L’ATTENTATO IN SINAI

Come ogni bestia ferita, l’Isis è ancora più feroce e sanguinaria.

Lo abbiamo visto venerdì mattina nell’assalto alla Moschea  al Rawda di Bir al Abed, una città nel nord della penisola del Sinai, in Egitto. E’ stata una operazione di estrema crudeltà. I terroristi hanno usato bombe, sparato sui fedeli, incendiato le auto in sosta, colpito le ambulanze e i soccorritori. Il bilancio è stato drammatico: 305 morti (di cui 27 bambini) e più di cento feriti.

Si tratta però di un segnale di debolezza e non di forza.

L’Isis perde ogni giorno terreno. Il sogno dello Stato islamico è in pezzi.

Dopo essere divisi in gruppi sparsi e assolutamente minoritari nel mondo arabo, negli ultimi anni i terroristi islamici (che, ricordiamolo, sono contrapposti in gruppi che si contendono l’egemonia e si odiano tra loro) pensavano di costruire un vasto Stato in Medio Oriente.

Come per Osama Bin Laden e la sua al Qaeda, l’origine dello Stato islamico va ricercata negli errori e nel cinismo della politica degli USA. La vicenda è, come tutta la geopolitica in Medio Oriente, molto intricata. Cercherò di semplificare, chiedendo subito scusa per i difetti che questo può implicare.

Bisogna risalire alla rivoluzione khomeinista che ha deposto lo Scià di Persia Reza Pahlawi, stretto alleato degli Stati Uniti. Da allora l’Iran è stato la spina nel fianco della potenza americana che mirava al controllo totale dell’area e delle sue ricche risorse energetiche. Per questo ha incoraggiato, sostenuto politicamente, finanziato e armato il dittatore iracheno Saddam Hussein. Questi ha intrapreso una guerra sanguinosissima con l’Iran durata otto anni (1980-1988) e che ha causato oltre 600.000 morti. Di questo conflitto si è parlato pochissimo: qualcuno l’ha nominata la guerra dimenticata e in Iran è conosciuta come la guerra imposta e, detto tra parentesi, l’Italia fu coinvolta nella fornitura all’Iraq di materiali per la costruzione di armi chimiche.

Concluso il conflitto, l’Iraq assunse il ruolo di potenza regionale grazie a uno degli eserciti più forti dell’area e alla migliore qualità del petrolio dei suoi vastissimi giacimenti. Questo non andava bene agli Usa che, quando Saddam Hussein invase il Kwait, fecero guerra all’Iraq. Il Presidente americano George Bush, alla fine del conflitto, si accontentò di avere indebolito Saddam Hussein.

Non così fece suo figlio, George W. Bush, che per la sua incapacità era ai minimi storici di consenso prima dell’attentato alle Torri Gemelle del 2001. Per un Presidente USA una guerra è il miglior modo per risalire nei sondaggi (penso con preoccupazione a Trump).

Bush junior di guerre ne scatenò due: una contro l’Afghanistan per eliminare i talebani (e sappiamo come è andata a finire) e l’altra contro l’Iraq. Ovviamente gli USA sconfissero Saddam ma George W. Bush non ebbe l’intelligenza del padre: uccise Saddam Hussein e sciolse il partito al potere Baath, vero nucleo politico amministrativo dello Stato.

Da allora l’Iraq è nel caos. Semplificando oggi è diviso in tre zone: quella più a sud, intorno a Bassora, è la più ricca e industrializzata ed è in mano agli Sciiti (vicini all’Iran); quella più a nord, con ricchi giacimenti petroliferi, è abitata dai curdi; la zona centrale, intorno a Bagdad, è la più povera ed è occupata dai sunniti. Questi facevano riferimento al partito Baath e di fatto si sono visti privati di potere e privilegi. E’ stato facile così per l’Isis insediarsi nella zona e prenderne l’egemonia.

Nel frattempo è scoppiata la primavera araba in Siria. Assad ha fatto levare i suoi aerei da guerra contro il suo popolo e la Siria è diventata il teatro di un conflitto mondiale in miniatura dove ogni Stato del Medio Oriente e ogni potenza mondiale aveva interessi e forze militari. In questo caos l’Isis è riuscita a occupare una vasta area confinante con la zona che aveva occupato in Iraq e a costituire uno Stato: una dittatura oscena con imposizioni sui costumi, con tasse esose, basata su una violenza insopportabile contro il popolo delle zone occupate. Questo prima ha scelto la strada dell’emigrazione e poi della ribellione. Questo fenomeno è stato sottovalutato dalla stampa che ha messo in evidenza, per la attuale dissoluzione dello Stato Islamico, l’azione militare (certamente decisiva) dell’esercito del dittatore Assad appoggiato dai russi in Siria e del debolissimo governo iracheno sostenuto dagli USA.

L’Isis si è di certo indebolita per le sconfitte subite in Siria e Iraq ma anche perché la maggior parte dei musulmani non guarda con simpatia a questo gruppo. Molti hanno visto e sperimentato sulla propria pelle le atrocità dei Mujahidin. Certamente l’Isis ha amici e finanziatori ricchi e potenti, soprattutto tra i Wahabiti, che vivono nei Paesi del Golfo. Ma la perdita di consenso tra gli islamici è un durissimo colpo. Lo dimostra il bersaglio dell’attentato in Sinai. Non era contro i cristiani o i copti. Il bersaglio erano i Sufi, rappresentanti dell’Islam mistico e moderato.

di Angelino RIGGIO

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