ARABIA SAUDITA

Nell’ultimo numero di piazzadivittorio.it un interessante articolo a firma di Angelino Riggio tratteggia, con chiarezza, i problemi che dilaniano il medio oriente e le sue propaggini verso l’estremo oriente: un’area geografica e politica straordinariamente importante nello scacchiere mondiale.

Una importanza che deriva dalle enormi ricchezza che sono presenti in quei territori e che costituisce uno nodo di fondamentale importanza geografica e strategica; un’area che vede milioni di persone profondamente divise in forza di fratture religiose ed ideologiche, etniche e culturali. Un’area che è stata spesso oggetto di “interessi” del mondo occidentale, dell’Inghilterra e, particolarmente, degli Stati Uniti, interessi che sono venuti spesso a collidere con contrapposti interessi della Russia e che trova in questo suo passato, anche recente, argomenti, molto spesso fondati, per un radicalismo anti occidentale rischioso per la stabilità dell’intero sistema e del mondo intero. E’ sufficiente richiamare alla memoria l’avventura irachena e la conseguente deflagrazione del terrorismo sotto le diverse coperture ideologiche che spaziano da Al Qaeda sino all’Isis!

Un’area geo-politica, come ben si evince dall’’articolo citato, che è percorsa oggi da due fenomeni tra loro assai diversi che esplicano i loro effetti in forme non facilmente comprensibili e, ci si può chiedere, quanto controllabili dagli interessati.

Il primo fenomeno riguarda l’esaurirsi della influenza statunitense, peraltro foriera di tensioni oggi, già evidente nell’area durante la presidenza Obama ed oggi resa assai più complessa e profonda dalla politica di Trump, caratterizzata dalla discontinuità totale rispetto al passato (all’era Obama) e contrassegnata dalla non volontà di raggiungere e coltivare un qualunque accordo: una politica sembra più segnata dalle rinnovate collaborazioni con gli ambienti e con i governi più schierati e più radicali come il regime saudita e la destra israeliana. In questo senso l’Iran sciita è sentito come un nemico e le opzioni politiche possibili in quell’area sono segnate da questo assunto.

E’ un vuoto di iniziativa politica di ampio respiro che quindi colloca l’America da una parte specifica dello scacchiere attribuendo la patente di nemici o di schieramenti ostili ad una vasta porzione delle forze presenti nell’area con le quali non viene neppure tentato di esplorare un ambito comune. Naturalmente questa situazione di progressiva radicalizzazione apre grandi spazi all’attivismo dell’altra potenza globale offrendole spesso concrete occasioni di insediamento nell’area: la Russia di Putin. Ne registriamo il ruolo di primo piano, ad esempio, nelle tormentate vicende siriane, nelle quali la regia è saldamente in pugno a Putin il quale ha lanciato, proprio in questi giorni, un piano per la pacificazione della Siria concordato con Turchia ed Iran.

E’ fortemente indicativo della profonda evoluzione delle relazioni internazionali in atto in quell’area il nuovo interesse della Turchia nei confronti della Russia di Putin e viceversa: pochi anni fa le relazioni tra i due stati erano fortemente in crisi, al limite della rottura, mentre oggi sono, almeno formalmente, in ottimo stato.

Duole constatare l’assenza dell’Europa che dovrebbe avere a cuore non solo la stabilità sociale e politica di un’area a forte rischio di implosione (o esplosione) ma anche la stabilità delle relazioni tra i diversi stati come presupposto per un sistema di pacifiche relazioni: anziché dar corpo a politiche comuni europee mirate alla stabilizzazione ed al disinnesco delle tensioni tra le diverse fazioni in campo (ad esempio rispetto alla questione iraniana posta con forza e con poca lungimiranza da Trump, …) assistiamo ad iniziative autonome, per alcuni aspetti di un certo impatto mediale, come quella del presidente francese che si propone come mediatore nella vicenda delle dimissioni di Hariri dalla carica di premier del Libano, dimissioni che sembrano inquadrarsi nella strategia saudita tendente ad imporre un cambiamento al vertice del governo libanese. Il passo di Macron sfrutta una “antica amicizia tra l’Eliseo ed il clan Hariri” come titola Repubblica: da almeno quarant’anni quel clan, infatti, è il nodo della politica e degli affari tra la Francia ed il Medio Oriente. E’ qui che passano, fin dai tempi di Chirac e Sarkozy, forti legami economici connessi principalmente all’edilizia ed agli armamenti. Un interesse quindi politico ed economico.

