DALLA PIAZZA AL SUPERMERCATO

Oramai da qualche anno, durante le festività più importanti, esplode la polemica sulle aperture dei centri commerciali, da ultima quella riguardante il più grande d’Italia, quello di Oriocenter, a Bergamo, che è rimasto aperto pure nella sentitissima festa di Natale, giornata da sempre dedicata alla famiglia e a curare gli affetti, sempre più spesso “bistrattati” dal nostro tran tran quotidiano.

Partendo dal presupposto che una società, uno Stato, fonda la propria esistenza su elementi e valori comuni, oggi si può constatare come stia prevalendo un “tutti contro tutti” dove sta svanendo qualsiasi minimo comune denominatore, quel collante che garantisce il benessere e il progresso, civile e sociale.

In questo contesto, scialbo e desolante, si inserisce il caso del lavoro festivo, o meglio, il caos delle aperture festive! Se è pur vero che ci sono determinate categorie che da anni – possiamo dire, da sempre – lavorano nelle festività – ospedali e pubblica sicurezza – poiché forniscono un servizio di primaria importanza, pubblico e – bene o male – necessario 24 ore su 24, è altrettanto vero che bar e hotel, per fare un esempio, “vivono”, basano la propria esistenza, l’essenza del loro essere, proprio nell’esercizio di determinate attività, tipiche “del” e da fruire “nel” tempo libero.

Sì, perché se non ci fossero le festività, i ponti, le domeniche libere dal lavoro, difficilmente la gente potrebbe viaggiare, visitare nuovi luoghi, cenare fuori, ballare, insomma, usufruire di tali servizi che, purtroppo, sarebbero costretti alla chiusura.

Come sappiamo, dal 2012, “grazie” soprattutto allo scellerato decreto “Salva Italia” di Mario Monti, si è fatta spietata la corsa alla totale deregulation degli orari, con l’apertura selvaggia di tutti i centri commerciali (nemmeno fossero presidi di salute o sicurezza pubblica), senza alcuna limitazione di sorta, a differenza di quanto avveniva con la precedente legislazione, che regolamentava il settore!

Ed è così che alla messa si è sostituita la fila in gastronomia, al museo il flacone del detersivo, alla passeggiata nei boschi il ritiro dello scontrino alla cassa!

Come ben si può comprendere, questo fatto impoverisce drammaticamente l’intera società, che come valore comune oggi sembra avere solo il consumo H24, più volte sponsorizzato pure da chi, magari associazione dei consumatori, sembra non accorgersi appieno di come, prima che acquirenti, questi siano dei cittadini.

Uno shopping pazzo e sregolato, senza freni inibitori e, soprattutto, senza soldi…

Già, perché qui viene la prima nota dolente: i soldi sono pochi, e quindi la tanto sbandierata crescita dei consumi, così come quella occupazionale, non avviene, se non cannibalizzando gli acquisti che si sarebbero fatti in altri giorni e, magari, in altri esercizi, e “spremendo” sempre di più la medesima forza lavoro. Ma il fatto ancor più drammatico è lo sconvolgimento che tutto ciò comporta sulle vite di persone e famiglie, visto che la stragrande maggioranza dei lavoratori del commercio è donna, e quindi, molto spesso, mamma, con tutto ciò che ne consegue a livello di carichi familiari.

Come non dire quanto sia sgradevole, avvilente, disgustoso e mortificante vedere come oggi, in giornate che dovrebbero essere di festa, libertà, riposo, aggregazione, e tanto altro, la grande e piccola distribuzione (tranne alcune mosche bianche) decida di starsene aperta costringendo al lavoro i propri dipendenti, spesso già impiegati in tutti gli altri giorni e, come spesso avviene nelle catene più “piccole”, senza alcuna maggiorazione o recupero compensativo: un sacrificio fatto non in nome di qualche dio ma solo di qualche spicciolo!

E non venite a dirci, bè, ci sono le regole e quindi i riposi si turnano, i soldi si pagano, et etc…  perché così si dimostra di non conoscere né il settore, né il Paese: a fronte di regole, a volte pure rigorose, rispettate da ben pochi attori della GDO, mancano controlli e, soprattutto, la volontà datoriale di rispettarle.

E ciò va di pari passo con la scarsa sensibilità da parte di chi, cittadino e magari lavoratore prima che consumatore, acquista senza essere “consapevole” di ciò che si cela dietro quelle “catene” low cost, dove i “low” sono per i clienti e i “cost” sono per i lavoratori… Se non ci credete, andate a chieder a chi vi lavora e vedrete come le loro risposte mal combaciano con le vostre aspettative! Inutile rimarcare come tutto ciò spesso succeda dove, volenti o nolenti, manca una presenza sindacale e più forte è l’individualismo, il tutti contro tutti, il “divide” dove “impera” il datore di lavoro, italiano ma magari pure made in China.

Per questo oggi, oltre che di riposo, la feste natalizie dovrebbero essere una grande occasione di riscossa e rivincita dal pensiero unico economico, politico e sociale, che ci vuole semplici consumatori prima che cittadini, freddi automi prima che lavoratori e cinici individui prima che gruppi sociali…

Iniziamo a comprendere come ogni nostra azione abbia delle ripercussioni che in un primo momento sembrano non toccarci ma che, in realtà, prima o poi, ci torneranno indietro come un boomerang…

Noi auspichiamo che il Parlamento si impegni finalmente a votare una legge più attenta ai costi sociali che questa deregulation ha prodotto, così da arrestare la drammatica moria dei centri storici e arrivare ad una regolamentazione più “umana” del settore, con un’organizzazione che garantisca sì una determinata quota di servizio, ma che stabilisca pure un numero certo di chiusure, così come avviene nei “moderni” e “civili” paesi del nord Europa.

di Marcello MINELLI

Delegato Sindacale Filcams Cgil

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