SIRIA: ALLA RICERCA DI UN NUOVO EQUILIBRIO

E’ in atto da qualche mese un processo di ridefinizione degli assetti complessivi dell’area del medio oriente di straordinaria portata e dagli esiti ancora non definiti: un processo complesso che ridefinisce in quell’area le alleanze e le sfere di influenza attorno ai nuovi centri del potere politico già affermati o che si stanno affermando regionalmente. Infatti, dopo mesi di scosse e di “sommovimenti” sembra che il sistema di relazioni tra gli stati e le potenze regionali in quell’area si stiano incamminando verso un assetto più chiaro.

L’area è stata profondamente caratterizzata dalle convulsioni del cosiddetto “Stato Islamico” che ha dominato per quasi cinque anni una vasta porzione del territorio in Siria e in una parte dell‘Iraq estendendo la propria presenza in modo significativo sia nel nord del Sinai che in alcune parti della Libia. Ora che la sconfitta dello Stato Islamico sul piano militare è emblematicamente segnata dalla scomparsa del Califfato e dalla conquista delle aree di radicamento delle milizie jihadiste, soprattutto nell’area della Siria e dell’Iraq, si è aperta la partita del riassetto complessivo di quell’area. Una sfida tra le grandi potenze mondiali e le potenze regionali, hanno intitolato i giornali.

Vediamo di comprendere quali siano gli attori e come questi si stiano muovendo su quello scacchiere così importante per il Mediterraneo e per i paesi che lì si affacciano.

La lotta armata all’Isis si è strettamente intrecciata alle vicende siriane che trovano origine con la rivolta di una parte della popolazione di quel paese contro il presidente Assad, sull’onda delle primavere arabe del 2011: a fronte di quel movimento le due superpotenze, da sempre presenti nell’area, si schierano, non sempre in modo netto e chiaro, per i due fronti opposti. Obama dichiara il sostegno alle forze che si oppongono al regime di Assad, anche se con un insieme di azioni non sempre così nette e comprensibili (si parla di tentennamenti della politica estera americana in quest’area) mentre la Russia di Putin assume la difesa del leader siriano in modo molto netto, soprattutto a partire dal 2015. Ricordiamo che la Russia ha due basi navali in Siria una a Tartus e l’altra a Latakia: due finestre sul Mediterraneo di importanza strategica che non possono essere messe in discussione.

Il conflitto in Siria come detto, si sviluppa formalmente contro lo stato islamico e le bande jihadiste e vede in campo le forze curde (la regione del Kurdistan interessa una vasta area del nord della Siria, del nord est dell’Iraq e del sud della Turchia) le milizie iraniane dei Pasdaran oltre a milizie scite libanesi, siriane ed irachene. Un “esercito” assai variegato, composto da gruppi che solo momentaneamente hanno condiviso il comune obiettivo di procedere alla distruzione dell’Isis, obiettivo peraltro declinato in modo diverso a seconda degli specifici interessi di ciascuna parte: un coacervo sul quale hanno operato gli americani, sostenendo soprattutto i curdi, ed i russi con il sostegno deciso ad Assad.

Attorno a questi si sono manifestati in modo evidente gli interessi o le preoccupazioni delle potenze regionali: la Turchia, per la quale i curdi (che occupano una vasta area nel sud est di quel paese) sono una spina nel fianco a causa delle forti aspirazioni alla autonomia e per la quale i curdi siriani sono “terroristi”, l’Iran scita, da tempo alla ricerca di un ruolo “egemone” nell’area, Israele che vede nell’espansionismo iraniano un rischio “capitale” per il proprio futuro tanto da colpire, con un raid del 2 dicembre, un centro militare a pochi chilometri dalla capitale siriana in cui sono attive le forze iraniane sospettate di attrezzare una propria base per ospitare armi e militari di Teheran ed, infine, l’Arabia Saudita che, soprattutto con la recente presa del potere da parte del principe ereditario Mohammed bin Salman, si ripropone come potenza regionale antagonista all’Iran (la vicenda delle dimissioni del primo ministro libanese Hariri, di fatto ”arrestato” durante una sua visita a Riyadh, è da leggersi come un pesante intervento sul governo del Libano contro la presenza in quel paese di truppe di hezbollah sponsorizzati dall’Iran!).

