IL FORUM SULLE DISUGUAGLIANZE E LE DIVERSITA’

Cosa è successo e perché, secondo noi.

La cultura e le politiche egemoni in Occidente negli ultimi trenta anni hanno sistematicamente ignorato la necessità di intendere il progresso umano come aumento della “libertà sostanziale sostenibile” delle persone, ovvero, in linea con la nostra Costituzione, dell’opportunità di ogni persona di vivere la vita che è nelle proprie e diverse potenzialità vivere, senza ridurre la stessa libertà per la successiva generazione.

Questa idea alternativa di progresso umano è sul tavolo, ha influenzato molti esperimenti e sta dietro al disegno degli Obiettivi mondiali dello Sviluppo Sostenibile per il 2030, ma al momento di disegnare politiche e di costruire bilanci, uguaglianza e inclusione sociale sono in genere trattati come vincoli alla crescita, fattori di cui tenere conto per evitare che le tensioni sociali blocchino un progresso definito solo in termini di dinamica del reddito medio.

Ne sono risultati un diffuso aumento della disuguaglianza di reddito, una forte concentrazione della ricchezza, la creazione di fasce diffuse di “perdenti”, specie nelle periferie, nelle piccole città e nelle vaste aree rurali di ogni paese, luoghi dove degrado sociale e degrado ambientale si sono alimentati l’un l’altro.

Queste disuguaglianze si sono aggiunte a disuguaglianze radicate e di lunga durata, in alcuni casi modificandone le caratteristiche, in altre amplificandone la portata. Questo è innanzitutto un problema di per sé, che, comprimendo la libertà sostanziale di molte persone, ripropone con forza la questione della giustizia sociale, nei risultati e nei destini individuali. D’altra parte, vecchie e nuove disuguaglianze hanno ripercussioni significative, ma fino a poco tempo fa largamente sottovalutate, sul funzionamento dell’economia e sulle dinamiche politiche.

Come mostra un numero crescente di studi, esse hanno prodotto effetti negativi sulla stessa crescita e poi sulla “crisi” iniziata nel 2008. E hanno avuto effetti politici ora appariscenti: un diffuso rifiuto della concorrenza e della libertà di circolazione; una crescente intolleranza per le diversità; una sorta di “esodo dalla cittadinanza” con sentimenti di diffidenza e risentimento verso tutto ciò che è istituzione; la richiesta di “poteri forti; infine, il rigetto della “globalizzazione” – termine assai elusivo – tout court, come se l’integrazione dei mercati e la riduzione di distanza fra luoghi e individui sia responsabile in sé di tutto ciò, e non lo siano piuttosto le politiche nazionali e internazionali che hanno attuato e accompagnato questi processi.

Quella stessa “globalizzazione” ha in realtà significato anche un veloce e positivo ritorno di Cina e India e altri paesi sulla frontiera dello sviluppo. In presenza di condizioni concorrenziali e di un’accresciuta libertà di circolazione, la loro industrializzazione ha dato un decisivo impulso all’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone e alla formazione di un nuovo ceto medio, vasto oggi come quello dell’Occidente. Grazie a questo sommovimento, e nonostante l’aumento della disuguaglianza all’interno della maggioranza dei paesi, per la prima volta, almeno dall’800, la diseguaglianza complessiva del mondo (fra le persone) si è ridotta. Ma non finisce qui. Perché grandi masse di persone sono poco al di sopra della soglia mondiale di povertà (l’equivalente di 1,90$ negli USA). Perché l’1% più ricco della popolazione mondiale ha visto crescere in questi stessi anni la propria quota di reddito e di ricchezza privata, arrivando a controllare quasi la metà di quest’ultima. E soprattutto perché, nello stesso periodo, una terza parte del mondo, specie nel continente africano, ha visto immutata o addirittura peggiorata la propria situazione, con conseguenti disastri umani e creando le condizioni per le massicce migrazioni in atto.

Così il cerchio si chiude. I “perdenti” dell’Occidente si sentono insidiati sia dal nuovo ceto medio dei paesi emergenti, sia dai “poveri che ci invadono”. E sono tentati di volgere contro di loro e contro le frontiere aperte le proprie preoccupazioni, anziché verso politiche sbagliate.

La vicenda dell’Italia, a parte le note differenze, ricalca questa traccia. La disuguaglianza di reddito mostra un trend crescente a partire dall’inizio degli anni ’80, comunque misurata. La crisi ha ridotto i redditi famigliari lungo tutta la distribuzione, ma ha avuto effetti più forti soprattutto per le fasce meno abbienti o povere, meno tutelate dalla rete di protezione sociale e più esposte alla caduta della domanda di lavoro: secondo alcune stime, nel 2014, il 10% di italiani con il reddito più basso, aveva in media a disposizione un reddito inferiore di circa un quarto rispetto a quello del 2008. Quasi un cittadino ogni otto vive in “condizioni di grave deprivazione materiale”. Fortemente cresciuta rispetto agli anni ’80 è la quota di reddito e di ricchezza dell’1% più ricco. E infine, come altrove, per fasce ampie della popolazione, alle minacce economiche (reddito e prospettive di lavoro) e sociali (accesso e qualità dei servizi fondamentali) si somma una minaccia normativa e culturale: ai propri valori e norme di comportamento, alla propria omogeneità, al proprio bisogno di protezione da parte di un’autorità affidabile.

In questo contesto le minacce economiche, sociali e normative che colpiscono molti e che frenano il Paese intero vanno affrontate rilanciando la battaglia e le azioni pubbliche per dare a chi è colpito dai processi in atto l’opportunità di beneficiarne, per rimuovere vecchi e nuovi ostacoli al loro percorso di vita, e per dare all’economia e alla società regole e politiche che non riproducano continuamente divari, a differenza di quanto accaduto nell’ultimo trentennio. E ciò può essere fatto senza “battaglie fra poveri”, anzi tenendo le porte aperte e trasformando la minaccia delle migrazioni in rigenerazione culturale e gli scambi con i paesi emergenti in un vantaggio per tutti.

Questo brano è tratto dal documento costitutivo del Forum sulle disuguaglianze e le diversità promosso dalla Fondazione Basso e da numerose associazioni di ricerca.

Per potere contare su indagini di alto profilo scientifico, suggerisco ai lettori di piazzadivittorio.it di andare a consultare il sito del forum www.forumdisuguaglianzediversita.org.

Angelino RIGGIO

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