Macron: europeista a modo suo

Italia – Francia

In molte occasioni il presidente francese Macron ha avuto modo di delineare la sua visione dell’Europa e di indicare le azioni necessarie per rilanciare quel progetto: un europeismo di cui si è fatto paladino sin dalla campagna elettorale che l’ha visto vincitore, un europeismo che, nel quadro di una generale disaffezione, purtroppo, di molti governi e molti governanti, suona come una voce fuori dal coro, una sorta di appello a ripartire su quella strada. Un appello molto chiaro ed esplicito lanciato, ad esempio, ai primi di settembre ad Atene in occasione di una sua visita in Grecia, quando ha sottolineato con forza (“più tecnocrate che mai” il giudizio di un corrispondente francese) l’esigenza di una Europa più unita e forte, da rifondare nelle sue istituzioni perché non succeda più, diceva in quella sede, che si dimostri incapace di aiutare un paese in difficoltà (esplicito il riferimento alle traversie della Grecia ed al suo burrascoso rapporto con le istituzioni europee). Un appello ripreso più recentemente, subito dopo le elezioni in Germania, in un discorso alla Sorbona in cui è stato delineato il profilo di una Europa più forte, sovrana, unita e democratica che deve garantire la sicurezza dei suoi confini mediante una comune polizia europea, con il superamento del trattato di Dublino che scarica ogni onere sul paese in cui mette il piede chi fugge da guerre, dalla fame o dalle persecuzioni. Una Europa in grado di accogliere ed integrare coloro che hanno diritto all’asilo, ha sostenuto condividendo le proposte italiane, specificando tuttavia che coloro che non hanno diritto (e cioè quelli che sono alla ricerca di lavoro e di condizioni economiche migliori rispetto a quelle dei paesi di origine) devono essere riaccompagnati nei loro paesi. Una Europa che si muove verso un solo sistema di difesa, che assume la sfida dei cambiamenti climatici come terreno di ricerca, innovazione e sviluppo, che costruisce un futuro di occupazione per le giovani generazioni.

 

Emerge con una certa chiarezza il disegno di una Europa riformata nei suoi istituti in grado di essere un soggetto globale: un progetto che vede, sono sempre parole del presidente francese, nell’asse Parigi Berlino il fulcro del rinnovamento e del rilancio. Vien da pensare che la ripresa della leadership delle due nazioni che hanno fortemente guidato, nel bene e nel male, la UE sia un tentativo, neppure troppo sotto traccia, per affermare una sorta di premiership della Francia che approfitta della Brexit e dell’appannamento della Merkel a seguito del non brillante risultato delle recenti elezioni tedesche.

 

Siamo quasi certamente in presenza di un disegno che vede riprogettare lo spazio (economico, sociale e politico europeo) a partire da un nucleo di stati/economie/sistemi politici forti (leggasi Francia e Germania), nucleo al quale si devono/possono aggregare fin da subito quelle realtà che presentano caratteri omologhi. Sistemi forti che sperimentano forme di governance più preganti ed efficaci, che attuano con maggiore convinzioni politiche comuni: è il disegno di una Europa a più velocità che tiene insieme tutti gli stati partecipanti su politiche condivise più lasche e che vede integrazioni profonde tra alcuni stati membri, in una sorta di percorsi di lento avvicinamento dei meno integrati verso i più alti livelli di integrazione. Un progetto condivisibile se sorretto da politiche a lungo termine di “spinta alla condivisione ed alla integrazione”.

 

E’ tuttavia un progetto che premia le realtà più forti, quelle che non solo segnano problemi in termini di crescita e di equilibri economici ma che esprimono una forte ed indiscutibile credibilità politica fatta di stabilità e di autorevolezza. Certamente la Francia e, almeno sinora la Germania hanno presentato questo profilo, cosa che non è riconoscibile, purtroppo, nei confronti dell’Italia o della Spagna, per citare un altro esempio.

 

Il tutto poi si sposa perfettamente con la visione che il presidente francese (come del resto tutti i presidenti di quella nazione) ha del proprio paese nel quale riconosce un sistema virtuoso dal punto di vista politico e sociale, un sistema economico forte e sano, un sistema di governo stabile, verrebbe da dire oggi, senza pari un Europa, un sistema perfettamente in grado di dialogare almeno in termini di parità con la locomotiva tedesca. Una visione “sovranista”, secondo la definizione di alcuni autorevoli commentatori, che pone al centro delle azioni lo stato francese e che vede nell’Europa un nuovo stato sovrano a livello diverso frutto della confluenza delle sovranità statuali.

