CAPORETTO 

Il 24 ottobre del 1917, cento anni fa, l’Italia subì una sconfitta storica a Caporetto. Da allora,e non solo nel nostro Paese, Caporetto è sinonimo di disfatta

In effetti il costo fu altissimo: 12.000 morti, 30.000 feriti e 265.000 prigionieri A tutto ciò si aggiunsero le distruzioni, le razzie, le violenze dell’esercito austro-tedesco che dilagò nelle pianura veneta causando centinaia di migliaia di profughi e moltissime donne stuprate. 

Questo dramma fu descritto anche da Ernest Hemingway in “Addio alle armi”. La pubblicazione di questo libro fu vietata in Italia fino al 1945 e la scrittrice Fernanda Pivano, che ne aveva fatto una traduzione clandestina, fu arrestata a Torino dai fascisti. 

Aveva ragione il regime fascista a temere quel romanzo perché non erano poche le colpe dello Stato e dello Stato Maggiore dell’esercito italiano per la disfatta di Caporetto. 

Per esempio: era vero che l’esercito ridotto a un milione di uomini (dopo i fatti di Libia e la disfatta di Adua in Abissinia) fu portato a tre milioni, grazie a una martellante campagna interventista e di nazionalismo ammantato di patriottismo. A queste manifestazioni non si unirono gli operai ed i contadini poveri che non volevano la guerra ma che diverranno proprio loro soldati assolutamente privi di addestramento, come si diceva giustamente “carne da cannone”. Si difenderanno con le diserzioni, le auto-mutilazioni, le rivolte. Dovranno subire le decimazioni cioè un sodato ogni dieci veniva fucilato in presenza di ribellioni o rifiuto di combattere.

Torino due mesi prima era insorta per chiedere la pace e i militari risposero con i fucili:ci furono molti morti, soprattutto donne. 

Non solo i soldati erano poco adeguati alla guerra moderna: anche i generali. Fino a quando si trattava di fronteggiare gli austriaci che avevano un esercito altrettanto arretrato c’era una situazione di relativo equilibrio. Quando però intervennero i tedeschi, con soldati addestrati, con una concezione elastica del rapporto tra offesa e difesa, con una linea di comando snella e non burocratica, con una integrazione perfetta tra artiglieria e fanteria, i soldati italiani capirono di essere stati mandati allo sbando. 

Ancora: nelle infinite sofferenze che le popolazioni venete e friulane dovettero subire per colpa degli austriaci e dei tedeschi c’è una precisa responsabilità politica. Cadorna aveva posto ai ministri di preparare lo sgombero dei civili, il Presidente del Consiglio Boselli definì l’operazione impraticabile, aggiungendo che non era il caso che la popolazione ne venisse a conoscenza. 

Certamente Cadorna ha colpe enormi come Capo di Stato Maggiore e ha una responsabilità precisa nella disfatta di Caporetto (pure il futuro capo del governo Pietro Badoglio). Ma non è accettabile che lui venisse indicato come il capro espiatorio. Hanno colpe uguali, e ben più gravi, il Re, i Governi, i nazionalisti, quelle forze economiche e politiche che di lì a dieci anni avrebbero sostenuto il fascismo. Costoro hanno la responsabilità storica di avere portato milioni  di italiani in un carnaio fatto di fango, sangue, trincee, topi, di squartamenti con la baionetta di poveracci come loro. Una guerra che, nel modo in cui si è conclusa, preparava un carnaio ancora peggiore: la Seconda Guerra Mondiale. 

Eppure anche da queste tragedie il popolo italiano, un popolo meraviglioso, ha saputo trarre il meglio.  

  • La difesa della linea del Piave fu il risultato della somma di un numero infinito di atti di coraggio individuale Fondamentale fu la sostituzione di Cadorna con il gen. Armando Diaz che allentò la rigida disciplina e promise persino la terra ai contadini. L’esercito italiano era costituito soprattutto da contadini ed ecco uno dei motivi della nuova forza dei soldati: adesso sapevano per cosa combattere. Inutile dire che poi finita la guerra la promessa non fu mantenuta. 

  • Il coinvolgimento nella guerra di giovani e a volte giovanissimi (i ragazzi del ’99) provenienti da tutta Italia ha cementato amicizie e conoscenze solidissime, perché forgiate nella difficoltà, contribuendo in modo determinante all’unità del popolo italiano. 

Caporetto rappresenta molto più di una gran crisi militare: è la somma degli effetti del malessere sociale serpeggiante nel Paese e tra le truppe, delle privazioni, della fame. Fondamentale è il fatto che l’esercito contadino non sentiva propria questa guerra.

di Angelino RIGGIO

Oh Gorizia.

La mattina del 5 di Agosto
si muovevano le truppe italiane
per Gorizia le terre lontane
e dolente ognun si partì.

Sotto l’acqua che cadeva a rovescio
grandinavano le palle nemiche;
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:

Oh Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.

Oh vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letti di lana
schernitori di noi carne umana
questa guerra ci insegna a punir

Voi chiamate campo d’onore
questa terra di là dei confini;
qui si muore gridando assassini,
Maledetti sarete un dì…

Cara moglie che tu non mi senti
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini
che io muoio col suo nome nel cuor…

Oh Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza,
dolorosa ci fu la partenza,
il ritorno per tutti non fu. 

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