Il dolore: problema o alleato?

“Con la mia macchina, vi faccio saltare la testa in un batter d’occhio, e voi non soffrite.” Con queste parole Joseph-Ignace Guillotin propose all’Assemblea Nazionale Francese l’utilizzo della ghigliottina. Questa non nacque infatti come strumento del Terrore rivoluzionario ma come mezzo per eliminare il dolore nelle esecuzioni capitali. Non a caso Guillotin, prima che politico, era un medico.

Il dolore è una condizione estrema per chi lo patisce e anche per chi gli è vicino. Il cervello umano, grazie ai neuroni a specchio, è costretto all’empatia e non può tollerare il dolore degli altri. Questo vale a maggior ragione per il personale di cura a tutti i livelli: dai familiari e gli amici ai soggetti professionalmente deputati (medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi, educatori, ecc.).

E’ indispensabile cercare di eliminare il dolore. L’Italia è giustamente criticata dalla Organizzazione Mondiale della Sanità per il basso utilizzo della morfina che ha anche radici culturali e religiose (tu partorirai con dolore) ma anche da incredibili complicazioni burocratiche costruite per uno storico affetto dei legislatori nostrani per la burocrazia.

Il dolore può raggiungere livelli così alti da spingere alla morte. Così avviene nel dolore acuto che spezza il cuore, come nel dolore prolungato che modifica in modo gravissimo la qualità della vita. Uno degli sforzi che l’umanità ha sempre perseguito è l’eliminazione del dolore (liberaci dal male, invoca la preghiera del Padre Nostro). Insieme alla asepsi, la più grande conquista della chirurgia è stata la scoperta e l’introduzione dell’anestesia in sala operatoria.

Se però è giusto combattere il dolore, è fondamentale interpretarlo. Esso è infatti un indispensabile alleato per la salute umana. Infatti, superata una certa soglia, ignorarlo è impossibile: il dolore urla. Questo è un vantaggio per chi ne soffre perché lo spinge a cercare un rimedio o un aiuto.

E’ altrettanto importante per il personale di cura che, prima che intervenire per eliminarlo, deve comprenderne le origini e la natura. Non farlo può risultare disastroso.

Quando ero appena laureato studiai per mio conto la semeiotica (lo studio dei sintomi e dei segni) che allora il corso di laurea in medicina incredibilmente non comprendeva. Ricordo un terribile episodio raccontato dall’autore del libro di semeiotica chirurgica. Un famoso chirurgo, mentre stava per recarsi in sala operatoria, ricevette una telefonata del figlio che gli riferì un dolore alla pancia. Il padre, pensando all’intervento che doveva fare, gli suggerì sbrigativamente di mettere un buscopan. In effetti, il dolore passò in breve tempo e il figlio andò regolarmente a scuola. Qui però l’effetto del farmaco finì e nel frattempo l’appendicite (questa era l’origine del mal di pancia) silenziosamente si trasformò in peritonite. Fu inutile la corsa in ospedale e l’intervento d’urgenza fatto dallo stesso padre: il ragazzo morì. L’autore del libro chiamava in causa della tragedia la malposta supposta.

Queste parole, a distanza di quaranta anni, le ricordo ancora come un terribile monito e le ho usate come una guida nella mia professione. Ho ritenuto indispensabile trovare il tempo di ascoltare il dolore che i pazienti mi riferivano e di interpretarlo. L’ho cercato con un interrogatorio attento e prolungato. L’ho persino suscitato nelle visite al letto dell’ammalato quando questo era mascherato da una vaga e indistinta sofferenza cercandolo tramite i punti caratteristici (la trigger zone del trigemino, il punto di McBurney dell’appendicite, il segno di Murphy nelle affezioni della colicisti, ecc.). Ho sempre resistito soprattutto alla tentazione di metterlo a tacere senza cercare di comprenderne l’origine, presupposto fondamentale per costruire un percorso di cura.

Spero di esserci riuscito.

di Angelino RIGGIO

 

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