Il secondo fenomeno, in atto in questi mesi nell’area, riguarda il tentativo di affermazione della leadership di alcuni gruppi economici o religiosi e di alcune nazioni: tra questi certamente l’Iran e certamente l’Arabia Saudita che utilizzano come territorio dello scontro anche le esistenti fratture religiose (principalmente lo scontro tra gli sciiti ed i sunniti) e l’ambito fisico della Siria e delle aree contigue. Un interessante servizio apparso su L’internazionale del 17 novembre offre un quadro assai istruttivo su quanto sta avvenendo in Arabia Saudita, secondo produttore mondiale di petrolio e prima tappa, nella capitale Riyadh, del primo viaggio all’estero di Trump nel maggio di quest’anno: paese di profondi contrasti che spaziano, ad esempio, dai codici tribali della cultura del deserto (le donne potranno prendere la patente di guida solo dal 2018, grazie ad un decreto reale del settembre scorso!) sino alla sfarzosa esibizione di ricchezze straordinarie, all’enorme peso delle spese militari sul Pil (il secondo più alto indice mondiale) fino al riconosciuto ruolo di finanziatore delle milizie estremistiche islamiche in Afganistan, Pakistan, Siria ed Iraq. Per inciso la visita di maggio del presidente americano ha prodotto la sottoscrizione di un contratto per la fornitura di armi statunitensi per oltre 100 miliardi di dollari nell’immediato e per un importo pari ad oltre il doppio nei prossimi dieci anni: una “garanzia per la sicurezza dell’area del Golfo contro la nefasta influenza dell’Iran” il commento di Trump!

Si coglie in questo una sorta di imprimatur americano circa la politica espansionistica dell’Arabia Saudita contrassegnata, ad esempio, verso la fine di marzo dall’ingresso delle truppe saudite nello Yemen. Un effetto immediato, proprio a ridosso dei giorni della visita di fine maggio del presidente americano, lo si registra il 5 giungo quando Riyadh rompe le relazioni diplomatiche col Qatar accusato di essere un sostegno del terrorismo (!) e di avere buoni rapporti con l’Iran. Ancora: nei primi giorni di novembre l’Iran è accusato di aver fornito un missile ai ribelli yemeniti contro i quali le truppe saudite stanno lottando dall’aprile di quest’anno.

In realtà nella monarchia saudita è in corso una lotta per l’assunzione del potere (assoluto) da parte del principe ereditario Mohammed bin Salman, figlio (uno dei tanti) del re in carica: alla tradizionale e consolidata usanza di ripartire il potere tra i diversi discendenti del re si sta sostituendo la trasmissione del potere direttamente da padre a figlio, escludendo quindi i rami collaterali in precedenza invece coinvolti con l’assegnazione di ministeri importanti. Una lotta che viene giocata all’interno della corte saudita: una campagna di epurazione che vede l’arresto, in una vera e propria retata contro la corruzione, di oltre 200 persone di alto rango, tra cui undici principi, molti ministri ed imprenditori. Il colpo di stato, come è stato definito da osservatori neutrali, avviene tra il 4 ed il 5 novembre mentre a Riyadh è presente il primo ministro libanese Hariri: le cronache segnalano le sue dimissioni dalla carica. Un atto per lo meno strano che vede rassegnare le dimissioni in un paese diverso dal proprio in occasione di una visita ufficiale all’estero: alcuni commenti della stampa sostengono che le dimissioni del primo ministro siano state “caldeggiate” dalle autorità saudite da sempre riferimento per gli affari della ricchissima famiglia Hariri. Lecito ogni dubbio al riguardo anche quello relativo ad una supposta “prigionia” (ipotesi sostenuta dal ministro degli esteri tedesco) che troverebbe la propria ragione nella insofferenza saudita circa il peso crescente che avrebbero nel Libano gli hezbollah sponsorizzati dall’Iran!

Tale offensiva contro gli hezbollah sciiti ed il Libano, in atto da tempo, vede questo episodio come uno dei tanti che l’hanno fin qui caratterizzata e che probabilmente, sostengono gli osservatori, continuerà da parte dell’Arabia Saudita con “colpi” di natura economica come ad esempio un giro di vite, portato avanti con gli Stati Uniti, sul sistema bancario libanese accusato di riciclare i proventi dell’economia dell’estremismo islamico. Una vera e propria battaglia condotta con gli strumenti della finanza e dell’economia, un segnale inoltre dell’avventurismo della politica americana che fomenta le tensioni incurante delle conseguenze possibili.

Certo l’intervento del presidente francese che ha “invitato” all’Eliseo Hariri in qualità di “primo ministro del Libano” sblocca una situazione che avrebbe potuto anche diventare imbarazzante per i sauditi. E’ tuttavia un segno del ruolo non marginale della Francia all’interno del complesso problema Libanese: registriamo l’invito di Macron a Teheran (sciita) perché sviluppi una “strategia regionale meno aggressiva ed a rivedere il suo programma balistico”. Una situazione da seguire con molta attenzione, tenuto anche conto del silenzio dell’Europa al riguardo: alla presa di posizione francese la risposta iraniana è stata molto netta e stizzita mentre rispetto ai dubbi tedeschi sulle supposte pressioni circa le dimissioni di Hariri la risposta è stata il richiamo a Riyadh dell’ambasciatore a Berlino.

Una situazione politica in forte movimento sulla quale non saranno certamente marginali gli effetti della proposta di soluzione politica della questione siriana avanzata da Putin e condivisa con la Turchia e l’Iran. Una proposta “comunicata” ad Assad, convocato a Soci sul Mar Nero, della quale sono stati messi a parte il governo americano, il re saudita ed il presidente israeliano (a dimostrazione della capacità del presidente russo di muoversi sullo scacchiere internazionale in una logica di potenza globale!).

di Carlo NOVARINO

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