l° FEBBRAIO 1945 LE DONNE ITALIANE POSSONO VOTARE

 

Febbraio 1945. L’Italia è ancora suddivisa in due parti: il Nord e parte del Centro sono ancora occupati dall’esercito tedesco in ritirata. A Roma liberata si è insediato il governo di coalizione antifascista guidato dal socialista moderato Ivanoe Bonomi. I problemi sono immensi: la fame, il freddo, la mancanza di ricoveri, mancanza di lavoro, il pensiero rivolto ai familiari soldati sparsi in Europa, le informazioni che filtravano sulle stragi nazifasciste, l’aiuto ai partigiani che combattevano sugli Appennini e sulle Alpi… In mezzo a così grandi problemi il governo post-fascista ebbe la sensibilità di riconoscere il diritto di voto alle donne.

    Prima di questa data, solo gli uomini potevano recarsi alle urne ed esprimere il loro parere scegliendo il partito ed i propri rappresentanti.

  Il primo voto effettivo per le donne fu effettuato il 2 giugno 1946 per scegliere tra monarchia e repubblica. In realtà, pochi mesi prima, si erano svolte delle elezioni amministrative e le donne risposero in massa (l’affluenza superò l’89 per cento!).  Duemila candidate vennero anche elette nei consigli comunali, la maggioranza nelle liste di sinistra.

     Grande partecipazione vi fu anche nel referendum del 2 giugno 1946.

   21 donne furono elette alla Costituente (poche in percentuale rispetto agli uomini, ma finalmente c’erano anche loro): 9 della Democrazia Cristiana, 9 del Partito Comunista, 2 del Partito Socialista e una dell’Uomo Qualunque. Cinque deputate parteciparono alla stesura della nuova Costituzione democratica.

 

  BREVE STORIA DEL DIRITTO AL VOTO ALLE DONNE IN ITALIA

  La conquista del diritto di voto è il risultato di un lungo percorso attraverso la trasformazione della condizione, del ruolo e dell’immagine della donna nel XIX e nel XX secolo.  La battaglia per il suffragio femminile è costata alle donne in prima linea, sacrifici personali, vessazioni e disprezzo. In Italia, per legge, la donna era ritenuta incapace e quindi soggetta alla tutela dell’uomo.   

    Aveva bisogno dell’autorizzazione del marito per donare, alienare beni immobili, non poteva gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, non aveva il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né quello ad essere ammessa ai pubblici uffici.

   La conquista dell’uguaglianza giuridica e la parità dei diritti, sarà frutto di un cammino lento, irto di ostacoli, in un periodo di grandi avvenimenti storici che coinvolgeranno le donne come mai si era visto prima. Un ruolo fondamentale derivò: dalla grande industrializzazione con l’accesso di migliaia di operaie nel mercato del lavoro e dalla Prima Guerra Mondiale che vede le donne impegnante a svolgere tutti i lavori lasciati dagli uomini (campi, fabbriche), anche in lavori di responsabilità. Il fascismo, nonostante voglia le donne angeli del focolare e soprattutto prolifiche madri, con le organizzazioni femminili fasciste finisce, involontariamente, per farle uscire dalle case, modernizzarle. Le donne cominciavano a comprendere quali fossero i loro diritti.

   Il grande salto avviene con la lotta partigiana, schierate fianco a fianco agli uomini, staffette o combattenti con il fucile in mano molte donne si affacceranno nell’Italia del dopoguerra con una nuova consapevolezza dei propri diritti.

 

  Lo Statuto Albertino del 1848 non contemplava il voto per le donne, anche se non lo vietava espressamente. Ci furono leggi elettorali che man mano allargavano il diritto di voto maschile fino a comprendere una parte consistente del movimento operaio. Nel 1877, Anna Maria Mozzoni, milanese, femminista e socialista, rifacendosi alle esperienze inglesi, francesi e statunitensi presentò una petizione al governo «per il voto politico alle donne» ma venne bocciata.

   Nel 1881 Anna Maria Mozzoni fondò, con altre donne coraggiose, la “Lega promotrice degli interessi femminili”, nel 1903 diverse associazioni femminili si unirono nel Consiglio nazionale delle donne italiane affiliato all’”International Council of Women” (Consiglio internazionale delle donne) e formarono comitati pro-suffragio femminile che promossero l’iscrizione nelle liste elettorali delle donne che avessero i requisiti prescritti dalla legge.

    Il 26 febbraio del 1906 Maria Montessori (la grande pedagogista) scrisse un articolo in cui ribadiva l’invito al riconoscimento del diritto di voto specificando che la legge non poneva alcun esplicito divieto al voto femminile.   

   I tribunali, composti ovviamente da uomini, bocciarono le richieste femminili con argomentazioni offensive e maschiliste.

   Fallita la via giudiziaria alcune donne tentarono nuovamente quella della riforma legislativa: nel 1906 Anna Maria Mozzoni e altre 25 donne presentarono una nuova petizione. Il dibattito si svolse alla Camera nel febbraio del 1907 ma si concluse ancora una volta con un rifiuto.

