“IO VOGLIO INSEGNARE!”: viaggio nel labirinto del nuovo percorso di abilitazione per insegnanti (FIT)

In Italia, se si vuole intraprendere la strada dell’insegnamento nella scuola pubblica, le strade sono due: laurearsi in scienze della formazione e, tramite concorso, diventare docenti nella scuola elementare, oppure conseguire una laurea magistrale in materie umanistiche o scientifiche (sostenendo gli esami richiesti dal Ministero dell’istruzione) e poi insegnare alle scuole secondarie di primo e secondo grado. Il primo percorso è lineare e, se concluso nei tempi giusti, garantisce a chi lo sceglie uno sbocco lavorativo quasi certo, soprattutto perché la laurea in scienze della formazione è abilitante, dunque non servono ulteriori passaggi per poter accedere all’insegnamento, se non il superamento del concorso pubblico. La situazione si complica invece per chi vuole intraprendere la seconda strada, ovvero l’insegnamento nella scuola media o in quella superiore, dal momento che, siccome la laurea magistrale in filologia e letteratura, o ad esempio quella in matematica, non forniscono automaticamente un’abilitazione, per accedere all’insegnamento nella scuola secondaria sono necessari, per gli aspiranti docenti, ulteriori percorsi formativi. Da quando, nel 2007, si è presentato il problema di creare ad hoc l’abilitazione per gli insegnanti della scuola secondaria, i governi che si sono succeduti hanno cercato, più o meno brillantemente, di trovare una soluzione. Dai PAS (Percorsi Abilitanti Speciali) al più recente TFA (Tirocinio Formativo Attivo), negli ultimi anni le proposte sono state molte, ma nessuna ha soddisfatto appieno sia chi si occupa di valutare la qualità dell’insegnamento in Italia, sia gli aspiranti insegnanti, i quali vedono costantemente cambiare le regole in corsa e si trovano anche a dover pagare di tasca propria la formazione post-laurea richiesta dal Ministero. Ciononostante, il governo Gentiloni, da molti considerato il proseguimento di quello guidato da Renzi, avrebbe dovuto attivare, nel 2017, un nuovo ciclo di TFA (il terzo ed ultimo), atteso da parecchi mesi da migliaia di neolaureati che erano stati costretti ad affrontare importanti ritardi, anche dovuti alle naturali conseguenze delle dimissioni del Presidente del Consiglio in seguito al risultato del Referendum del 4 dicembre 2016.

Dopo mesi di voci e ipotesi, le prime notizie certe sui percorsi abilitanti per l’insegnamento sono giunte solo intorno all’Aprile del 2017 ma, con sorpresa di molti, il governo ha cambiato idea, stravolgendo un’altra volta le regole in corsa e dando vita ad un nuovo tipo di tirocinio a cadenza biennale, al quale si accede sempre tramite concorso pubblico, denominato FIT (Formazione Iniziale e Tirocinio): esso, come dice il nome, consiste in 3 anni di formazione teorica e tirocinio svolto a scuola in cui, e questa può essere considerata una novità positiva, gli aspiranti professori percepiranno anche una retribuzione, seppur minima. Alla fine del percorso i candidati dovranno affrontare un’ulteriore prova e, se la supereranno, diventeranno automaticamente docenti di ruolo.

C’è però un primo problema, e non di poco conto: il MIUR ha aggiunto tra i requisiti necessari per l’accesso al nuovo percorso l’aver sostenuto 24 cfu (crediti formativi universitari) nei settori disciplinari di Psicologia (PSI-01), Pedagogia (M-PED/03 e 04) e Antropologia (M-DEA), rendendo estremamente difficile la partecipazione al concorso per la quasi totalità dei neolaureati. Un esempio pratico può venirci in aiuto. Uno studente di Lettere che voglia fare il professore nella scuola media, dopo aver sostenuto, durante la sua carriera universitaria, tutti gli esami richiesti dal Ministero per questa classe di concorso e laureatosi ad aprile 2017, si ritrova senza nulla in mano, in un labirinto in cui, per fare il lavoro per il quale ha studiato, dovrebbe aver dato precedentemente degli altri esami non appartenenti al suo corso di laurea, della cui utilità futura non poteva essere a conoscenza. Il fatto che la nuova “regola” dei 24 cfu sia retroattiva rende dunque il concorso inaccessibile, al momento, a chiunque si sia laureato nel 2017 o negli anni precedenti, in quanto non è plausibile pensare che esistano studenti di Lettere o Matematica che abbiano sostenuto per loro diletto 24 cfu provenienti da altri corsi di laurea.

Per porre rimedio a questo pantano creatosi con il decreto emanato il 13 aprile 2017, il MIUR ha presto incaricato le università di attivare appositamente dei corsi per fare in modo che gli studenti, neolaureati e non, potessero acquisire i 24 cfu necessari in tempo per l’uscita del bando del concorso, previsto attualmente per l’autunno 2018. Le Università, nel panico a causa del cortocircuito logico creato dalla nuova riforma, hanno impiegato diversi mesi a trovare le modalità adeguate per far acquisire i crediti agli aspiranti professori, mesi nei quali gli studenti, nell’assoluta mancanza di informazioni, hanno anche cercato di seguire corsi appartenenti ai settori disciplinari richiesti dal decreto, apprendendo solo in seguito che essi non erano adeguati in quanto era richiesta non solo una corrispondenza di codici settoriali, ma anche una coerenza di contenuti con quanto previsto dal concorso. Dunque, per fare un altro esempio, una studentessa di Matematica che per sua iniziativa abbia deciso di sostenere, inserendolo nei crediti liberi, un esame di psicologia (appartenente quindi al settore disciplinare PSI-01, richiesto per il concorso) nel 2016, potrebbe comunque doverlo risostenere, in quanto il programma del corso che ha frequentato non aveva i contenuti richiesti dal concorso FIT.

