12 DICEMBRE 1969 STRAGE DI STATO A PIAZZA FONTANA: INIZIA LA STRATEGIA DELLA TENSIONE

Ricordo, come fosse ora il 12 dicembre 1969. Ho 17 anni. Accendo la TV e lo speaker annuncia che c’è stata una strage in una banca milanese. Non si sa quanti siano i morti ed i feriti, si ipotizza sia scoppiata una caldaia. Una caldaia? Pensai fossero matti, mi sembrava impossibile che una caldaia potesse esplodere come una bomba. Si vedevano morti e feriti: una catastrofe. Non pensai ad un attentato. Non ne avevo ancora visti di contemporanei (troppi ne dovrò ancora vedere nei mesi e negli anni seguenti) conoscevo solamente, dal film di Rosi “Salvatore Giuliano”, l’eccidio a Portella della Ginestra in Sicilia (prima strage di stato nella storia della repubblica).

Da piazza Fontana (17 morti) inizia la “strategia della tensione”, con infiniti episodi di stragi ed attentati, che terminerà con la strage alla stazione di Bologna dell’agosto 1980 (85 morti) e quella del Natale del 1984 sul treno Rapido 904 (16 morti).

La Commissione Parlamentare Stragi ha affermato che erano state

seriamente progettate, in quegli anni, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre ma la risposta popolare rese improponibili quei piani. 
L’on. Rumor, presidente del consiglio (DC) non se la sentì di annunciare lo stato di emergenza. Il golpe venne rimandato di un anno, ma i referenti politico-militari favorevoli alla svolta autoritaria, preoccupati per le reazioni della società civile, scaricarono all’ultimo momento i nazifascisti. Costoro continuarono per conto loro a compiere attentati, spalleggiati e protetti dai servizi segreti deviati.

Cercarono anche di uccidere Mariano Rumor, con una bomba lanciata davanti alla Questura di Milano (4 morti e 45 feriti) il 17 maggio 1973, reclutando il terrorista fascista Gianfranco Bertoli. 

La strage di piazza Fontana viene ricordata come la “madre di tutte le stragi” e rimane una delle tante stragi rimaste senza colpevoli certi e senza giustizia. Sono passati 48 anni da quel 12 dicembre 1969. La bomba esplose a Milano, nella banca dell’Agricoltura, di pomeriggio. “È scoppiata una caldaia”, questo il primo allarme alla centrale radio della questura. Diciassette morti, una novantina i feriti. Non era, ovviamente, una caldaia ma il plastico, chiuso in una valigetta.

In 300mila andarono ai funerali. Impressionanti i visi della gente comune: trasmettevano una rabbia incontenibile. Chiunque c’è stato, o ha visto i filmati del corteo, ricorda il silenzio e il vento. Il golpe, che molti temevano, non ci fu. La violenza stragista ”non passò” tra la gente comune. Anzi la gente partecipò alle iniziative e alle lotte promosse dai partiti di sinistra e dai sindacati dei lavoratori.

Tutti i processi hanno individuato, senza il minimo dubbio, un gruppo di neofascisti come ideatori ed esecutori della strage: ma nessuno di loro è stato condannato.

A rileggere le carte giudiziarie, restano inspiegabili le accuse a Pietro Valpreda, anarchico, bollato come “il mostro” sin dalle prime indagini. Spaventosa è la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli avvenuta in questura a Milano durante un interrogatorio illegale. Pinelli precipitò dalle finestre dell’ufficio politico diretto dal commissario Luigi Calabresi.

Calabresi venne ucciso sotto casa a Milano il 17 maggio ’72.

Sono innegabili i “depistaggi”, eseguiti da uomini di Stato durante le varie indagini sulle stragi e le responsabilità neo-fasciste.

Nel 2009 il presidente Giorgio Napolitano invitò al Quirinale le vedove Pinelli e Calabresi: “Un passettino avanti verso la verità”, disse Licia Pinelli. Purtroppo per lei, e per tutti noi, e per la storia, non ha ancora avuto ragione.

Le famiglie attendono ancora giustizia e noi cittadini

abbiamo il diritto di conoscere la verità

di Gianni ZANIRATO

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