ANGELINA ROMANO

IL PIU’ GIOVANE VOLTO DEL BRIGANTAGGIO

   ANGELINA

Avevi il sorriso dei tuoi nove anni

Quando giocavi con una piccola

Bambola di ricchi stracci;

tesoro d’infanzia, tesoro d’innocenza.

Avevi la gioia dei tuoi nove anni

Quando correvi tra la polvere

delle strade siciliane

ed osservavi rapita il mare

ed i racconti senza tempo

sussurrati dai vicoli di Castellammare

dalle dolci brezze. Voci del golfo.

Poi un giorno pieno di sole

Un giorno come tanti altri

Un giorno senza inizio

Un giorno così maledetto

Un giorno dimenticato

Nelle memorie ipocrite

Di un paese senza memoria,

dove si cantano gesta di re

di eroi e di vacua retorica.

Ma tu eri innocente Angiolina

come lo è in primavera

un fiore appena sbocciato

tra le povere argille di Trinacria;

ma eri figlia di villani;

ma eri stirpe di siciliani;

colpevole del tuo pianto di bambina

colpevole di un grido di dolore

quando l’assurdo di una guerra

ebbe la maschera di sangue

di un generale senza onore.

Avevi la semplicità dei tuoi nove anni

Quando ritta ad un muro

Non giocavi con i tuoi cugini

Ma giocavi con la morte

Ammantata dal sigillo di un monarca.

Per l’atroce legge di un regno

un regno lontano per te

Sconosciuto e straniero,

il tuo pianto era un complice reato.

Angelina; brigantessa, rea, criminale

Tre gennaio 1862;

i tuoi nove anni

falciati in un giorno di pallido sole

nel buio del disonore;

dalle lerce piume

di assassini senza onore.

“Puntate! Mirate! Fuoco!”

 

di Leonardo PISANI

 

Dedicata ad Angela Romano (1853-1862) vittima della Legge Pica

Il 3 gennaio 2017 ricorrerà il 155° anniversario della fucilazione della piccola Angelina, la più piccola vittima fra quelle che, in qualche modo, la storia siciliana racconta.

” Castellammare del Golfo, 3 gennaio 1862, Romano Angelina, di anni 9, fucilata, accusata di brigantaggio”.

Questo è ciò che risulta dall’Archivio Storico militare. Insieme a tanto altro che la “storia ufficiale” non ha mai raccontato. È una storia triste, drammatica, una storia che sicuramente contiene qualcosa di talmente scomodo, da essere stata volutamente tenuta nascosta e sottaciuta, accaduta in un paese siciliano, Castellammare del Golfo, in provincia di Trapani, ad una bambina di soli nove anni.

Gli artefici di questa crudele vicenda sono coloro che nella storia “ufficiale” vengono definiti “liberatori” e la brutalità con cui si sono svolti i fatti dovrebbe far scaturire le stesse sensazioni di quelle narrazioni televisive, a cui oggi siamo tanto abituati, e in cui purtroppo i bambini sono protagonisti in negativo. In diverse occasioni si è elogiato il Risorgimento come una rivoluzione di popolo, si è fatto addirittura spettacolo attraverso i mass media, ma la realtà storica ha dimostrato, in più circostanze, che fu solamente una evento voluto da pochi e a causa di interessi, soprattutto economici.
Ritornando alla piccola Angelina, era l’inverno del 1862, e già dall’anno precedente il neo governo sabaudo-piemontese aveva mandato in Sicilia il generale Covone dandogli poteri “speciali”, tra cui quello di emanare la legge marziale e proclamare lo stato d’assedio. Il primo atto di questo generale fu quello di dare ordine ai soldati piemontesi di avere “libero arbitrio” nel decidere della vita o della morte dei siciliani. Proprio in questo clima di ostilità accaddero fatti gravissimi che coinvolsero la città di Castellammare del Golfo. Ivi il malcontento verso gli oppressori sabaudi era molto forte, ma la scintilla che fece esplodere la rivolta fu l’introduzione della leva militare obbligatoria, provvedimento sconosciuto sotto i Borbone.

Tale legge, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno il 30 giugno 1861, comportava l’allontanamento per sette lunghi anni di tanti giovani dalle loro famiglie e dalle loro terre. Per scappare da questa norma ingiusta tantissimi ragazzi si nascosero nei boschi e nelle colline intorno alla città, ma non potendo vivere a lungo in quelle condizioni disagiate, il 2 gennaio 1862 decisero di insorgere contro i piemontesi.

Così, alle 14 di una gelida giornata invernale, più di 450 giovani, armati di qualsiasi cosa avessero trovato per le strade, entrarono nella città di Castellammare e diedero l’assalto alla sede del commissario di leva Bartolomeo Asaro e del comandante della Guardia Nazionale Francesco Borruso. I piemontesi risposero immediatamente e da Palermo furono mandati interi battaglioni di bersaglieri coadiuvati da ben due navi da guerra che approdarono nel porto della città.