Un’altra criticità per chi si trova in questo labirinto è quella della sostenibilità economica, dal momento che gli esami aggiuntivi (come anche la certificazione di quelli sostenuti in passato e ritenuti adeguati alle richieste del MIUR) saranno a pagamento e il tetto massimo imposto di 500 euro non è che una magra consolazione per coloro che da anni cercano di tenersi al passo, a proprie spese, con i cambiamenti imposti dal MIUR. Per chi deve ancora laurearsi ed è quindi attualmente iscritto a una facoltà, questi esami aggiuntivi dovrebbero invece essere gratuiti (anche nel caso ci si laureasse a marzo, in quanto verrebbe attivato appositamente un semestre bonus per i 24 cfu). In ogni caso, per sintetizzare, tutti gli aspiranti docenti che non abbiano già i 24 cfu nella loro carriera universitaria dovranno iscriversi, pagando, ai corsi attivati dalle università, possibilmente seguirli (la frequenza non è obbligatoria mentre in alcune Università si possono seguire in modalità telematica) e sostenere gli esami entro la sessione estiva del 2018, la quale si preannuncia quindi una sorta di farsa, per poter partecipare al concorso FIT. Chi invece fosse già in possesso dei suddetti crediti dovrà comunque pagare per certificarli, nonostante, ricordiamo, abbia già pagato consistenti tasse per frequentare l’università e sostenere i suddetti esami in un primo momento. Il tutto ovviamente senza una notizia certa né riguardo l’uscita del bando del concorso, né i posti disponibili e né tantomeno la retribuzione che si percepirà (si ipotizza intorno ai 400 euro il primo anno).

Ora, questa situazione ci costringe ad alcune riflessioni. La prima riguarda il silenzio con cui questa riforma priva di fondamento logico è stata accolta: nessuno, se non gli addetti ai lavori, ne è a conoscenza, mentre gli studenti, forse troppo impegnati a capire come uscire da questo labirinto, non hanno organizzato manifestazioni imponenti. I media hanno fatto qualche cenno alla questione solo per sottolineare la crescente attenzione al livello di preparazione degli insegnanti senza menzionare minimamente le trappole disseminate qua e là per chiunque voglia partecipare al FIT. Naturalmente è lodevole l’intento di formare al meglio i futuri docenti, ma appunto per questo sono già stati pensati i 3 anni di FIT, i quali dovrebbero adeguatamente preparare dal punto di vista didattico e metodologico coloro che poi andranno in classe ad insegnare alle future generazioni, compito non facile. Perché allora aggiungere anche lo sbarramento dei 24 cfu?

Già, perché i 24 cfu non sono il concorso, ma solo una preparazione ad esso e il loro superamento consente semplicemente di accedere al test del FIT, il quale sarà poi composto da 3 ulteriori prove (due orali e una scritta). Insomma, questa preparazione alla preparazione sembra inserita ad hoc con l’unico scopo di rendere sempre più complesso l’accesso al concorso e di conseguenza alla cattedra. Le ragioni più profonde di queste decisioni del Ministero andrebbero forse cercate nel problema della mancanza di posti per i neolaureati (prima andranno collocati anche i vecchi abilitati con il sistema PAS e TFA) e di coperture economiche, fatto che spiegherebbe i continui tentativi da parte del Ministero di prolungare il percorso di studi degli aspiranti docenti, i quali rischiano di studiare fino a oltre i trent’anni per poi ritrovarsi comunque precari e sottopagati o addirittura peggio, dal momento che non si ha la certezza né di accedere al FIT, né di essere assunti una volta completato il percorso e in primo luogo non si è nemmeno sicuri che esso si svolgerà, considerato il fatto che le elezioni politiche (e conseguente instabilità) si avvicinano e non c’è ancora una notizia certa sull’uscita del bando.

Conclusa la pars destruens, si rende obbligatoria una pars costruens in cui un interrogativo si impone su tutti: perché inserire una formazione post-laurea così carica di ostacoli inutili, snervanti e svilenti, quando, esattamente come capita per le docenti della scuola primaria, basterebbe creare semplicemente un percorso formativo per gli insegnanti all’interno dei corsi di laurea che già esistono? Nessuno sostiene l’utilità di un corso di laurea apposito (benché in paesi come la Francia questo sia già realtà), il quale forse sarebbe troppo limitante nel caso lo studente, una volta laureato, volesse poi dedicarsi ad altro; ciò che, invece, potrebbe davvero tirare fuori il sistema scolastico da questo pantano sarebbe la possibilità di inserire i famosi 24 cfu nel regolare percorso di studi dei corsi di laurea che possono condurre all’insegnamento (da Lettere a Matematica, passando per Beni Culturali e Chimica). In questo modo si eviterebbe agli studenti sia il problema di dover pagare esami aggiuntivi post-laurea, sia quello di prolungare oltre misura il proprio percorso universitario. Una cosa è certa: le continue riforme dei sistemi di reclutamento dei docenti e la conseguente precarietà, non fanno che svilire le condizioni di un sistema scolastico già in difficoltà, tra tagli e standard non rispettati; sistema scolastico che, peraltro, diventerà sempre meno accessibile e inclusivo, dal momento che sono pochi a potersi permettere di vivere con 400 euro al mese fino ai 30 anni.

Di Giulia BORTOLONI

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