LA TRAGEDIA DI PIOLTELLO

Il deragliamento del treno in Lombardia, che ha causato 3 morti e 46 feriti di cui 5 gravissimi, induce alcune riflessioni.

  • La prima è che queste sono le ultime morti sul lavoro in questi giorni (il treno era pieno di pendolari). Dopo il grave incidente alla LAMINA si è scoperto che la diminuzione dei morti sul lavoro degli anni scorsi era un effetto ottico dovuto solo alla maggiore disoccupazione. Quando l’Italia, al traino degli altri Paesi, ha iniziato a uscire dalla crisi il numero dei morti sul lavoro è aumentato ed è risultato impressionante: più di 1000 morti l’anno. E i morti sono la punta di un iceberg dietro cui ci sono infortuni con mutilazioni e invalidità permanenti, malattie professionali, disagi, stress, straordinari non pagati, ricatti sul posto di lavoro e per avere un posto di lavoro. Chi si lamenta di una scissione del PD rifletta sulla scissione che la sua dirigenza ha fatto con gli operai che doveva tutelare e invece ha tolto l’art.18 e attaccato i sindacati.
  • La seconda è che negli ultimi decenni gli investimenti per il trasporto ferroviario si sono concentrati sui treni ad alta qualità e lunga percorrenza mentre il trasporto locale è soggetto a un degrado progressivo: treni vecchi, sovraffollati, spesso sporchi, con una cattiva manutenzione della linea, fino a risparmiare perfino sulla sicurezza. Succede per i treni lo stesso che accade per la distribuzione della ricchezza: pochi ne hanno molta e molti ne hanno poca.
  • La terza osservazione riguarda quella che io chiamo la malattia del trasporto. E’ una malattia di cui l’Italia dovrebbe preoccuparsi moltissimo perché è un Paese lungo, con una dorsale appenninica che la attraversa dalla Liguria alla Sicilia e chiusa verso l’Europa dalla barriera alpina.

In un posto così un piano nazionale dei trasporti dovrebbe essere indispensabile ma non ne ho trovato traccia nei programmi elettorali. Eppure siamo in una situazione che si può risolvere solo uscendo dagli schemi come ho suggerito nel gioco geometrico (vedi l’articolo su Menenio Agrippa).

Oggi il trasporto è tutto imperniato sull’auto. La spesa per l’auto è la seconda spesa per le famiglie (dopo la casa). Il danno dal punto di vista dello stress, dell’inquinamento e della salute (3.500 morti l’anno) è spaventoso. La velocità di spostamento nei centri metropolitani è sempre più bassa: a Roma è poco più di 7 km/ora. Eppure la spinta all’acquisto dell’auto non si arresta. Una pubblicità su due è per le auto. D’altra parte i mezzi pubblici sono pochi, vecchi, scomodi, lenti. E’ un circolo vizioso: più si spende per le auto, meno si spende per il servizio pubblico; più auto circolano, più i mezzi pubblici sono lenti. Per questo parlo di malattia: la malattia è un circolo vizioso e il lavoro del medico è spezzare questo circolo con decisione. Berlinguer molti anni fa disse che l’auto era un prodotto maturo e lanciò la parola d’ordine della riconversione produttiva. Fu ignorato.

Sembra che non sia possibile un futuro senza auto. E invece è possibile. In Germania quando si arrivò allo stop per il nucleare ci fu una riconversione verso le energie rinnovabili di tipo epocale tanto che il 60% dell’energia oggi deriva da fonti rinnovabili e quella Nazione è terza nel mondo (dopo USA e Cina) per questo tipo di energia.

Quello che voglio dire è che uscire dagli schemi si può. Un futuro senza auto è possibile. Un futuro di trasporto collettivo comodo veloce e sicuro è possibile.

di Angelino RIGGIO

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