21 GENNAIO 1921 NASCITA DEL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA

  Il Partito Comunista d’Italia nacque a Livorno il 21 gennaio 1921 in seguito alla scissione della frazione comunista durante il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano.

   L’Internazionale Comunista aveva fissato 21 punti da rispettare per entrare a far parte dell’organizzazione. Nel Partito socialista italiano vi erano state molte divergenze sulle modalità dell’applicazione di queste direttive internazionali. Uno dei temi di maggiore contrasto fu quello dell’espulsione degli esponenti riformisti, espressamente prevista dai 21 punti ma osteggiata dalla maggioranza dei socialisti italiani.

 Le correnti principali nel PSI erano tre:

  • Riformisti (i più moderati); leader Filippo Turati, il fondatore del PSI (1895)

2) Massimalisti (rivoluzionari solo a parole); leader Giacinto Menotti Serrati (nel 1924 aderirà al PCdI).

3) Frazione Comunista (facevano riferimento ai bolscevichi di Lenin); leader Amadeo Bordiga, Antonio Gramsci.                                                                                                   

   A settembre la frazione comunista ottenne l’approvazione in Direzione del PSI di un ordine del giorno firmato da Umberto Terracini che proponeva il recepimento integrale ed incondizionato dei 21 punti e con esso l’espulsione dei riformisti.

  In una parte notevole dei militanti del PSI era maturata la necessità di fornire alla classe operaia una guida radicalmente diversa dalla «tradizione pseudorivoluzionaria» del PSI e di costituire un nuovo organo, il Partito comunista, ormai «indispensabile per la rivoluzione proletaria». Queste idee erano maturate nella frazione comunista. In essa si riunirono l’area che faceva capo a Bordiga, principale ispiratore ed organizzatore della frazione ed il gruppo torinese sviluppatosi attorno a Gramsci e a “L’Ordine Nuovo”, esponenti del massimalismo di sinistra e gran parte della Federazione giovanile socialista.

   L’atto ufficiale di costituzione fu un manifesto-programma sottoscritto a Milano il 15 ottobre 1920 da Bordiga, Gramsci, Terracini e Bombacci (che più tardi diventerà fascista e nel ’45 verrà giustiziato a Dongo dai partigiani insieme a Mussolini e sarà appeso con lui a piazzale Loreto). Pochi giorni dopo la frazione comunista ebbe l’approvazione dei bolscevichi russi.

   La mozione dei comunisti mirava alla trasformazione del Partito socialista in Partito comunista e per questo occorreva staccarsi dai riformisti anche attraverso una scissione.

   Lo svolgimento dei congressi provinciali, infatti, aveva assegnato la maggioranza (circa 100.000 voti) agli unitari di Serrati, mentre ai comunisti erano andati 60.000 suffragi e ai moderati 15.000. Il dibattito si svolse in un clima particolarmente turbolento e furono frequenti le interruzioni e gli insulti. In alcuni casi anche spintoni. Non c’era nessuna possibilità di trovare un accordo.

  La mattina del 21 gennaio i comunisti scelsero la scissione.

 La prima pagina de L’”Ordine Nuovo” del 22 gennaio 1921 comunica la nascita del Partito Comunista d’Italia. I delegati della frazione comunista uscirono dal Teatro Goldoni al canto dell’Internazionale e si recarono a svolgere il Congresso di fondazione del Partito comunista al Teatro San Marco.

  Venne votato un ordine del giorno che dichiarava costituito il Partito Comunista d’Italia – Sezione dell’Internazionale Comunista. Tale denominazione sarebbe rimasta in vigore fino allo scioglimento dell’Internazionale nel 1943. Il partito prese il nome di Partito Comunista Italiano (PCI) ed uscì dalla clandestinità in cui era stato posto nel 1926 dal regime fascista.

   Il congresso scelse Milano come sede centrale del partito e l’organo ufficiale divenne, “Il Comunista” giornale bisettimanale. Venne eletto il Comitato centrale all’ interno del quale entrarono Bordiga, Grieco, Gramsci, Terracini, Gennari. Aderirono subito al nuovo partito: Palmiro Togliatti, Teresa Noce, Mauro Scoccimarro, Angelo Tasca, Camilla Ravera. Tutti uomini e donne che combatteranno i nazifascisti nella Resistenza e avranno un ruolo fondamentale nella costruzione dell’Italia democratica. Non venne istituita la figura del segretario generale ma, di fatto, lo divenne Bordiga.

