LA LEZIONE DI GIANNI OLIVA SULLA RIVOLUZIONE FRANCESE

Davanti a una platea numerosa e letteralmente affascinata, lo storico Gianni Oliva ha tenuto la quinta lezione del corso “Rivoluzioni” della Scuola di Formazione Politica.

Oliva ha dedicato, correttamente, la prima e più lunga parte della relazione ai processi che hanno portato allo sbocco rivoluzionario da cui sono nati la società e lo stato moderno basato sui diritti e non sui privilegi.

Infatti per giungere a questo cambiamento sociale eccezionale è stato necessario un lavoro lungo e complesso di decostruzione per citare il professor Ferraris (vedi l’articolo “Immigrazione: un metodo per parlarne”). Per superare l’ordine preesistente è stato indispensabile smontare pezzo per pezzo la rappresentazione della realtà entro cui il mondo era ingabbiato.

Per esporre questo percorso Oliva è partito dal teatro più bello della società di fine ‘700: la reggia di Versailles. 

  • Versailles rappresentava plasticamente la struttura sociale e di potere politico dell’epoca. Non era solo il mondo a parte dei nobili (e dell’alto clero). Era il luogo presso cui il Re aveva richiamato i nobili sradicandoli dal proprio territorio e, eliminata ogni minaccia di un potere locale ribelle, aveva affermato il suo potere assoluto.
  • Versailles era anche il simbolo di una disuguaglianza incolmabile. I contadini, i poveri, gli artigiani non potevano nemmeno lontanamente paragonare le loro dimore e le loro attività quotidiane (fatte di miseria, fatica e sofferenza) con la reggia e la vita di agi e ricchezze dei nobili. Questo rafforzava l’immaginario di una realtà inamovibile: così è, così è stata, così sarà.
  • Versailles infine era il simbolo del potere economico: un terzo della ricchezza nazionale (oggi diremmo del PIL) della Francia, la Nazione più ricca e avanzata dell’epoca, serviva a mantenerla.

Nei secoli si era formata però una classe sociale, la borghesia, che di fatto con le sue imprese contribuiva al 90% della produzione della ricchezza nazionale. Con la capacità di scoprire nuovi mercati, nuovi metodi di produzione e con l’applicazione delle scoperte scientifiche e tecniche rappresentava un dinamismo all’immobilità della società aristocratica e all’immutabilità dei rapporti sociali.

Questa contraddizione è stata evidenziata da una schiera di pensatori, gli Illuministi, che hanno smontato pezzo per pezzo la costruzione scenica del vecchio regime.

Giustamente tra questi Oliva ha evidenziato il ruolo di Antonio Genovesi che a Napoli ha fondato la  prima Cattedra di Economia e Commercio. Questo sottolineava l’importanza appunto della Economia e del Commercio nella società reale. (Oliva tiene particolarmente a smontare anche un luogo comune storico, quello di un Regno Borbonico arretrato di fronte a quello Sabaudo avanzato: è stato l’esatto contrario).

Ha citato Cesare Beccaria e le sue riflessioni modernissime contro la pena di morte e la tortura. Le sue opere affermavano il diritto delle persone a una giustizia imparziale, non legata a censo e privilegi.

John Locke, uno dei più influenti anticipatori dell’Illuminismo, è stato il padre del liberalismo classico. Soprattutto, con il suo empirismo, ha affermato un concetto rivoluzionario: le idee giuste nascono dal basso, dall’esperienza, e non dall’alto da una verità indiscutibile. Questo, dal punto di vista sociale è dirompente perché la conoscenza e la cultura sono tra i principali pilastri del potere.

Montesquieu è stato il teorico di una delle basi della democrazia moderna: la separazione dei poteri. Nel governo della società devono essere divisi il potere decisionale (l’esecutivo), quello di formulazione delle leggi (il legislativo) e quello di applicazione delle leggi (giudiziario). Una concezione dirompente di fronte a una società basata su una monarchia assoluta con l’accentramento dei tre poteri nella persona del re.

Voltaire, in nome della ragione, afferma il diritto delle persone a manifestare le loro opinioni e pone l’urgenza sociale di superare qualsiasi tipo di oppressione politica e intolleranza religiosa.

Rousseau propone il contratto sociale per i fondamenti della società umana e il superamento della disuguaglianza.

C’è insomma un fermento di ricerca politica e sociale, ovviamente ben più vasto nei vari autori e in molti altri, che crea un tessuto ideale e costituisce la base teorica dell’evento rivoluzionario.

