LA DICHIARAZIONE DI BALFOUR

Restiamo umani.

Pochi giorni fa, il 2 Novembre, ricorreva il centenario della dichiarazione di Balfour.

Si tratta di una lettera, scritta dall’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour a Lord Rothschild, inteso come principale rappresentante della comunità ebraica inglese, e referente del movimento sionista, con la quale il governo britannico affermava di guardare con favore alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano, all’indomani della Prima Guerra Mondiale. Questa lettera fu poi assunta come politica ufficiale del governo.

Ha scritto di recente Gideon Levy, un giornalista progressista del quotidiano israeliano Ha’arez:

Non è mai successo niente di simile: un impero promette una terra che non è ancora conquistata a un popolo che non ci vive, senza chiedere il permesso agli abitanti del posto. Non c’è altro modo di descrivere l’incredibile incoscienza colonialista che viene fuori da ogni sillaba della dichiarazione di Balfour con cui il Regno Unito si impegnò a facilitare la nascita di uno stato per il popolo ebraico in Palestina.”

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti per motivi geopolitici hanno sostenuto Israele con enormi quantità di denaro e armamenti. Massacro dopo massacro, il popolo palestinese è stato espulso dalle sue terre e confinato in spazi sempre più angusti, quale è oggi la Striscia di Gaza.

La dichiarazione di Balfour è un giorno nero per la storia dell’umanità.

Per ricordarlo riporto un brano del libro “Restiamo Umani” di Vittorio Arrigoni cooperante italiano barbaramente ucciso a Gaza nella notte tra il 14 e il 15 Aprile 2011. Avevo acquistato questo libro grazie a una bella iniziativa dell’associazione IDEA quando avevo avuto l’onore di conoscere Egidia Beretta Arrigoni, madre di Vittorio, donna fiera e tenace.

Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola”, mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue.

Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato.”

Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua: “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste …”

Jamal continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quali sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali piuttosto che Palestinesi, saremmo più tutelati.”

A questo punto il dottore si china verso la scatola e me la scoperchia davanti. Dentro ci sono gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabala, più di cinquanta finora le vittime.

Recandomi verso l’ospedale Al Quds dove sarò di servizio sulle ambulanze tutta la notte, correndo su uno dei pochi temerari taxi che zigzagando ancora sfidano il tiro a segno delle bombe, ho visto fermi a un angolo di strada un gruppo di ragazzini sporchi, coi vestiti rattoppati, tali e quali ai nostri “sciuscià” del dopoguerra italiano, con delle fionde lanciavano pietre verso il cielo, in direzione di un nemico lontanissimo e inavvicinabile che si fa gioco delle loro vite. La metafora impazzita che fotografa l’assurdità di questi tempi e di questi luoghi.

Restiamo umani.

di Angelino RIGGIO

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