PIETRO GRASSO LASCIA IL PD

“Politicamente e umanamente la misura è colma.”

Con queste parole, poco dopo l’approvazione definitiva della legge elettorale il Presidente del Senato, Pietro Grasso, ha annunciato il suo abbandono del gruppo PD al Senato.

L’ex Procuratore Nazionale Antimafia, nel mirino di Cosa Nostra come i suoi amici Falcone e Borsellino, ha aggiunto: “Non mi riconosco più nel merito e nel metodo di questo PD, vedo comportamenti che imbarazzano le istituzioni e ne minano la credibilità e l’indipendenza.”

A quali comportamenti e a chi li ha avuti lo hanno evidenziato in molti a partire dalle dure parole di Napolitano a proposito della fiducia sul Rosatellum, di Prodi sull’intervento improprio sulla Banca d’Italia, di Zagrebelsky sulla Riforma Costituzionale.

La deriva anti-istituzionale di Renzi  è un maldestro tentativo di rosicchiare voti ai Cinquestelle con un populismo “di lotta e di governo”. Fallirà. Come è fallito il tentativo di recuperare i voti della destra con il jobs act, cosa che non era riuscita nemmeno a Berlusconi. Intervenire sulla  libertà di licenziare è servito solo a perdere voti a sinistra (ricordate le Amministrative dove l’ottimo Sindaco Fassino perse in tutti i quartieri popolari contro la Appendino?). Il Centrodestra è invece in salute più che mai.

Quando si tratta di scegliere tra l’originale e l’imitazione, la gente sceglie sempre l’originale.

Al Centro Sinistra non fa bene imitare i Grillini né il Centrodestra.

Bisogna che la sinistra faccia la sinistra: difendere gli interessi dei lavoratori e fare crescere la coscienza critica.

Chi tiene a questo progetto deve fermare Renzi e la sua politica di rottamazione.

Pietro Grasso è solo l’ultimo.

Ha incominciato con D’Alema (non con Berlusconi): non gli è venuto difficile perché l’uomo è spigoloso e “antipatico” anche se geniale e acutissimo nelle analisi.

Taccio dei 101 voti che mancarono alla elezione di Prodi a Presidente della Repubblica.

Poi toccò a Letta: “Enrico stai sereno”. Poi a Civati. Poi a Bersani. Per citare i più noti. Ma l’uscita dal PD è ormai una emorragia. E, come se non bastasse, lo stesso Gentiloni è sotto attacco.

Renzi sta facendo il vuoto intorno a sé con tutti i rischi dell’uomo solo al comando a partire da quello di circondarsi di Yes Men, in genere sciocchi o infidi. Chi guida un partito (o un sindacato, o un’associazione) non dovrebbe rottamare chi ha intorno ma valorizzare il meglio che ognuno può dare e minimizzarne i difetti (veri o presunti tali).

Renzi è purtroppo un cannone a breve gittata: gli viene facile colpire nel proprio campo mentre non riesce a fare breccia nel campo avverso.

Se si escludono le elezioni europee (terreno tradizionalmente favorevole alla sinistra e drogate dai famosi 80 euro), Renzi ha perso tutte le sfide elettorali dalle amministrative al referendum costituzionale e, con ogni probabilità, perderà anche le elezioni siciliane.

E’ ora che qualcuno ricordi che il partito non è proprietà del segretario e che è indispensabile ricostruire una alleanza come l’Ulivo di Prodi, con lo stesso rispetto per gli alleati e con lo stesso respiro riformatore. Soprattutto con un programma che tuteli gli interessi dei più deboli e sappia parlare al vasto mondo del volontariato che, in questo momento di sfiducia nel futuro e di attacco alle Istituzioni Pubbliche, garantisce il senso di comunità che serve all’Italia per ripartire.

di Angelino RIGGIO

2 comments Add yours
  1. la deriva presa da Renzi non è una cosa nuova, lo si era già capito ai tempi delle prime battaglie tra Renzi e Bersani, non capisco queste prese di posizione che ritengo quantomeno tardive, se certi personaggi di alto profilo avessero fatto dichiarazioni più tempestive e prese di posizione più nette forse adesso non saremmo a questo punto.

  2. Credo che la “deriva” Renzi sia iniziata con la sua entrata in politica. Incapace nelle mediazioni (la politica, piaccia o non piaccia è soprattutto la capacità di saper mediare) e incapace a rispettare persino i propri compagni. Ricordava qualche giorno fa su ” Repubblica” Eugenio Scalfari, che Palmiro Togliatti prima di assumere le decisioni si confrontava con tutte le sensibilità all’ interno del PCI e poi decideva. Spesso tornava completamente indietro rispetto quando affermato se qualcuno aveva una proposta migliore di quanto esposto da lui. Non insultava i compagni di partito. Ma Togliatti era un antidemocratico e un stalinista, roba da rottamare. Renzi ha cominciato la sua avventura politica convinto d’avere la verità assoluta e che all’ interno di un partito ci si dovesse allineare al capo e basta. Ma un partito democratico non è una dittatura e se un volontario deve perdere un sacco del proprio tempo per capire che non conta nulla è ovvio che si allontana dal partito in cui ha militato. La ricchezza di un partito di sinistra si misura sui suoi militanti e quando questi se ne vanno il partito diventa più povero. Ormai il PD perde pezzi da tutte le parti, è il terzo/quarto partito tra i lavoratori ma probabilmente il primo tra l’alta borghesia. Da berlingueriano (posso dire questa parolaccia, Renzi?) non capisco più questo partito che continua ad affermare d’essere di sinistra. Dicevamo molto tempo fa che non volevamo morire democristiani, ma oggi sia che vinca Forza Italia o QUESTO PD moriremo democristiani.
    Gianni Zanirato
    Ciao,
    Guido

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