IL NORD AFRICA: UN’AREA DELICATA

Il cosiddetto Califfato, lo “stato islamico” del califfo Al Baghdadi che tra il 2013 ed il 2014 si insedia progressivamente in una ampia porzione (nel momento della massima espansione occupa un’area ampia quanto l’Inghilterra) del territorio tra la Siria e l’Iraq, riuscendo a ramificarsi ed a diffondere la propria presenza in Tunisia ed in Libia negli anni successivi e nel nord del Sinai egiziano, affiliandosi a forze locali del radicalismo islamico o sfruttando situazioni di crisi locale.

 

Dopo le sconfitte di questi mesi che hanno comportato la pressoché totale perdita del territorio tra la Sira e l’Iran ma non la scomparsa dell’Islam radicale ultra-conservatore, dobbiamo ritenere che la “sfida” al mondo musulmano più moderato ed al mondo occidentale “corrotto” prosegua in almeno due direzioni, già segnate, purtroppo, da accadimenti efferati e sanguinosi:

 

– da una parte il dissolvimento delle milizie jihadiste provoca la “diaspora” dei miliziani ed in particolare di coloro che a queste si erano aggregati partendo da molti paesi occidentali: il ritorno dei foreign fighters in patria, di coloro cioè che erano stati attratti da un processo di radicalizzazione estrema ed erano partiti per combattere armi in pugno sotto le bandiere del Califfo. Un ritorno che porta odio e rancore e che rischia di fungere da detonatore, direttamente o attraverso “cellule dormienti”, per iniziative, veri e propri attentati contro la società occidentale: l’elenco di attentati è già troppo lungo.

 

– dall’altra il trasferimento delle forze rimaste verso le aree del nord Africa a partire dalla Libia e dalla Tunisia, dove sono attivi e consolidati i collegamenti con le aree del radicalismo islamico, e nell’area del Sinai, un territorio senza legge e quindi favorevole alle azioni terroristiche: la carneficina nella moschea di “al Rawda” del nord del Sinai con i suoi oltre 300 morti è un tragico esempio a conferma di questa disseminazione terroristica.

 

Una espansione verso il nord Africa che è già stata tentata negli anni 2015 e 2016: ricordiamo i 21 lavoratori cristiani copti presi in ostaggio e sgozzati su una spiaggia vicino a Sirte in Libia con la tragica messa in scena delle bandiere jihadiste al vento, ricordiamo le azioni terroristiche contro i turisti del Bardo a Tunisi (con oltre 20 morti) e sulle spiagge di Sousse (30 i morti).

 

La Tunisia ha retto l’ondata di terrore che l’ha colpita: la recente conquista della democrazia, unico caso tra i regimi investiti dalla Primavera Araba, è stato un potente “antibiotico” contro l’estremismo. Occorre tuttavia chiedersi quanto quello stato possa reggere, da solo, contro i possibili ulteriori colpi di quest’ultimo: da quella società sono partiti i “combattenti radicalizzati” in numero molto elevato, quasi a segnalare come la conquista e l’esercizio della democrazia non abbia permeato tutti gli strati sociali, anzi ne abbia radicalizzato le ali estreme, e che quindi il problema del ritorno o del “contagio” possa essere davvero un problema.

 

In Libia la situazione è, al contrario, drammatica: il dissolvimento dello stato conseguente alla rivolta contro Gheddafi ed a quanto ne è derivato ha gettato le basi per una situazione favorevole al radicamento dei fondamentalismi ed alla esplosione di vere e proprie attività di tratta degli esseri umani, come i recenti drammatici esempi di forme di schiavitù hanno dimostrato al mondo intero. E’ un territorio in cui si “confrontano” due governi radicati nelle due estremità nord est ed a nord ovest, di cui uno riconosciuto dall’Onu (al Sarraj a Tripoli) e l’altro (Haftar) dall’Egitto, un confinante potente, e che vede nelle parti meridionali il predominio di etnie o tribù di beduini le cui alleanza variano in rapporto a specifiche convenienze. Un territorio ricco di giacimenti energetici in grado di far gola a molte nazioni. Ed è vero che se da Sirte i jihadisti sono stati scacciati è altrettanto vero che gruppi islamisti armati, approfittando del caos esistente, abbiano messo le mani sul traffico dei migranti che inquieta l’Europa e spaventa l’Italia e, di fatto, distrugge migliaia di vite.

 

Una situazione drammatica sia dal punto di vista umano e sociale che dal punto di vista politico: lo è per quelle popolazioni e per le popolazioni che dall’Africa centrale, in fuga dalla miseria, transitano su quei territori ma lo è anche per l’Europa e per l’Italia: i nuovi flussi della “disperazione” non solo rischiano di travolgere equilibri sociali e relazionali già provati dalle ondate precedenti (la crescita dell’estrema destra, il riapparire di organizzazioni neonaziste o xenofobe è, purtroppo, un fenomeno in crescita in tutta Europa; a Como un gruppo di naziskin ha fatto irruzione nei locali di una associazione che aiuta i profughi urlando “stop all’invasione”!) ma nascondono al loro interno pericolose aree di possibile inquinamento da parte del fondamentalismo islamico (la tratta delle persone è attività criminale fonde di lucro,…).