   La costituzione del PCd’I fu completata pochi giorni dopo, il 27 gennaio, con il Congresso di Firenze della Federazione giovanile socialista, che decise a larghissima maggioranza di ritirare la propria adesione al Partito socialista per aderire, col nome di Federazione Giovanile Comunista Italiana, al nuovo Partito Comunista.

  Era nato il partito che diverrà uno dei maggiori punti di riferimento della sinistra italiana, della Resistenza e dei lavoratori. Dirigenti e militanti conosceranno le galere fasciste, i campi di concentramento, le torture, la morte, le botte dei celerini nel periodo scelbiano. Il gruppo dirigente fu formato da uomini e donne di grandissima cultura e onestà.

  Negli anni del dopoguerra attirerà nelle sue fila i maggiori intellettuali italiani, ne ricordo qualcuno (scusandomi con coloro che non citerò):

 

   Mi soffermo brevemente a parlare del maggiore esponente del PCd’I e del PCI: Antonio Gramsci.

ANTONIO GRAMSCI

Antonio Gramsci nacque ad Ales (Cagliari). Membro del PSI e fondatore de L’Ordine Nuovo (1919), fece parte dell’esecutivo dell’Internazionale comunista (1923).  Nel 1924 fondò il quotidiano politico l’Unità, organo del PCd’I. Per la sua attività e per le sue idee fu condannato a venti anni di carcere (1928). Il suo pensiero politico, espresso anche nei numerosi scritti, si articolò in una rilettura globale dei fenomeni sociali e politici internazionali dal Risorgimento in poi, che lo portò a criticare per la prima volta lo stalinismo, a teorizzare il passaggio dalla “guerra di movimento” alla “guerra di posizione”, a formulare i concetti di “egemonia” e di “rivoluzione passiva”. Per la grandezza del suo impegno intellettuale e politico è considerato una tra le maggiori figure della prima metà del Novecento italiano e non solo.

 Frequentò l’università di Torino e si avvicinò alla milizia socialista e rivoluzionaria. Nel maggio 1919 fondò L’Ordine Nuovo, settimanale di cultura socialista diretto soprattutto alla classe operaia, che militava in favore dell’adesione del Partito socialista all’Internazionale comunista e a sostegno del movimento dei consigli di fabbrica. Si avvicinò all’ala estrema del PSI guidata da Amadeo Bordiga che si batteva per la costituzione del Partito comunista d’Italia (PCd’I). Membro del comitato centrale del nuovo partito, fu a Mosca dal giugno 1922 al novembre 1923 ed entrò nell’esecutivo dell’Internazionale. Dal 1923 maturò il distacco dalle posizioni di Bordiga (che si trovava in polemica con l’Internazionale). Rientrato in Italia nel maggio 1924, divenne segretario del partito (nel 1924 era stato anche eletto deputato), Fondò il quotidiano politico l’Unità come organo del PCd’I. Il giornale sfidò la pesante repressione perseguita dal governo fascista ed avviò un avvicinamento ai massimalisti di Serrati. In parlamento Gramsci fece un durissimo attacco a Mussolini con una lucidità d’accusa straordinaria: Mussolini disse ai suoi “dobbiamo impedire al suo cervello di pensare per 20 anni”.

  Infatti venne arrestato nel novembre 1926 con altri dirigenti del partito. Nel 1928 fu condannato dal Tribunale speciale a 20 anni di reclusione per attività cospirativa, incitamento all’odio di classe, ecc. e trascorse il periodo detentivo prevalentemente nel carcere di Turi (Bari) e, dal 1934, in una clinica di Formia (Latina). Le condizioni di salute, già incerte, si aggravarono durante la reclusione e Gramsci morì poco dopo la scarcerazione, avvenuta per amnistia.