A questo punto il nostro storico ha fatto un’ampia digressione sulla Rivoluzione Americana. In termini tecnici, quella americana, non si può definire una vera e propria rivoluzione perché non sostituisce una classe sociale con un’altra, non cambia cioè i rapporti di potere. Più esattamente è stata definita Guerra di indipendenza. I rapporti tra le tredici colonie americane non erano idilliaci ma, quando la Gran Bretagna per sostenere le enormi spese militari impose tasse esose e limitazioni dei commerci, trovarono un accordo per ribellarsi alla Madre Patria. Le rivoluzioni sono anche fatte di simboli e uno di questi fu l’azione di alcuni coloni americani che salirono a bordo delle navi inglesi e a Boston gettarono a mare il carico del tè (la tassa sulla importazione era tra le più odiate). Il governo britannico intervenne con la sua schiacciante forza militare ma i rappresentanti delle colonie si riunirono a Philadelphia per dare vita al proprio parlamento, il Congresso, che approvò il 4 luglio 1776 la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. Anche se non mutarono i rapporti tra le classi sociali (l’economia degli Stati del Sud si reggeva grazie allo schiavismo), la guerra di indipendenza americana ebbe un peso determinante sulla storia futura e sulla rivoluzione francese in particolare. Innanzitutto per l’esempio di avere varato una costituzione repubblicana che faceva propri tutti i messaggi dell’Illuminismo. C’è poi un fattore contingente di non poco peso. La Francia, per indebolire il rivale inglese, aveva sostenuto in modo determinante le colonie americane con il proprio esercito e la propria marina. Questo imponente sforzo militare aggravò la situazione economica della Francia su cui pesava l’enorme costo di Versailles e di decenni di spese per sostenere una nobiltà parassita. Una carestia in quegli anni esasperò le condizioni della popolazione. Quando il Re tentò di imporre una nuova tassa sulla terra la situazione divenne incandescente. Luigi XVI fu costretto a convocare gli Stati Generali a lui sottoposti: i nobili, il clero e il terzo stato, cioè tutti gli altri che rappresentavano il 98% della popolazione. La formazione dei delegati del terzo stato era estremamente complessa: si partiva da assemblee locali che via via eleggevano i rappresentanti alle assemblee di livello superiore. Questa difficoltà diventò un’arma nelle mani dei rappresentanti della borghesia e della cultura illuminista perché permise loro di raccogliere il malcontento popolare e farsene paladini tramite i cahiers de doléances. L’occasione della rottura venne sul modo di votare. Il Re e i nobili sostenevano il voto per ordine: avrebbero così avuto la maggioranza contro il Terzo Stato che invece, essendo più numeroso, voleva il voto per rappresentanti. E’ in questo momento che nacque un dualismo di potere: i rappresentanti del Terzo Stato si riunirono nella “Sala della Pallacorda” in Assemblea Nazionale (20 giugno 1789). Peggiorando ulteriormente le condizioni di vita, i rivoluzionari con una coccarda bianca rossa e blu attaccano il carcere della Bastiglia (14 luglio 1789), simbolo del potere assoluto al canto della Marsigliese. Da lì in avanti corrono dieci anni che cambiano il mondo. La proclamazione della repubblica. La fine della monarchia simbolicamente rappresentata dalla decapitazione dei sovrani. La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, alla base di tutte le Costituzioni moderne. La fine del vecchio ordine economico e sociale. L’avvio della democrazia parlamentare con la contrapposizione dei moderati (Girondini) ai radicali (Giacobini). Tutto questo, anche tra mille contraddizioni (il terrore, il bonapartismo), portò a un rinnovamento sociale senza precedenti con l’avvento al potere della borghesia che, nel volgere di 50 anni contagerà tutta l’Europa, come abbiamo visto nella lezione sul 1848.

La sintesi che ho fatto è meno affascinante della relazione del professor Oliva ed è sicuramente lacunosa e incompleta. Me ne rendo conto ma le lezioni della Scuola di Formazione Politica non hanno lo scopo di fornire nozioni. Ciò che è importante è indurre passione e costruire un metodo per sviluppare coscienza critica.

 

Il corso sulle rivoluzioni proseguirà con la lezione del professor

Alessandro Barbero

che venerdì 16 marzo ci parlerà delle

“Rivolte contadine nel Medio Evo”.

 

di Angelino RIGGIO

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