IL DIRITTO DI MORIRE CON DIGNITA’

“Giulio, fai una prova: fatti immobilizzare e metti una benda che non ti faccia vedere nulla e resta così per una settimana. Così potrai sapere come sto io. Non resisteresti neppure un giorno”. Questo e altro ancora diceva Dj Fabo in un’intervista rilasciata a gennaio scorso a Giulio Golia, inviato del programma Le Iene.

 E’ iniziato il processo a Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni ed esponente dei Radicali, imputato per aiuto al suicidio per aver accompagnato, a febbraio, proprio Dj Fabo in una clinica svizzera per il suicidio assistito. Questo processo – ha spiegato Cappato ai cronisti – sarà un’occasione pubblica per verificare per le persone che soffrono e per i malati terminali quali sono i diritti di scelta sull’interruzione delle sofferenze, ma anche per chi vuole vivere”.

  La storia di Fabo

   A gennaio 2017 dj Fabo aveva lanciato un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che non gli ha mai risposto. “Da più di 2 anni sono bloccato a letto immerso in una notte senza fine. Vorrei poter scegliere di morire, senza soffrire” furono le parole rivolte a Mattarella in un video-appello in cui il ragazzo chiedeva un intervento sulle scelte di fine vita in Italia, attraverso la voce della sua fidanzata Valeria, che gli è rimasta accanto per 25 anni, anche dopo che, a causa di un incidente stradale avvenuto nel 2014, per Fabo era iniziato l’inferno. Era tetraplegico e a nulla sono servite le terapie seguite per migliorare le sue condizioni. Negli ultimi anni il 40enne aveva anche perso la vista. Una vita impossibile per lui che amava i viaggi, lo sport, la musica e l’avventura.

Il ruolo di Cappato

  Il giorno in cui Golia fece il servizio, Fabo già sapeva che cosa sarebbe accaduto, ma non poteva ancora dirlo. Con un tweet postato il 26 febbraio fu proprio Marco Cappato ad annunciare che aveva acconsentito ad accompagnarlo in Svizzera. L’esponente dei Radicali lo ha portato in auto fino alla clinica Dignitas di Forck, vicino a Zurigo, dove poi dj Fabo è stato raggiunto dai suoi cari. Sono trascorsi un paio di giorni, tra ricordi e paure, poi Fabiano è stato aiutato a morire. L’ultimo messaggio è stato: “Ricordatevi di allacciare le cinture di sicurezza”. Poi ha ringraziato chi l’aveva aiutato rischiando anche di finire in carcere. Al suo rientro in Italia, Cappato si è autodenunciato ai carabinieri e poi è stato iscritto nel registro degli indagati per il reato previsto dall’articolo 580 del codice penale, ossia ‘istigazione o aiuto al suicidio’. Un reato per cui rischia una pena dai 5 ai 12 anni di carcere. I pm di Milano Tiziana Siciliano e Sara Arduini hanno chiesto di archiviare il caso o di sollevare una questione di costituzionalità della norma sull’aiuto al suicidio, ma il gip Luigi Gargiulo ha respinto l’istanza e ordinato l’imputazione coatta e la successiva richiesta di rinvio a giudizio.

La battaglia

  È stato proprio Marco Cappato, a settembre, a scegliere di essere giudicato con il rito immediato chiedendo di saltare l’udienza preliminare e passare direttamente al dibattimento “perché in Italia si possa discutere di come aiutare i malati a essere liberi fino alla fine”. Nel frattempo, però, la legge sul biotestamento è ancora oggi ferma in Senato. Dieci anni dopo Piergiorgio Welby. Per Filomena Gallo, avvocato e segretario dell’associazione Luca Coscioni, nell’incapacità della politica ufficiale,  “il processo a Cappato rappresenta un altro momento fondamentale per tentare di affermare la prevalenza dei principi costituzionali sul codice penale risalente al periodo fascista”. E oggi ricorda: “L’articolo 32 della Costituzione stabilisce che ‘la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana’”.

(Articolo tratto da “Il fatto quotidiano” del 8/11/17 proposto da Gianni Zanirato)

Commento

Qualcuno pensa che sia sufficiente recarsi in Svizzera, firmare un foglio e che sia possibile il suicidio assistito.

Nulla di più falso.

Ci sono diversi colloqui ed incontri. Molti, infatti, poi decidono di non farlo o di aspettare ancora (è il caso di Lucio Magri). L’iter non è breve. Innanzitutto è necessaria la prescrizione di un medico dopo le necessarie valutazioni. Viene analizzata la gravità della condizione ed il curriculum della persona, ad esempio, avere scritto un testamento biologico, ascoltare le testimonianze di persone che hanno assistito alla malattia ed hanno raccolto il pensiero del malato.

   Io credo nella dignità nella morte come diritto di cittadino ed essere umano. Come diritto del singolo di poter, in coscienza, decidere di non soffrire più e pretendere di essere accompagnato verso la pace della morte.
Non può esserci alcuna legge che possa condannare un essere umano alla devastazione e alla insopportabile sofferenza.
Esistono situazioni in cui la stessa esistenza coincide con la tortura e nessuno dovrebbe ipocritamente voltarsi dall’altra parte. Ci vuole rispetto per chi soffre e ci vuole il coraggio di rispettare chi vede nella morte solo una liberazione.
La dignità dovrebbe essere parte fondamentale ed integrante della vita e anche la scelta di morire con dignità è amore verso la vita.

  Spero che questo mio breve scritto non offenda chi la pensa diversamente da me. A costoro rispondo con le parole attribuite, ingiustamente, a Voltaire:

«Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo».

Gianni ZANIRATO

 

https://www.youtube.com/watch?v=LPKSubavxtE

 

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