SICUREZZA: un metodo per discuterne.

Tutto è più complicato di quello che sembra: ciò che si presenta ha dietro di sé qualcosa che non si presenta e lo rende possibile. Bisogna quindi diffidare della semplicità, non per gusto della complicazione fine a se stessa, ma perché la semplicità spesso può essere fuorviante, ingannevole, ideologica…

Un importante filosofo del Novecento, Paul Ricoeur, ha individuato un filone all’interno della storia del pensiero raccogliendo sotto l’etichetta di “scuola del sospetto” tre pensatori: Marx, Freud e Nietzsche. Questi tre pensatori sono accomunati dal fatto di avere introdotto nella filosofia criteri di smascheramento, di critica e di sospetto nei confronti di quello che ci viene tramandato. I pensatori della scuola del sospetto sono figure che giocano un gioco inverso a quello dell’uomo che gioca d’astuzia: mentre l’uomo che gioca d’astuzia cerca di ingannarci, questi pensatori, per vie diverse (mostrando la natura reale dei rapporti di produzione nel caso di Marx, o cosa si nasconde dietro le strutture di potere e di potenza nel caso di Nietzsche, o cosa si nasconde dietro la coscienza nel caso di Freud), fanno apparire la scena retrostante.

Maurizio Ferraris

Professore di Filosofia Teoretica Università di Torino

 

 

Con la Scuola di Formazione Politica stiamo facendo insieme un viaggio per sviluppare un metodo per conquistare o rendere più salda la coscienza critica.

Se il gioco dei quattro punti disposti a quadrato (vedi l’articolo su Menenio Agrippa) ci invitava a uscire dagli schemi, questo scritto di Ferraris ci invita a smontare il palcoscenico delle apparenze.

La forza di una rappresentazione teatrale è quella di portare chi vi assiste in una realtà diversa da quella che ogni giorno vive. E’ fondamentale la narrazione, l’abilità degli attori che devono apparire qualcosa che non sono (nella scena, Amleto è reale e Gassman, un nome sulla locandina).  Più importanti la musica (o i suoni fuori scena) che accompagnano la crescita emotiva e le luci che illuminano l’attore o la scena che si vuole valorizzare. Questi due elementi fanno qualcosa di più che valorizzare quello su cui vengono focalizzati: escludono dal campo sonoro e visivo ogni altra cosa. C’è poi lo scenario di fondo che crea la situazione di contesto in cui si svolge la storia: se il fondale mostra il mare, difficilmente ci aspetteremo attori in sci e scarponi o se c’è un tempio greco non pensiamo che verrà fuori un samurai.

Per arrivare alla realtà dobbiamo smontare questa complessa macchina per scoprire la struttura economica, di potere o di pulsioni emotive che influenzano le coscienze.

E’ un lavoro complesso.

Prendiamo l’esempio del tema della sicurezza. Salvini agita con successo questa tesi: il disagio degli italiani deriva dall’invasione dei migranti.

Quale è la forza di questo messaggio? E’ la sua semplicità, la forza di una battuta in teatro che vale più di mille parole. Mille parole sono una frazione di quelle che servono a spiegare un fenomeno complesso come quello delle migrazioni. Queste sono un fatto strutturale e non un’emergenza. Si tratta di qualcosa che è inutile cercare di respingere ma di fronte a cui bisogna organizzarsi per trasformare in opportunità di crescita quello che inizialmente appare un problema (come hanno fatto alcuni paesi della Calabria e intere zone della Sicilia e si potrebbero fare nelle zone montane spopolate piemontesi).

Ancora più importanti sono le luci, la musica e il rumore fuori scena. Queste nella scena, servono a rafforzare i sentimenti del pubblico verso i personaggi: sottolineano la malvagità dei cattivi, le virtù dei buoni favorendo il formarsi di un giudizio da parte degli spettatori. Nella realtà servono ad alimentare il pre-giudizio, cioè giudicare le persone in modo diverso in base a loro caratteristiche (il colore della pelle, il luogo di provenienza, la religione, ecc.). Per cui c’è un’enfasi che accompagna la narrazione dei fatti di cronaca che riguardano gli immigrati. Si sottolinea ad esempio la condizione di immigrato o del Paese di provenienza, esattamente come decenni fa si sottolineava che un reato era stato commesso da un meridionale. Si badi: tutto questo non lo fa Salvini ma altri e non solo per vendere più copie o per lo share o anche solo per pigrizia mentale bensì perché al potere fa comodo la guerra tra poveri.

Soprattutto luci e suoni servono a mettere in ombra tutto il resto della scena che è la parte di gran lunga più grande.

Resta in ombra, per esempio, che il numero dei reati non è affatto aumentato; che gli immigrati regolari hanno un tasso di criminalità molto più basso della media degli italiani; che la Bossi-Fini è criminogena perché consegna come manovalanza gli irregolari alla criminalità organizzata (mafia, camorra, ‘ndrangheta, tutta roba nostrana, che sembra preoccupare poco i puristi della razza), ecc.

(Tra gli effetti del cono d’ombra c’è stato l’episodio dei neri feriti da un terrorista leghista che hanno ricevuto una visita del Ministro della Giustizia solo cinque giorni dopo l’attentato di Macerata).

C’è poi lo scenario di fondo. Nella finzione teatrale serve a chiudere l’orizzonte dello spettatore. Nella realtà questo scenario è stato costruito in anni consolidando abitudini, luoghi comuni, pregiudizi che impediscono di vedere le cose nella sua ampiezza ma solo nell’ambito che ci è permesso dalla rappresentazione del potere.

E’ vero c’è una grande insicurezza oggi, soprattutto tra la povera gente. E Salvini ha un grande successo ad agitare questo tema. Ma, come gli attori in scena, invia gli spettatori verso la direzione che vuole. Che non è quella giusta.

Tolto lo scenario di fondo, c’è un dato fondamentale che appare: la diseguaglianza. La società capitalistica ha dentro di sé la necessità della diseguaglianza, ma quello che si sta generando oggi è un aumento esponenziale dell’iniquità.

La gente, soprattutto la povera gente, è insicura ma non per gli immigrati, come dice Salvini.

E’ insicura perché non ha lavoro; perché se ce l’ha, ha paura di perderlo; perché non è pagata a sufficienza per fare un mutuo, per mettere al mondo dei figli; perché non sa se potrà avere una pensione e se sarà adeguata; perché vede diminuire i servizi a partire dalla Sanità, ecc.

E tutto questo mentre si preferisce lasciare in ombra che i ricchi sono diventati sempre più ricchi.

Troppa iniquità finisce per devastare la società, provocando tutte le reazioni tipiche dell’esclusione sociale: guerra tra poveri, nazionalismo e domanda di autoritarismo, cioè desiderio di un capo autocratico che “sistemi le cose”.

di Angelino RIGGIO

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