 

Non si possono sottovalutare anche i pericoli di “inquinamento da radicalizzazione” delle società locali attraversate da questi fenomeni: uno studio Usa ha analizzato (nel 2015) oltre 46 mila account twitter di sostenitori dell’Isis rilevando che tra i primi 10 paesi di residenza 8 erano in Medio Oriente e Nord Africa!

 

Stiano assistendo in questi giorni a due interessanti iniziative che pongono al centro della attenzione internazionale l’Africa, i suoi drammi e le sue opportunità; due iniziative tra loro assai diverse ma che sembrano segnare una attenzione, finalmente, ai problemi strutturali di quel continente a noi così vicino e che mirano a porre qualche tassello per invertire la rotta che ha visto sinora considerare quei territori come aree da cui raccogliere soltanto risorse da consumare altrove.

 

La prima iniziativa si svolge a Roma da 30 novembre al 2 dicembre: il Forum Med “Mediterranean Dialogues”, promosso dal Ministero degli esteri italiano e dall’ISPI di Milano, che quest’anno, giunto alla terza edizione, si pone l’obiettivo di “mettere la questione Mediterraneo al centro della politica europea. Un percorso ancora lungo e difficile da completare, ma se situazioni spinose come la crisi libica iniziano con fatica a conoscere miglioramenti, se la questione migranti è oggi diventata un tema imprescindibile da affrontare in tutti i vertici europei. è grazie al lavoro che abbiamo fatto in questi anni anche attraverso momenti di confronto e di discussione come il Forum”, ha dichiarato Gentiloni, auspicando un nuovo rapporto tra Africa ed Europa. La questione del terrorismo è uno dei temi centrali e viene affrontato collegandolo alla “insicurezza sociale”, alla prospettive di sviluppo ed ai fenomeni devastanti delle migrazioni: è interessante verificare che ai lavori partecipano il presidente del Libano, il segretario della Lega Araba, il ministro degli esteri russo, quello iracheno ed i colleghi saudita ed egiziano.

 

Non si conoscono ancora gli esiti dell’incontro: tuttavia non si può non prendere atto che si tratta di una iniziativa di ampio respiro che tenta di far emergere i propositi e le prospettive che diversi attori internazionali disegnano per questa regione. Un approfondimento che prende le distanze da un attivismo di alcuni governanti europei (Macron in prima fila) che hanno lanciato proposte su alcuni di questi problemi avendo più interesse ad “apparire” che quello di delineare nel concreto azioni specifiche: alcuni commentatori “maligni” hanno sostenuto che le uscite del presidente francese erano un tentativo per aprire un varco agli interessi nei confronti delle risorse energetiche di quell’area! In fondo l’Europa fa fatica ad esprimere una concreta opzione di politica estera che sia la traccia per i suoi stati membri e che superi gli interessi nazionali. La speranza che i risultati del Forum costituiscano elemento di riflessione per l’Europa tutta e partecipino alla elaborazione di una comune politica.

 

La seconda iniziativa è il vertice in Costa d’Avorio, ad Abidjan, tra l’Unione Europea (questa volta è proprio la UE) e l’Unione Africana; un vertice a cui partecipano il premier italiano, il presidente francese, la cancelliera tedesca, il premier belga e quello svedese, che ha affrontato il problema che oggi segna i rapporti tra i due mondi: i migranti. Una nutrita presenza accomunata da un progetto condiviso (finalmente!) relativo alla costituzione di una task force comune tra Onu, UE ed UA per proteggere i migranti lungo le rotte migratorie, soprattutto il Libia, per aiutare i libici a gestire i campi profughi, per eliminare i centri di detenzione illegale e per limitare i traffici. E’ auspicabile che questo significhi un controllo del territorio e della costa libica e che consenta una azione di assistenza ai migranti, di carattere umanitario e non solo, ed anche una politica di rimpatri senza che questi segni, come è avvenuto spesso, un atteggiamento irrispettoso (neo colonialista è stata la definizione usata da un ambasciatore africano) per l’Africa.

 

Il secondo tema trattato era quello della sicurezza e della lotta la terrorismo: la conclusione a questo riguardo è l’appoggio della UE alla “Forza militare africana G5”, che vede soldati di Mali, Niger, Mauritania, Burkina Faso e Ciad impegnati in operazioni contro i gruppi jihadisti del Maghreb islamico.

 

Agli impegni assunti l’UE deve tener fronte con le necessarie risorse: avremo modo di esaminare nel prossimo futuro quale sarà l’impegno concreto.

di Carlo NOVARINO

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