JOBS ACT: MISSIONE COMPIUTA.

I recenti dati ISTAT hanno registrato un aumento del numero di occupati (quasi 23,2 milioni) quale non si raggiungeva dal 1977.

Bene. Guardiamo però cosa c’è dietro i numeri.

Innanzitutto non ha senso fare il paragone con il 1977 perché allora il tasso di disoccupazione era al 6,4% e oggi è all’11%. C’era soprattutto una maggiore tutela del lavoro, ma ne parleremo più avanti.

Ha più senso fare la comparazione con il 2008, anno di inizio della crisi, in cui (senza jobs act e con l’articolo 18) si registrarono 23,179 milioni di occupati contro i 23,183 di oggi (4.000 in meno). Abbiamo avuto un minimo storico (22,119 milioni) alla fine del 2013, punto più acuto della crisi. Ma vale la pena di ricordare, a chi ha poca memoria e oggi considera Berlusconi un padre della patria, che quell’anno corrispondeva alla fine del suo governo che ci lasciò oltre che la massima disoccupazione, anche lo spread più alto della storia.

Da allora è incominciata la ripresa del PIL (prodotto interno lordo), aiutata da tre fattori: una riduzione del costo dell’energia, un dollaro più debole e il Quantitative Easing di Mario Draghi.

A chi canta vittoria bisogna ricordare che il prezzo del petrolio oggi è in risalita, il dollaro si è rafforzato e Draghi, pur vincendo le resistenze di Schauble e degli Stati del Nord Europa, ha sì mantenuto il QE ma riducendolo gradualmente fino a dimezzarlo. Per l’Italia questa prospettiva di riduzione è preoccupante perché l’acquisto dei titoli di Stato da parte della BCE ha finora mantenuto basso lo spread e alleggerito la pressione sul debito pubblico. Ma questa situazione di favore non è destinata a durare all’infinito. Vale la pena di ricordarlo a chi fa promesse da cicala, che costerebbero miliardi di euro, solo per ingannare gli elettori (in questo il Centro Destra e i 5stelle fanno a gara).

Torniamo però ai dati sull’occupazione.

Qualcuno (Renzi e la Confindustria) attribuisce l’incremento dell’occupazione al jobs act. Come abbiamo visto però il numero degli occupati è legato al ciclo economico che ha interessato tutta l’Europa ed è in quel contesto che il numero degli occupati deve essere valutato.

Tutti i Paesi europei hanno goduto dell’aiuto dei tre fattori di cui abbiamo parlato prima e l’uscita dalla crisi interessa oggi tutta la zona euro. Nella UE noi non siamo una locomotiva ma un vagone, cioè la nostra ripresa è al traino di quella europea. I dati sul PIL e sugli occupati ci dicono che siamo i penultimi nel Vecchio Continente.

Ma c’è di più. La qualità dell’occupazione. Nell’ultimo anno su 497.000 occupati in più solo 48.000 (meno del 10%) sono assunzioni a tempo indeterminato.

Che cosa è successo?

E’ successo che, finiti gli incentivi concessi generosamente ai datori di lavoro, i contratti di impiego sono in enorme misura lavori saltuari, stagionali, a chiamata, ecc.

Finiti gli incentivi del jobs act, ciò che è rimasto è il precariato.

Si vedono i risultati dell’eliminazione dell’art.18.

La parola crisi in greco vuol dire sia difficoltà che opportunità. Con questa crisi c’era l’opportunità di affrancarsi da un capitalismo cialtrone che non rischia e non innova. Sappiamo invece come è finita. Per carità di patria non parlo del rapporto tra politica, falsi imprenditori e banche. Per quanto riguarda i veri imprenditori, per paura del futuro e grazie a un abbassamento del costo del lavoro, non hanno puntato sull’innovazione tecnologica di prodotto e di processo.

In questo modo i nuovi occupati sono per lo più inquadrati nelle qualifiche più basse, addetti alle vendite e ai servizi alla persona, occupati nelle agenzie di viaggio e nelle agenzie immobiliari, nei servizi di supporto alle imprese, nei trasporti e nelle attività di magazzinaggio, come nelle attività legate ai servizi di alloggio e di ristorazione.

Tutti questi lavori sono a bassa professionalità (anche se li accettano per disperazione anche molti laureati), con bassa retribuzione; e soprattutto sono lavori precari.

Alla fine era questo l’obiettivo dell’eliminazione dell’art.18: rendere meno costosa e più flessibile la manodopera.

Al di là del risultato economico (la perdita dell’occasione di una maggiore competitività internazionale come ho detto prima), quello che è più grave è il disastro sociale.

La precarietà del lavoro si è trasformata in precarietà della vita. Non c’è più fiducia nel futuro. Aumenta la povertà delle famiglie, i pensionati di oggi mantengono i figli, i giovani non sanno se avranno la pensione (e se l’avranno sono certi che sarà una pensione di fame), non ci si sposa, non si fanno figli (siamo agli ultimi posti al mondo), non si acquista la casa, le energie migliori e più qualificate fuggono all’estero.

Non voglio mettere sullo stesso piano il Centro Destra o i 5stelle con il PD ma una sinistra che sia degna di tale nome dovrebbe porsi tre obiettivi: diminuire la forbice sociale, dare maggiori opportunità individuali, ridare fiducia nel futuro.

La sinistra non deve imitare la destra ma stare dalla parte dei lavoratori, dei disoccupati e dei più deboli.

Penso che avere eliminato l’art.18, cosa che inutilmente aveva tentato Berlusconi, sia una vergogna e non un vanto per la sinistra. Non a caso chi lo ha sostenuto ha accumulato una sconfitta dietro l’altra e sta portando la sinistra a una sconfitta clamorosa alle elezioni di marzo.

di Angelino RIGGIO

 

 

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