LA RIFORMA FISCALE DI TRUMP

Lunedì 5 febbraio la Borsa di New York ha chiuso con un -4,62% dopo avere toccato durante la seduta perfino un 6,12%. Teniamo presente che le oscillazioni in Borsa si attestano in genere sull’1% in più o in meno. Quello di lunedì perciò è stato un vero e proprio terremoto che ha fatto presto il giro del mondo causando perdite in tutte le Borse internazionali. Adesso la situazione si va assestando con rimbalzi altalenanti in un clima di incertezza o, come si dice in gergo, di volatilità.

Tutti gli economisti sono concordi nell’indicare alla base di questo fenomeno le misure protezionistiche e soprattutto la riforma fiscale di Trump.

La materia è complessa ma penso che, nell’ambito della Scuola di Formazione Politica, dobbiamo avere dimestichezza a capire e discutere questi argomenti da cui dipende tanta parte dei destini dell’umanità.

Parto facendo un esempio.

Quando ero bambino al 19 marzo facevamo il cosiddetto Falò di San Giuseppe.

Andavamo per le case a raccogliere sedie e mobili vecchi, assi con chiodi arrugginiti (pericolosi certo, ma vuoi mettere quanto eravamo liberi?), cartoni, ecc. Facevamo una catasta che a me, piccolino, sembrava una montagna. Poi alla sera davamo fuoco al tutto. Anche quelli dell’altro quartiere oltre la via Notarbartolo (sì, abitavo a duecento metri dalla casa di Falcone) facevano il loro falò. Ma noi vincevamo sempre: la nostra fiamma era sempre più alta. Un anno però quelli oltre la via Notarbartolo aggiunsero scorrettamente del kerosene e la loro fiamma diventò subito più alta della nostra. Durò però per poco e mise a rischio i palazzi vicini.

Dice Alessandro Barbera dalla Borsa di Francoforte: “Immaginate di avere un fuoco già vivace, un’economia in crescita da anni (perché questo ha lasciato Obama), le Borse che macinano record, liquidità ancora abbondante e tassi bassi. La riforma fiscale rischia di far salire le fiamme sopra il livello di guardia perché aumentano le probabilità di una crescita rapida dell’inflazione e soprattutto dei tassi di interesse.” Questo sarebbe un danno per l’Europa, e ancor più per l’Italia con il suo enorme debito pubblico, perché nella UE la ripresa si è avuta e si mantiene grazie ai bassi tassi di interesse e al quantitative easing di Mario Draghi, presidente della BCE.

Non si tratta però solo del danno alle case vicine di cui a Trump potrebbe importare poco – America first – anche se il fuoco nelle altre case prima o poi raggiunge anche casa tua. C’è un problema anche per l’economia americana.

La riforma fiscale voluta da Trump e dai Repubblicani impone un tetto massimo del 21 per cento di imposizione fiscale per le aziende, contro l’attuale 35 per cento. Secondo i sostenitori della legge, una riduzione così marcata incentiverà nuovi investimenti e assunzioni da parte delle imprese, anche se molti economisti si sono detti scettici e ritengono che non ci sia un rapporto diretto tra riduzione delle imposte e aumento dell’occupazione o dei salari. Le modifiche alla tassazione riguardano anche i singoli individui, con un taglio delle aliquote dall’attuale 39,6 per cento al 37 per cento. La legge prevede diverse altre deduzioni, agevolazioni fiscali e una revisione della tassazione sulle proprietà immobiliari e le eredità.

 C’è però un precedente: la cosiddetta Reaganomics. Secondo Ronald Reagan l’interesse privato dei ricchi era coincidente con l’interesse pubblico e pertanto andava incoraggiato con la riduzione dell’azione dell’Antitrust, l’attenuazione dei vincoli ecologici e con agevolazioni fiscali: la riduzione delle aliquote fiscali per i redditi elevati avrebbe stimolato la crescita e quindi comportato maggiori introiti per lo Stato. E’ questa l’essenza dell’impostazione economica di Reagan, la cosiddetta reaganomics. Reagan fu quindi il presidente dei ricchi, che sostenne con aperto candore e dai quali fu a sua volta sostenuto con entusiasmo. In realtà, la detassazione non diede i risultati sperati, il deficit pubblico aumentò vistosamente, l’incidenza del debito pubblico sul prodotto lordo, pari a poco più del 20 per cento all’inizio della presidenza Reagan, era quasi raddoppiata alla fine. E questo perché i ricchi, più che investire, aumentarono i consumi.

Sappiamo come è finita: complice le guerre in Iraq e Afghanistan, i derivati, la bolla speculativa sulle case, i mutui subprime e i titoli tossici è iniziata una crisi da cui America e UE sono usciti solo di recente.

Ma, indipendentemente dal destino dell’economia, ci sono due problemi di giustizia sociale che mi preme sottolineare.

Il primo riguarda il minor introito che gli Stati Uniti avranno con la riforma fiscale, 1.500 miliardi, che saranno sottratti ai servizi (non certo alle spese militari).

Il secondo riguarda l’ingiustizia sociale della riforma di Trump. Per illustrarlo lo faccio con le parole di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, professore alla Columbia University, capo economico della Banca Mondiale e consulente del governo USA:

“La riforma fiscale di Trump riduce le tasse a chi può pagarle più facilmente (il 20% più ricco della popolazione). E quando sarà pienamente in vigore, nel 2027, farà aumentare le tasse per una maggioranza degli statunitensi della fascia media (tutti gli altri, a parte i più poveri).

Il sistema fiscale era già regressivo prima di Trump. E’ noto che una volta l’investitore miliardario Warren Buffet si lamentò perché pagava in proporzione meno tasse della sua segretaria. La nuova legge rende il sistema fiscale USA ancor più regressivo. L’aumento delle disuguaglianze è un problema fondamentale per gli Stati Uniti, dove i ricchi hanno beneficiato di quasi tutti gli aumenti del prodotto interno lordo negli ultimi quarant’anni. La legge aggiunge al danno le beffe: invece di invertire questa tendenza, arricchisce i cittadini più ricchi.”

Insomma è la solita questione. Se una società è basata sulla diseguaglianza sociale, per renderla più stabile i reazionari puntano ad allargare ancora di più questa base che è data dalla distanza tra il più ricco e il più povero.

Una nota: ogni riferimento alla flat-tax e a “prima gli italiani” non è casuale ma voluto.

di Angelino RIGGIO

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