   La pubblicazione dei suoi scritti politici, sia le Lettere dal carcere (1947) e, soprattutto, i Quaderni del carcere hanno avuto grande rilevanza nella cultura italiana, e non solo, del dopoguerra. Sul terreno politico, risale infatti a Gramsci una delle prime e più incisive critiche politiche allo stalinismo (1926), nonché l’abbozzo, nei Quaderni, di una strategia rivoluzionaria fondata su un’idea non repressiva del potere (egemonia), in grado di tener conto della complessità e delle articolazioni della moderna società industriale (passaggio dalla “guerra di movimento” alla “guerra di posizione”).  I Quaderni iniziano un’indagine di ampio respiro critico su molti aspetti della società, della storia e della cultura moderna: attraverso il concetto di “rivoluzione passiva”,

     Parla di unificare una serie di fenomeni attuali legati al coinvolgimento e al ruolo delle masse nella società moderna, quali l'”americanismo”, la pianificazione sovietica e persino il fascismo; lo stesso concetto viene utilizzato anche su un piano storiografico, rispetto al quale hanno avuto particolare risonanza le considerazioni sui limiti democratici dello stato nazionale unitario, alla cui base vi è la lettura del Risorgimento italiano come rivoluzione popolare mancata.

  Rilevanti gli approfondimenti su altri temi quali la storia degli intellettuali italiani, il pensiero politico di Machiavelli e il rapporto tra letteratura e società; sul terreno propriamente filosofico, il serrato confronto con Benedetto Croce.

   Elabora un linguaggio speculativo idealistico del materialismo storico e lo accompagna con un’interpretazione del marxismo in chiave storicistica e antideterministica (“filosofia della praxis”), lettura che pone al centro della riflessione l’attività umana come è storicamente determinata e l’insieme dei concreti rapporti (economici, sociali, ideologici, giuridici, ecc.) che legano gli uomini tra di loro.

Tutto questo lo scrive su quaderni che riesce a ricevere in prigione, spesso con pochissimi libri e giornali da consultare.

  I suoi scritti saranno terreno su cui si formeranno migliaia di dirigenti rivoluzionari di tutto il mondo. Mussolini non poteva accettare che Gramsci potesse esprimere il suo pensiero: lo fece imprigionare e lo fece uccidere a poco a poco in prigione. Ma Mussolini non poté impedire che le sue idee divenissero materiale di studio per intere generazioni di rivoluzionari e di democratici.

Oggi Gramsci viene considerato, comunemente, il più grande intellettuale italiano della prima metà del ‘900 insieme a Benedetto Croce. Io preferisco sicuramente Antonio Gramsci.

Consiglio di leggere almeno le “Lettere dal carcere” ed in particolare quelle indirizzate ai figli.

  Mi viene la pelle d’ oca quando sento parlare certi odierni politici di sinistra che si dichiarano eredi di Gramsci…. Mio dio quanto siamo caduti in basso!!!!!

 di  Gianni ZANIRATO

3 comments Add yours
  1. QUANTI SOGNI DI UN MONDO DIVERSO E MIGLIORE! GRAZIE A TUTTI I COMPAGNI CHE HANNO LOTTATO ED ALCUNI PERSO LA VITA PER GARANTIRCI UN MONDO MIGLIORE! tEMO CHE NON CISIAMO MERITATI IL LORO SACRIFICIO!

    1. Credo che anche oggi ci siano persone straordinarie che lottano giorni per un mondo migliore rischiando anche la loro vita. Pensiamo a coloro che tutti i giorni si battono contro le mafie o coloro che rischiano la vita per aiutare i bambini feriti in troppe guerre presenti nel mondo. Pensiamo a Libero Grassi o a Gino Strada. In cosa sono inferiori ai partigiani che sono caduti combattendo per la nostra libertà e dignità?
      Gianni Zanirato

  2. Perché non si prova, studiando e riflettendo sugli errori compiuti durante gli avvenimenti “che sconvolsero il mondo”, perché non si prova sulla strada di una forte e coesa organizzazione che trovi al suo interno anche i vari dissidenti in un processo di critica ed autocritica che possa condurre alla formazione di un dibattito più allargato che conduca allo studio della storia del PCd’I, vista anche in relazione e nel confronto/scontro in seno al neonato partito comunista sovietico che, con la “direzione” che prese, condizionò l’andamento del partito comunista che stava “formandosi” allora in Italia. (v.1926, Congresso di Lione, scontro Gramsci / Bordiga.
    silvana telaro

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