    Il 23 aprile del 1908, a Roma ci fu il primo Congresso nazionale delle donne italiane. Il Congresso durò diversi giorni e fu il tentativo di tradurre le richieste avanzate dal femminismo in precisi progetti di riforma da sottoporre al governo e al parlamento. Il diritto di voto fu il tema dominante e più discusso, ma si affrontarono anche le questioni del diritto all’istruzione e del diritto di famiglia; si parlò di divorzio, del diritto alla ricerca della paternità delle ragazze madri e del trattamento ingiurioso dei tribunali nei confronti delle donne vittime di violenza sessuale (sembra di parlare di problemi presenti tuttora!); si propose di introdurre nelle scuole l’educazione sessuale e di abrogare il matrimonio riparatore in caso di stupro.

   L’unità si ruppe su un tema estraneo ai contenuti specifici del Congresso: la questione dell’istruzione religiosa nelle scuole pubbliche. Prevalse il rifiuto dell’istruzione religiosa e su questo cadde l’unità delle donne. Molte forze che il Congresso era riuscito a riunire si dispersero.

 

  Mentre in molte parti del mondo le donne ottengono il voto in molti Stati, in Italia la discussione sul Suffragio universale riguarda solo l’universo maschile, ma nel 1912 i deputati Mirabelli, Treves, Turati e Sonnino presentano un emendamento per l’estensione del voto alle donne, che il 15 maggio viene ancora una volta respinto. Il “Corriere della Sera” riporta le parole del presidente del consiglio, Giovanni Giolitti: «Credo necessario dichiarare francamente che l’ammettere al voto 6 milioni di donne e senza avere in alcun modo misurate le conseguenze di siffatta riforma sarebbe tale un salto nel buio».      

  Meno male che Giolitti, nei libri di scuola, ci viene presentato come un liberale progressista!

    Nel 1912 venne introdotto il suffragio universale maschile e per la prima volta fu applicato nelle elezioni politiche del 1913.

   La Grande Guerra interruppe la lotta delle donne per il diritto al voto. Esse si impegnarono   maggiormente nelle lotte quotidiane per il pane e la pace.

9 marzo 1919, Capacità giuridica della donna

   La conquista del diritto al voto per le donne aveva avuto una forte accelerazione con la Prima Guerra Mondiale: la realtà quotidiana della donna cambia profondamente, si affacciano nuove necessità e le italiane sono chiamate a sostituire gli uomini mandati al fronte. Sostituirono gli uomini anche nei lavori “maschili” dimostrando di essere in grado di farlo. Matilde Serao nel suo “Parla una donna”: diario femminile di guerra, richiama l’attenzione sul contributo femminile di tutte le classi sociali, ma a guerra finita le donne verranno licenziate in massa per far posto ai reduci di guerra, il loro impegno verrà riconosciuto anche dal Parlamento e con l’abrogazione dell’autorizzazione maritale le donne guadagnano nel 1919 l’emancipazione giuridica.

16 maggio 1925

    Nel 1925, durante il fascismo, entrò in vigore una legge che concesse ad alcune italiane (molto poche) la possibilità di eleggere gli amministratori locali. Tre mesi dopo, una riforma rimpiazzò i sindaci con i podestà e cancellò il voto amministrativo in generale. Insomma una presa in giro per le donne.

   Le madri prolifiche dello stato fascista furono esaltate e premiate, ma scoraggiate ad avere l’istruzione superiore (dovevano creare carne da cannone non diventare intellettuali!), venne proibita la vendita di contraccettivi e stabiliti dei premi per le famiglie numerose. Molte femministe e molte delle militanti del Congresso del 1923 scapparono all’estero o conobbero la galera. Poi arrivò la Seconda guerra mondiale.

   Con la costituzione del Governo di Liberazione Nazionale si apre un periodo molto intenso per le donne che cercano più diritti e tra questi il diritto di voto e la parità di diritti e doveri tra i sessi.

  La prima richiesta per il suffragio femminile fu della Commissione per il voto alle donne dell’UDI (Unione Donne Italiane) nata per iniziativa di alcune esponenti del movimento antifascista: fu sostenuta dalle rappresentanze dei centri femminili dei vari partiti e dal Comitato nazionale pro-voto nel quale confluirono le principali organizzazioni.

11 ottobre 1899, Donne nuove?

27 febbraio 1906, Le iscrizioni delle donne nelle liste politiche

16 maggio 1912, Il voto alle donne respinto alla Camera

  Con lo scoppio della seconda guerra mondiale le donne sono chiamate ancora una volta a impegnarsi massicciamente fuori casa e a sostenere col loro lavoro le famiglie e gli uomini al fronte e poi i partigiani alla macchia.

    É con la Resistenza partigiana che le donne italiane si appropriano di una nuova identità, scardinando i tradizionali ruoli, combattono sul campo al fianco degli uomini, condividendone ideali e pericoli. Informatrici, staffette, indispensabili collegamenti tra le brigate partigiane e la città, iniziano una vera e propria rivoluzione sociale che porterà non solo al traguardo del voto ma alla rivendicazione di nuovi diritti e spazi nella vita sociale e politica del Paese.

 

di Gianni ZANIRATO

 

 

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