Il corpo di spedizione era comandato dal generale Quintini, famoso per essere tra i più crudeli e spietati nell’isola, e invase immediatamente il paese. Gli insorti furono costretti a fuggire e tornarono a nascondersi nei boschi, mentre centinaia di popolani, abitanti del posto, cercarono rifugio in campagna. Proprio in quel momento avvenne uno degli episodi più drammatici di tutta la storia risorgimentale: mentre i bersaglieri perlustravano i dintorni di Castellammare, nella contrada Falconiera, trovarono un gruppo di cittadini, tra cui il parroco del paese, che si erano rifugiati lì per paura, e il generale Quintini dopo un interrogatorio sommario, diede ordine di fucilare tutta quella gente, senza processo e con l’accusa di essere parenti degli insorti.

Nel frattempo, i soldati udirono i pianti di una bambina che aveva avuto la sfortuna di trovarsi nelle vicinanze, la presero di peso e la posero, ancora col viso bagnato dalle lacrime, di fronte al plotone di esecuzione. Era il 3 gennaio del 1862, il vento spazzava le lustri divise e faceva svolazzare le “penne” dei bersaglieri, in quel momento chissà quali furono i pensieri di quella bambina che si era trovata per caso di fronte a uomini con strani cappelli pennuti che le puntavano i fucili e che parlavano in una strana lingua. Chissà se in quel momento si rese conto di stare vivendo i suoi ultimi attimi, e se con matura consapevolezza riportasse alla memoria quando giocava per i prati o quando aiutava la madre a cucire.

Ma a Quintini questi pensieri non interessavano e ordinò senza remore: “puntate, sparate, fuoco!”.

Tale episodio potrebbe ricordare gli eccidi che le SS naziste hanno fatto in Europa, invece stiamo parlando dei “Padri della Patria” e la rabbia che oggi cresce sempre di più e che sale nelle vene sta nel fatto di volere ancora e tutt’ora nascondere queste verità brutali.

                                                                                Concettina Incoronata Castellitti

 

  Il racconto  è compreso nell’ultima parte della tesi (non ancora discussa) di una mia “tesista”.

  Parla di un episodio avvenuto in quel tristissimo periodo del nostro Risorgimento  durante la repressione del “brigantaggio”. Non conoscevo la storia di Angelina Romano l’ho letta e ne sono stato colpito.

   Il fenomeno del  “ brigantaggio”: fu una risposta violenta e spontanea alla politica sorda ai problemi del Sud da parte del governo. La conquista del Sud fu un trauma nelle popolazioni meridionali che avevano credettero che i garibaldini avrebbe portato una nuova vita e risolto il problema della terra. La protesta divenne violenta nella quasi totalità del Meridione  e fu chiamata “brigantaggio”. Bande armate di briganti iniziarono vere e proprie azioni di guerriglia nei confronti delle proprietà dei nuovi ricchi. I briganti si rifugiavano sulle montagne, protetti e nascosti dai contadini poveri. Ricevettero  aiuto anche dal clero e dagli antichi proprietari di terre che tentavano, per mezzo del brigantaggio, di sollevare le campagne e far tornare i Borboni.

   Fra i briganti, oltre ai braccianti rassegnati alla miseria, c’erano anche ex garibaldini sbandati ed ex soldati borbonici. I “ briganti” non furono “criminali comuni”, come pensava il governo, ma un esercito di ribelli che non conoscevano altra forma di lotta se non quella violenta. Tenuti per secoli nell’ignoranza e nella miseria, i contadini meridionali non avevano ancora potuto maturare una conoscenza politica dei loro diritti e quindi non avrebbero mai potuto agire con mezzi legali. La politica di repressione adottata nei confronti dei briganti fu durissima. Per debellare il fenomeno furono impiegati 120.000 soldati (pari alla metà dell’esercito italiano) comandati dal generale Cialdini. Si scatenò una vera e propria guerra intestina che portò a centinaia di migliaia di morti, paesi bruciati,  rappresaglie delle quali ne fecero le spese anche i bambini e le donne (l’ esempio di Angelina Romano è molto significativo) . Con massacri, prigioni a vita, fucilazioni  il brigantaggio venne debellato nel 1865.

  Le conseguenze furono un ulteriore aumento del divario fra nord e sud e un’esaltazione dei briganti la cui figura venne paragonata, nell’immaginario popolare, a quella di “eroi buoni”.

Di Gianni ZANIRATO

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  1. Noi “Terroni” abbiamo fatto la stessa fine degli indiani d’America, solo che quantomeno in America qualche colpa l’hanno ammessa….

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