GIULIO REGENI, LA CATTIVA COSCIENZA DELL’ITALIA

Tra poco più di un mese saranno due anni dalla scomparsa di Giulio Regeni.

Giulio era un ricercatore italiano che scomparve misteriosamente il 25 gennaio del 2016 nei pressi di Piazza Tahair al Cairo dove si trovava per conto dell’Università di Cambridge. Il suo corpo fu ritrovato nudo dieci giorni dopo in un fosso lungo la strada nel deserto tra Il Cairo e Alessandria.

Fu chiaro immediatamente che era stato torturato.

Mostrava i segni di un duro pestaggio effettuato con pugni, calci e bastoni: contusioni, abrasioni, lividi estesi; frattura di sette costole, di tutte le dita delle mani e dei piedi, delle gambe e delle scapole; cinque denti rotti; numerose coltellate dappertutto comprese le piante dei piedi. Estese bruciature di sigarette e una bruciatura più grande tra le scapole. La morte, dopo questo strazio, è intervenuta per una emorragia cerebrale e per la frattura di una vertebra cervicale.

Da subito fu chiara l’intenzione della polizia del Cairo di depistare l’indagine con numerose versioni. Disse di seguito:

  • Che tutto era avvenuto per motivi personali.
  • Che Giulio aveva una relazione omosessuale.
  • Che era stato investito.
  • Che non vi erano tracce di accoltellamenti.
  • Che sull’omicidio avrebbero garantito piena collaborazione.
  • Che avrebbero messo a disposizione degli inquirenti italiani le riprese video della metropolitana.

Queste bugie, smentite una per una dai fatti, hanno lasciato intravedere una terribile verità: Giulio è stato imprigionato e torturato e la sua fine coinvolgeva apparati dello Stato Egiziano.

La reazione del Governo Italiano è stata più formale che sostanziale. Sottolinea giustamente D’Alema in un’intervista a LA STAMPA di ieri (17 dicembre 2017): tutta la vicenda dell’Egitto è stata condotta in modo abbastanza penoso. Se quello che è accaduto a Regeni fosse accaduto a un giovane inglese o francese non so se il governo egiziano avrebbe potuto comportarsi nello stesso modo.

Dietro a questa debolezza c’erano motivi poco nobili.

In effetti, anche nei momenti di maggior contenzioso per la vicenda Regeni, l’Italia ha continuato a incrementare la vendita di armi ad Al Sisi, malgrado una risoluzione europea esortasse a non farlo. L’interscambio commerciale tra Egitto e Italia è di tutto rispetto specie per le infrastrutture e il petrolio.

C’è poi un interesse geopolitico. Il governo di Al Sisi, per quanto dittatoriale, è una garanzia di stabilità nell’Africa che si affaccia sul Mediterraneo cui l’Italia è ovviamente interessata.

C’è infine un motivo che si può definire da “cattiva coscienza”.

Giulio Regeni è rimasto vittima del pestaggio e della tortura in cella da ragazzi a cui sarebbe scappata la mano.

La vicenda ricorda un episodio tristissimo accaduto in Italia, quello di Stefano Cucchi.

Il 15 ottobre del 2009 Stefano Cucchi fu fermato dai carabinieri: non aveva alcun segno di traumi. Gli trovarono 12 confezioni di hashish e 3 di cocaina. Sottoposto a custodia cautelare, venne processato per direttissima. Già durante il processo appariva evidente che aveva difficoltà a parlare o camminare e presentava grossi ematomi agli occhi. In attesa di una nuova udienza processuale, fu rinviato alla custodia cautelare. Le sue condizioni peggiorarono e fu visitato all’Ospedale Fatebenefratelli (con emorragia della vescica) e gli furono riscontrate ecchimosi alle gambe e al viso, all’addome e al torace; segnalata inoltre la frattura della mascella, una emorragia cervicale, la rottura di due vertebre. Riportato in cella, le condizioni si aggravarono ulteriormente: morì il 22 ottobre dopo aver perso 14 chili in quasi una settimana di detenzione.

L’accertamento della verità che non è ancora concluso e che vede coinvolti rappresentanti dello Stato (la responsabilità dei medici e di “alcuni ragazzi a cui è scappata la mano”) è un lungo calvario che solo il coraggio dei familiari di Stefano Cucchi ha permesso di percorrere.

L’udienza di Primo grado avviene dopo 4 anni. L’Appello, l’anno successivo 2014. La Cassazione nel 2015. L’appello bis nel 2016.

Il 17 gennaio 2017, alla conclusione delle indagini preliminari, viene chiesto il rinvio a giudizio per omicidio e abuso di autorità nei confronti dei carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di aver colpito Cucchi con schiaffi, pugni e calci, facendolo cadere e procurandogli lesioni divenute mortali per una successiva condotta omissiva da parte dei medici curanti, e per averlo comunque sottoposto a misure restrittive non consentite dalla legge. Tedesco, insieme con Vincenzo Nicolardi e il maresciallo Roberto Mandolini, deve altresì rispondere dell’accusa di falso e calunnia e per aver testimoniato il falso.

La famiglia Regeni, che ha ormai capito di essere orfana dell’aiuto dello Stato Italiano contro Al Sisi, ha incominciato una battaglia altrettanto coraggiosa e ostinata che merita il sostegno di tutti i democratici.

di Angelino RIGGIO

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