LA CADUTA DELL’IMPERO ROMANO E L’IMMIGRAZIONE

Quando ero alle Elementari mi spiegarono che la fine dell’impero romano fu dovuta alle invasioni barbariche. Ma una domanda mi affiorava ogni tanto: come mai l’esercito più potente del mondo era stato sconfitto da bande male armate e arretrate di un popolo non civilizzato?

Si trattava, scoprii lentamente  più tardi, di truppe prive di un’arte militare formidabile e consolidata  come quella dell’impero. Più avanti seppi anche che non erano affatto giganti feroci come li presentavano i film: nel 378 d. C. l’imperatore Valentiniano I, con una politica di inclusione tardiva, abbassò il minimo di statura per consentire di arruolare reclute barbare (si trattava, con le dovute eccezioni, di persone basse perché poco nutrite: quanto ci sia un rapporto diretto tra nutrizione e altezza lo dimostrano i nostri figli che, mediamente, sono più alti di noi e dei nostri padri).

A rispondere alla mia domanda fu l’opera monumentale di Teodoro Mommsen e degli storiografi che lo hanno seguito. Come ci insegna il corso sulle Rivoluzioni della Scuola di Formazione Politica: non esistono eventi ma processi. La caduta dell’impero romano non fu un evento (la deposizione di Romolo Augustolo nel 476 d. C.), non fu legato alla forza delle invasioni barbariche ma a un lungo processo di dissolvimento della sua struttura politica e sociale.

Riepilogando, le cause che hanno individuato gli storici sono state:

  • il calo demografico e l’innalzamento dell’età media dovuto non solo alle guerre ed alle carestie, ma anche alle epidemie che si diffondevano molto velocemente e causavano numerose vittime;
  • la crisi economico-produttiva nelle campagne legata alla scomparsa della piccola proprietà e alla creazione di enormi latifondi unita al crollo dei traffici commerciali, all’inflazione galoppante e, quindi, al ritorno ai pagamenti in natura;
  • la crisi e la fuga dalle città per la miseria della plebe, le malattie infettive per le disastrose condizioni igieniche e, nell’ultimo periodo, per le aggressioni barbare;
  • la perdita di coesione sociale, dovuta all’enorme squilibrio nella distribuzione della ricchezza: lusso eccessivo per pochissimi privilegiati e povertà estrema per la grande massa dei contadini e del proletariato urbano;
  • la mancanza di consenso nei confronti del governo centrale, causata anche dalla degenerazione burocratica: da una parte corruzione sistematica, dall’altra eccessivo peso fiscale che finiva per gravare sui ceti meno abbienti;
  • i difetti del sistema costituzionale, con il governo centrale condizionato dallo strapotere dell’esercito e sempre a rischio di usurpazione. Con le dovute eccezioni, la vita media di un imperatore, parlo della vita fisica, dopo la sua proclamazione era di tre anni (più o meno la durata di un governo in Italia).

Su queste crescenti debolezze si innestò l’avanzata dei popoli barbari. Questi non vanno considerati però in modo indistinto.

L’impero confinava a sud-est con i Parti, con i quali era in equilibrio militare e a sud con l’Africa, ampiamente romanizzata. La frontiera nord e nord-occidentale era confinante con i famosi barbari.

Il confine, partendo dal Mar Nero e andando verso la Britannia (dove continuava con il Vallo di Adriano, ma questa è un’altra storia) seguiva il corso del Danubio e del Reno che presentavano, considerate le difficoltà tecnologiche di allora, le stesse difficoltà di attraversamento oggi del Mediterraneo tra la Libia e la Sicilia. I popoli che vivevano oltre frontiera erano per lo più pacifici e dediti all’agricoltura. E poveri. Poveri, quanto poteva essere l’attività produttiva in quella zona in confronto ai granai della Sicilia, dell’Egitto o della Spagna. Per loro le terre dell’impero significavano pace e benessere.

I soldati romani delle legioni di frontiera, con più intelligenza del governo centrale, avevano fraternizzato ed erano comuni i matrimoni misti. La propaganda di Roma soffiava invece sul fuoco dell’intolleranza per giustificare i pericoli dell’impoverimento della popolazione (che aveva ben altre cause come abbiamo visto) e ricorrenti spedizioni militari quasi tutte perdenti. Eppure una politica di integrazione avrebbe potuto ringiovanire la popolazione, garantire nuove forze produttive, dare una spinta morale verso il futuro (cosa che i romani avevano perduto e che invece un popolo di giovani e in promozione sociale ha). Questo però avrebbe significato mettere in discussione lo strapotere dei ricchi e dei latifondisti che, possedendo enormi quantità di terre mal coltivate, avevano contribuito a creare la crisi economica. Questi parassiti sociali erano i sostenitori delle varie fazioni che si contendevano il potere con congiure e corruzione e mai la politica avrebbe consentito la redistribuzione delle terre e tantomeno delle ricchezze (erano solo istituzioni di facciata quelle che dicevano di tutelare i poveri come il defensor plebis).

Nel frattempo i popoli pacifici confinanti con l’impero e respinti dai romani erano sempre più pressati da popoli meno civilizzati di cacciatori-raccoglitori e più dediti alla guerra come gli Unni che li depredavano e diffondevano il terrore.

Per sfuggire a questa tenaglia si organizzarono militarmente e sfondarono là dove c’era più debolezza: verso un impero ormai al collasso.

Così, quella che poteva essere una occasione di rivitalizzazione di un impero decadente ne certificò  la fine, dando il via alle invasioni barbariche.

Come direbbe Orazio: “de te fabula narratur”. Questa storia parla di noi, del nostro presente.

Un’Europa ricca e tecnologicamente avanzata con uno stato sociale dignitoso ma vittima di invecchiamento, decadenza e instabilità politica legata soprattutto a una crescente disuguaglianza sociale oggi non è in grado di costruire una politica di accoglienza degli immigrati, gente giovane e desiderosa di futuro che potrebbe rivitalizzarla.

di Angelino RIGGIO

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