi abbiano questo enorme successo?

Il punto di partenza, la scintilla, è avvenuta nel 2010. In quell’anno la corte costituzionale spagnola ha dichiarato illegittimi 14 dei 223 articoli del nuovo statuto negoziato tra il governo regionale catalano e il governo socialista spagnolo di Luis Rodriguez Zapatero, e approvato con un referendum popolare.

Da quel momento, l’ondata separatista è cresciuta tanto che gli indipendentisti hanno raggiunto un consenso del 40%. Di una eguale percentuale erano possessori i federalisti. Con una forza potenziale dell’80% erano maturi i tempi per tendere una magnifica trappola al governo centrale.

E Mariano Rajoi c’è caduto dentro con i piedi, gli stivali, i pantaloni e qualcosa d’altro.

Quando il governo catalano ha indetto il referendum, invece di cercare la via del dialogo e della trattativa, ha caricato a testa bassa facendo arrestare gli organizzatori del referendum. Era quello che i separatisti volevano: l’ondata di indignazione popolare contro la repressione è salita sempre di più fino a che il giorno del referendum si è trasformato in un durissimo scontro che ha visto un inizio di dualismo di potere con comportamenti a volte opposti tra la polizia nazionale e quella catalana.

La mobilitazione popolare non deve però trarre in inganno. I catalani non sono un povero popolo oppresso.

Con nemmeno un decimo della popolazione, la Catalogna possiede più del 19% del PIL spagnolo. Insieme alla Lombardia e alla Baviera è la regione più ricca d’Europa. L’esplosione del desiderio indipendentista, al di là delle questioni storiche e istituzionali, ha una causa precisa: la crisi.

Con l’indipendenza i catalani sperano di recuperare condizioni economiche migliori. Questo è quello che vogliono far credere loro i governanti separatisti, che in realtà vogliono solo più potere.

E’ un imbroglio, una idea stupida.

La Catalogna è forte perché è parte di uno Stato grande, la Spagna, come la Lombardia per l’Italia e la Baviera per la Germania. Con la divisione non si creerà un piccolo Stato forte e un grande Stato povero: ci saranno solo due debolezze.

Prendiamo l’esempio della Borsa e delle banche (che non sono la cosa meno importante). Da quando è iniziata la crisi, la Borsa spagnola ha perso il 10% ma la Caixa, la grande banca di Barcellona ha perso il 13%. Se la Catalogna si staccasse, sarebbe fuori dall’UE e quindi dall’euro, la BCE non potrebbe più finanziarla e Barcellona dovrebbe battere subito nuova moneta. Ma i catalani sarebbero già corsi a ritirare i loro risparmi in euro facendo crollare le banche. Già oggi molte aziende stanno lasciando la Catalogna.

 

La corsa all’isolazionismo è stupida come dimostra la Brexit: gli inglesi stessi, giorno per giorno, si stanno accorgendo di quanti danni può portare.

La soluzione rispetto ai problemi dell’Europa non è una maggiore frammentazione ma una maggiore unità: un ministro dell’economia europeo, una coordinazione rafforzata delle intelligences contro il terrorismo, una agenzia europea per la ricerca scientifica, e così via.

di Angelino RIGGIO

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