La scuola deve essere per tutti

Forse la scuola italiana, oggi, risente ancora di un etnocentrismo che non ha vissuto un serio momento di critica. Negli ultimi anni, poi, si è ancor più sviluppato un divario pretestuoso e stereotipato tra licei e istituti tecnici. Divario, totalmente infondato, che vede una presunta superiorità di preparazione sbilanciata verso i licei vedendo, in forma ancillare, gli istituti tecnici. È di questi giorni la polemica, nemmeno troppo velata, su alcuni licei romani situati al centro della capitale, ma anche in altre città della penisola italica, che sulle loro pagine istituzionali pubblicizzano la capacità dell’istituto di non avere tra i propri alunni né poveri né disabili. L’articolo che denuncia la questione, di Corrado Zunino su “La Repubblica” dell’otto febbraio 2018 (http://www.gildains.it/public/documenti/7586DOC-78.pdf), fa emergere un classismo becero, fregandosene degli articoli 3 e 34 della Costituzione, che in questo momento storico diventa ancor più miope, pericolosamente miope sottolineerei, per una recrudescenza di fenomeni neo-fascisti che si nutrono di scontro sociale a tutti i livelli della società. La scuola, di ogni ordine e grado, proprio per il suo mandato costituzionale, etico e formativo è inclusiva e diretta al superamento delle classi e mezzo di miglioramento e crescita culturale e sociale degli studenti che la vivono e la praticano.

Si legge sulla home page del Liceo romano sito in Piazza del Collegio Romano, a precisazione e risposta all’articolo de “La Repubblica”, che quello che è stato preso come esempio di pubblicità della scuola in realtà è una: “mera rilevazione di dati contesto e non contiene alcun giudizio di merito o di valore. Tanto meno è una pagina pubblicitaria” (http://liceoeqvisconti.gov.it). Le smentite o le rettifiche, sempre pubblicizzate sulla pagina web dei licei sembrano, il più delle volte come quella della direttrice scolastica del Liceo Visconti di Roma all’ANSA (http://www.ansa.it/lazio/notizie/2018/02/08/scuolapreside-viscontinessun-classismo_b1df341eedfc-4806-b0b5-7b82990450b7.html), anche peggio della cosiddetta “rivelazione dati”. La domanda, allora, è d’obbligo: c’è bisogno in un dato quantitativo che sottolinea che il censo dei genitori degli studenti è di tipo medio-alto, che non ci sono diversamente abili e che questo favorisce la relazione tra i pari e che, soprattutto, non ci sono nomadi? Non possiamo pensare che tali informazioni siano solo di tipo statistico, anche perché non si fanno così le statistiche, e dobbiamo ipotizzare che tali notizie siano state divulgate per un tipo di comunicazione pubblica esterna.

Tutto questo, sia i comunicati pseudo pubblicitari per invogliare ad iscriversi al liceo in questione sia le successive “commoventi” rettifiche, non sono più il punto focale. Il centro della questione è più profondo: siamo di fronte ad una nuova mutazione antropologica, riprendendo la brillante intuizione di Pier Paolo Pasolini nel suo articolo del “Corriere della Sera” del 10 giugno 1974.

Non fare i conti con il passato fascista e continuare a tollerare i gruppi neo-fascisti porta a reificazioni di contrapposizioni classiste e fenomeni di esclusione sociale; non comprendere che l’inclusione sociale è un processo che si sviluppa prima di tutto nelle scuole significa perdere la capacità di progettare un futuro democratico; non “praticare” lo sviluppo della capacità critica nei discenti, in un’ottica di critica al colonialismo italiano di stampo razzista, esprime un fallimento della stessa istituzione scuola.

Siamo di fronte ad un bivio: trasmettere pratiche democratiche o perdere la battaglia contro chi predica rabbia sociale e semina odio. Difficile dire come andrà a finire. Quello che possiamo fare è, sempre, difendere la democrazia e comprendere bisogna ancora lavorare duramente per difendere la libertà.

di Mario PESCE

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *