TRUMP CENSURA SETTE PAROLE (ancora una volta contro il fascismo che avanza)

Ormai ce n’è una al giorno. L’ultima è che Trump avrebbe pagato 130.000 dollari a una pornostar perché tacesse dei loro rapporti e 10.000 euro per una escort. Questa è una delle tante somiglianze con il nostro Berlusconi, quello che molti di poca memoria considerano oggi un padre della Patria.

La vicenda Ruby, i conflitti di interessi, il populismo in politica, la rozzezza nella comunicazione, il disprezzo delle istituzioni, l’amicizia con Putin, il razzismo, la politica contro gli immigrati, l’enorme patrimonio personale (per quello di Trump ne ho parlato tempo addietro, per quello di Berlusconi, per chi ha poca memoria, ne parleremo più avanti) …

La somiglianza più pericolosa è quella che riguarda la manipolazione delle coscienze. Come ho già avuto modo di dire questa è una delle caratteristiche principali del fascismo. Ovviamente il fascismo oggi non si presenta con i gagliardetti, la svastica o la camicia nera (tranne per quattro delinquenti da cui il Centro Destra si guarda bene di prendere le distanze).

Berlusconi ha lavorato pesantemente sull’immaginario collettivo soprattutto con la sua TV generalista e i settimanali di gossip che hanno modificato la scala di valori, promosso il disimpegno, favorito l’abbassamento del livello culturale.

Trump lo insegue con il suo linguaggio scurrile quando per esempio chiama “cessi” alcuni Paesi poveri o dice di “avere il bottone atomico più grande” del dittatore coreano. Non sono gaffes: è il linguaggio che usano i suoi elettori. La sua preoccupazione infatti non è governare il Paese o risolvere i problemi ma mantenere il consenso e quindi il potere (come è stato per Berlusconi).

Trump ha due cose in più del nostro “grande statista”: l’enorme potere del Presidente degli USA e una conseguente sfacciata arroganza.

Una delle cose che è passata quasi inosservata è che il tycoon americano ha imposto al Centre for Disease Control and Prevention (l’equivalente del nostro Istituto Superiore di Sanità) di non utilizzare sette parole:

  • Vulnerabile
  • Diritto
  • Diversità
  • Transessuale
  • Feto
  • Basato sui fatti
  • Basato sulla scienza

Per ognuna di queste parole è stata suggerita una frase alternativa più coerente con il pensiero reazionario e populista di Trump.

Quando avevo dodici anni e ho letto per la prima volta 1984 di Orwell (vale la pena di leggerlo più volte) mi sembrava incredibile che una cosa così bella come la televisione (che mi regalava le storie di “Furia, cavallo del West” o i primi “Carosello”) potesse diventare uno strumento di condizionamento sociale.

Trovavo inoltre inconcepibile, o solo possibile in un racconto di fantascienza, che il potere potesse inventare una neolingua e che questo potesse dimostrarsi il principale strumento di controllo sociale di una dittatura mascherata.

Oggi mi rendo conto di quanto fosse profetico il romanzo di Orwell.

La Neolingua (“Newspeak”), descritta in 1984, è un nuovo linguaggio in cui sono ammessi solo termini con un significato preciso e privo di possibili sfumature eterodosse, in modo che riducendone il significato ai concetti più elementari si renda impossibile concepire un pensiero critico individuale. Con la creazione della neolingua il potere censura quindi l’utilizzo di molte parole, convogliando quelle sgradite (come ad esempio “democrazia”) nell’unico termine “psicoreato”: in questo modo diventa impossibile formulare e, a lungo andare, anche solo pensare ad un argomento “proibito”. I semplici concetti che renderebbero discutibile l’operato dei potenti diventano inesprimibili. La stessa parola “psicoreato” va ben oltre il divieto di esprimersi, ma si spinge appunto a vietare anche solo di pensare in modo divergente dai dettami del governo totalitario del Grande Fratello. In queste condizioni il pensiero si atrofizza.

Parliamoci chiaro: questo percorso di disarmo del pensiero critico non nasce con Trump né con Berlusconi, che ne sono solo gli epigoni.

Ha radici lontane: nell’uso dell’EIAR (la RAI di allora) di Mussolini, la propaganda di Goebells, il giornalismo asservito… E ha un futuro preoccupante: Facebook con la volgarità del linguaggio e con le fake news; e Twitter con l’imposizione di un piccolissimo numero di caratteri, spingono verso un linguaggio semplificato e una scarsa attitudine alla riflessione.

Spia di tutto questo in Italia è una ricerca che dimostra come, con 47.000 parole disponibili nel nostro dizionario, nel linguaggio ordinario se ne usano solo 2.000 e in quello quotidiano non professionale meno di 500.

Vedo con enorme preoccupazione le statistiche europee che indicano il nostro Paese al terz’ultimo posto come numero di lettori e di laureati.

di Angelino RIGGIO

2 comments Add yours
  1. Nell’ articolo Riggio scrive

    “Spia di tutto questo in Italia è una ricerca che dimostra come, con 47.000 parole disponibili nel nostro dizionario, nel linguaggio ordinario se ne usano solo 2.000 e in quello quotidiano non professionale meno di 500”.

    Dario Fo intitola una sua commedia: “L`operaio conosce 300 parole, il padrone 1000: per questo è lui il padrone”

    Don Lorenzo Milani: ” Ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani”.

    Gianni Zanirato

  2. Condivido pienamente il tutto e sono felice che ci siano persone che dicano chiaramente queste cose!
    Grazie, A. Riggio
    Ferrari Gimpaolo

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