Un quadro composito e tormentato sul quale assistiamo ad una forte iniziativa di Putin che sembra avere in mano i fili di molte delle questioni: è sua l’iniziativa di riunire a Soci il 22 novembre il presidente iraniano Rohani ed il presidente turco Erdogan per definire un percorso comune verso la pace in Siria. Diversi gli interessi delle tre nazioni: Russia ed Iran sostenitori politici e militari di Assad mentre la Turchia si presenta come il principale, se non unico, sostenitore dei gruppi di opposizione al presidente siriano essendo venuta progressivamente meno, su tale fronte, la funzione omologa degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita.

In questo quadro, non ancora completamente delineato e ricco di sviluppi, la questione curda sembra essere destinata a venire sacrificata: a chiederlo con forza è la Turchia e Trump pare abbia deciso di sospendere le forniture militari che pure erano state copiose per alimentare la battaglia contro il Califfato.

Quindi per ora si adombra una Siria formalmente unita ma suddivisa in aree di influenza sottoposte al controllo delle potenze russa, turca, iraniana ed americana: un primo segnale in questo senso pare di scorgerlo nella ipotesi di una zona demilitarizzata profonda alcune decine di chilometri verso il Golan israeliano ed in una zona a nord ovest della Siria sotto il controllo turco.

Inoltre il “corridoio scita” che verrebbe a collegare Teheran a Beirut e quindi al Mediterraneo, frutto delle conquiste sul campo connesse alla marcia dei Pasdaran contro il Califfato, oltre a delineare un’altra porzione del territorio siriano assegnata al controllo di un paese straniero, verrebbe a costituire un concreto risultato della politica di affermazione di un ruolo guida da tempo perseguita dall’Iran. C’è da chiedersi quali saranno le reazioni dell’Arabia Saudita a questa novità.

L’America, per effetto della sua partecipazione agli eventi, ha allargato la sua presenza militare in Siria ed in particolare nella parte curda, nel Kurdistan iracheno e lungo il corso del Tigri e dell’Eufrate: una sorta di presenza “di contenimento” attorno al “corridoio scita” in grado di garantire anche Israele.

La Russia emerge da questa situazione come un “giocatore” di livello globale: non solo ha salvato Assad (e la propria consolidata presenza nel Mediterraneo) ma si caratterizza come una potenza mondiale che sa usare lo strumento della politica e della diplomazia insieme allo strumento militare: un ruolo che non sembra di potersi riconoscere ad alcuna altra potenza mondiale!

E’ solo in questo modo che ci si spiega la notizia, diffusa dal New York Times qualche giorno fa, secondo cui il Rais egiziano Al Sisi avrebbe concesso alla Russia l’uso di alcune basi navali e dello spazio aereo egiziano consolidando una presenza della flotta russa nel Mediterraneo come mai in passato: una nuova alleanza dovuta, sembra, al raffreddamento delle relazioni con gli Stati Uniti.

Un quadro complesso, come si può facilmente comprendere, tutto giocato con attori da sempre presenti in quell’area ma che segna come elemento di grande novità il rinnovarsi di alleanze ed il frantumarsi di rapporti che sembravano consolidati: si pensi ad esempio al ruolo della Turchia che da alleato filoccidentale e perno del sistema Nato in un breve periodo ha consolidato una relazione, ovviamente sulla base di una straordinaria real-politik, con la Russia.

Un quadro complesso ed ingarbugliato che non ha visto segni di interesse da parte dell’Europa: soltanto nella conferenza Med organizzata dal Ministero degli esteri italiano e dall’ISPI, conclusasi pochi giorni or sono, si è dedicata attenzione ai fatti che hanno profondamente inciso sugli assetti del Medio Oriente.

Troppo poco per costruire una seria politica estera comune ai paesi europei!

di Carlo NOVARINO

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