NAVE DELLA SPERANZA

La “nave della tolleranza “ dei coniugi Kabakov approda a Capalbio (GR), a pochi km da casa mia; mentre la ammiro lusingata, penso che la nave rappresenti da sempre il simbolo delle migrazioni, il mezzo (spesso di fortuna) di fuga per abbandonare, col cuore in pianto, il proprio paese e arrivare a cercare sorte migliore altrove.

    La nave racchiude in sé un mare di sentimenti; la nostalgia nel dover abbandonare la propria terra, dove ognuno di noi vorrebbe rimanere se le condizioni di vita glielo permettessero. Ma è anche la speranza. Quella di riuscire a costruire per sé e i propri cari un futuro migliore, altrove, lontano dagli affetti, ma anche dai pericoli e dai problemi della propria nazione.

  E la speranza di arrivare sani e salvi dall’altra parte, rappresentata da una non totale certezza, come la storia da sempre ci dimostra; dai tempi in cui i migranti eravamo noi, come nel 1908, quando la Nave Sirio si speronò su uno scoglio e centinaia di passeggeri morirono, senza mai arrivare a destinazione. O come nel 1997, periodo di forte flusso migratorio dall’Albania verso l’Italia, quando a bordo della“ Kater i Rades” morirono 120 profughi albanesi (di cui la metà bambini) a causa di un sinistro marittimo. O come i fatti di cronaca continuano, a dimostrarci tutt’oggi, con i continui incidenti marittimi e naufragi, al largo delle nostre coste.

   E a queste, voglio aggiungere la mia (non solo mia, mi auguro) speranza, quella di imparare a superare etnocentrismo e pregiudizio, quella di imparare ad accogliere e vivere serenamente come cittadini del mondo.

  Non sono Emilya Kabakov, ma sono un’insegnante e con le mie risorse, anch’io voglio costruire la mia “nave della speranza”, coadiuvata da 24 speciali aiutanti, di cui un’algerina, un’albanese, un’ucraina, otto italiani e tredici macedoni (i miei alunni), da un amico falegname e dal nostro prezioso territorio montano. Con i bambini abbiamo raccolto le noci dei nostri boschi ed io le ho aperte a metà, formando due piccole barchette con ogni guscio; sul fondo del guscio sarà messa della plastilina, sulla quale verrà appuntato uno stuzzicadenti, che rappresenta l’albero maestro e avrà come vela una bandiera raffigurante un Paese del mondo, oppure disegnata e inventata dai bambini.

  Le nostre barchette saranno poi appoggiate sul pavimento di una nave di legno (costruita per noi dall’amico falegname), che sarà rivestita da bandiere, disegni, cuori e pensieri, di ognuno.

   La “nave della speranza “ della scuola di Boccheggiano (GR), resterà nel nostro plesso, come dono simbolico che noi vogliamo rivolgere a tutti quelli che sperano in un futuro migliore, in primis i bambini, perché essi sono il futuro.

  Le piccole “imbarcazioni” di noce, invece, saranno riprese da ogni bambino a fine percorso scolastico e lo accompagneranno nella vita, come speranza verso un mondo migliore.

 

“Anche se avrò aiutato una sola persona a sperare, non avrò vissuto invano”.

(M. L. King)

 

Michela Boccardi

 

   Michela Boccardi mi ha chiesto, qualche giorno fa, di essere il relatore nella preparazione e discussione della sua tesi di laurea. Come da prassi, lo chiedo a tutti gli studenti che desiderano “laurearsi con me”, l’ho invitata a prepararmi una pagina su ciò che riteneva scrivere sul suo elaborato.  Mi ha inviato, tra l’altro, il racconto che ho riportato e mi ha autorizzato a pubblicarlo sul nostro giornale. Mi ha colpito questa idea delle barche della pace costruite da bambini e da volontari. Perché mi ha colpito? Credo perché è la dimostrazione che basta “poco” per offrire il nostro contributo alla lotta contro il razzismo e l’etnocentrismo.  Michela ci insegna che occorre partire dalle scuole e che non è mai troppo presto per affrontare queste tematiche.

 

   lya Kabakov è nato nel 1933 ed è considerato il padre del concettualismo russo. Al centro della sua poetica è presente la condizione sociale dell’individuo durante il periodo post-staliniano dell’Unione Sovietica. L’arte di Kabakov – che lavora in coppia con la moglie Emylia – ha una forte carica utopica che vede la fuga nell’arte e nell’immaginazione come possibile salvezza dalla quotidianità.

 

di Gianni ZANIRATO

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