 

E’ con riferimento a questa logica che possono essere “lette” alcune azioni specifiche, molte delle quali indirizzate “contro” aspettative o speranze italiane che rimarcano come l’interesse della Francia e la difesa delle sue prerogative siano il riferimento primo ad onta di ragionamenti e proposte di condivisione e di cooperazione: ricordiamo, ad esempio, la vicenda Stx / Fincantieri ed il “conseguente” riflesso sul ruolo di Vivendi sul sistema della rete della telefonia, il ruolo ambiguo della Francia sulla recente vicenda libica sino a sconfessare l’attività dell’Italia e dell’organizzazione umanitaria dell’Onu, pensiamo alla questione immigrazione che ha visto l’Italia sostenere nuove regole all’interno dell’accordo di Schengen ed il blando sostegno al riguardo di altri partners che poi, nel concreto, bloccano in modo inaccettabile gruppi di richiedenti asilo al confine di Ventimiglia.

 

E così è “curioso” il ruolo della Francia sulla vicenda Ema (l’autorità europea sulla ricerca farmaceutica) che avrebbe dovuto ottenere il voto favorevole alla proposta di localizzazione a Milano e che, secondo voci accreditate a Bruxelles, sarebbe andato invece ad Amsterdam. Ricordiamo ancora la recente bocciatura di Padoan quale presidente dell’Eurogruppo dovuta, secondo una “fonte Ue di alto livello” (così recita La Stampa del 6 settembre)  al parere contrario di Macron con l’accordo della Merkel.

 

Ognuna di questi “sgarbi”, a ben vedere, trova motivo, ma non giustificazione sia ben chiaro, negli interessi puntuali della Francia che avrebbero potuto venir messi in discussione da soluzioni diverse: nel caso Stx (principale azienda cantieristica francese) l’opposizione si manifestava nei confronti del passaggio della maggioranza in capo alla Fincantieri che aveva rilevato le quote poste in vendita a seguito dell’uscita dalla compagine azionaria del socio precedente. Macron, smentendo impegni del precedente presidente Hollande, aveva posto di fatto il veto all’ingresso in maggioranza del socio italiano.

Soltanto la dura reazione del governo italiano, segnate anche dall’apertura, ancorchè tardiva, del dossier Vivendi /Telecom (in cui si sostiene l’interesse nazionale della rete delle comunicazioni che, quindi come tale, non può passare in proprietà ad operatori non nazionali), ha consentito, dopo un acceso e lungo confronto, all’ingresso in maggioranza della Fincantieri.

E’ stato accennato al ruolo ambiguo della Francia sulla vicenda Libica, in particolare riconoscibile nei rapporti con il governo del generale Haftar (governo non riconosciuto dalle Nazioni Unite) e da un eccessivo protagonismo manifestato nei momenti più delicati della recente iniziativa ad opera dell’Italia per costruire una cornice internazionale ai problemi della emigrazione e dei flussi in partenza dal Nord Africa. Uno scomposto attivismo che ha visto il presidente francese anticipare in una conferenza stampa le conclusioni a cui si sarebbe arrivati un paio di giorni dopo, sollevando piccati commenti di alcuni leaders medio orientali e nord africani e raccogliendo il “disappunto” di Gentiloni, uno degli attori principali della iniziativa. E’ probabile che questo attivismo miri a stabilire rapporti preferenziali con i gruppi di potere di quelle aree, perseguendo una strategia che aveva caratterizzato, purtroppo, l’attività di Sarkozy (ricordiamo che fu uno dei principali sostenitori della caduta di Gheddafi).

Per quanto riguarda la vicenda della mancata assegnazione a Milano della sede Ema, molti commentatori hanno sottolineato come, pur in presenza di un dichiarato impegno francese a sostenere la candidatura della città meneghina, circolasse una sorta di “fastidio” per l’eccessiva concentrazione in Italia di autorità delle EU e quindi un “fastidio” per un peso che si sarebbe consolidato da parte del nostro paese in ambito europeo. Analogamente la bocciatura di Padoan troverebbe le proprie motivazioni certamente nella breve durata del mandato in conseguenza della scadenza del governo italiano (con il rinnovo del parlamento e la formazione di un nuovo governo il ministro viene a decadere perdendo il requisito per essere presidente dell’Eurogruppo) ma sembra di capire anche nell’esigenza di non avere in quel posto un rappresentante “pesante” come lo sarebbe stato il nostro: Francia e Germania non sembrano gradire un interlocutore autorevole e determinato.

 

Certo non dobbiamo trarre le conclusioni che si debba aprire una sorta di “vertenza” con la Francia: i rapporti politici vanno curati, gestiti e trattati con durezza e senza cedimenti. In questo l’Italia è poco attrezzata ed il profilo di cui è portatrice aiuta poco. Disavanzo molto pesante, una situazione politica mai stabile, un sistema politico rissoso e disattento: sono elementi tutti che pesano e non aiutano certo a rendere la nostra nazione un credibile e rispettato interlocutore.

 

Non aiuta, ancora, l’avvio di una campagna elettorale in cui l’Europa rischia di apparire come la matrigna che pretende il rispetto di regole rigide ed assurde. Aiuterebbe ragionare dell’Europa che potremmo rilanciare e che potrebbe essere lo spazio democratico di garanzia e di tutela dei suoi cittadini e di sostegno allo sviluppo sociale, culturale ed economico.

di Carlo NOVARINO

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