VINCOLO DI MANDATO

In questi giorni sta tornando prepotentemente alla ribalta una discussione che ciclicamente viene riproposta, soprattutto dal Movimento 5 Stelle. Ovvero l’introduzione del vincolo di mandato per i parlamentari, modificando l’articolo 67 della nostra Costituzione.

Non userò mezzi termini: è una riforma pericolosissima, messa in campo peraltro da chi fino a poco tempo fa si batteva strenuamente per difenderla, la Costituzione.

Innanzitutto vediamo di cosa si tratta: l’articolo 67 della nostra Costituzione dice che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

L’abolizione del divieto di mandato imperativo mira sostanzialmente a impedire a un parlamentare eletto in uno schieramento di “cambiare casacca”, cosa che ai più potrebbe sembrare cosa buona e giusta. Certo, se pensiamo ai vari Razzi e Scilipoti saremmo portati sicuramente ad approvare questa scelta.

Cosa succede tuttavia se un parlamentare viene espulso dal suo gruppo politico contro la sua volontà? Nello stesso Movimento 5 Stelle, per esempio, ci sono state certamente alcune dimissioni, ma tante… tantissime sono state le espulsioni. Alcune di queste sono state condotte con procedimenti sommari, privi del più elementare diritto di difesa, argomentate attraverso l’uso di una retorica di parte al fine di nascondere le reali motivazioni dell’espulsione e di ottenere una legittimazione basata su un plebiscito popolare similmente a quanto avveniva durante le fasi dell’annessione al Regno d’Italia o ai tempi del fascismo.

Ora chiediamoci: un parlamentare che venga allontanato dal suo gruppo politico, si ritrova alla porta perché ha violato le regole, i principi, i valori di quel gruppo? Oppure viene fatto fuori perché era diventato scomodo, avendo visto quegli stessi principi calpestati proprio da quel gruppo che, per togliersi di mezzo un rompiscatole scomodo, lo espelle? È chiaro che da un gruppo si viene espulsi per due motivi: o perché non se ne rispettano i principi, oppure perché si è rimasti gli unici a rispettarli. La legge della maggioranza infatti è un’arma a doppio taglio: è buona finché la maggioranza è buona, ma è cattiva quando ad essere buona è rimasta solo la minoranza.

E qui entra in gioco il divieto di mandato imperativo, che è presente in quasi tutti i sistemi costituzionali nei paesi che hanno una democrazia cosiddetta rappresentativa: manca solo in Portogallo, a Panama, in Bangladesh e in India. E il motivo è presto detto: una forza politica rappresenta sempre gli interessi particolari di una parte dei cittadini (talvolta, inconsapevolmente, di pochi), e questi interessi possono non coincidere con il bene comune del Paese. Cosa accadrebbe allora se quella forza politica, magari diretta da individui spregiudicati che nel tempo hanno preso il sopravvento, imponesse ai suoi parlamentari di votare leggi che vanno palesemente contro gli interessi della collettività dei cittadini (o perfino contro quelli delle ispirazioni originarie del partito) pena il loro allontanamento dal Parlamento e la loro sostituzione con altri parlamentari più compiacenti? (e qui altra discussione sul cosiddetto “recall” che i 5 stelle vorrebbero introdurre). Si apre la strada, cioè, alla dittatura di pochi, che impossessatisi dei vertici di una forza politica, minacciano o ricattano i parlamentari al fine di ottenere vantaggi personali.

Invece, cosa dice il divieto di mandato imperativo? Dice che ogni parlamentare eletto rappresenta la Nazione, ovvero che pur rispettando il mandato particolare che gli è stato conferito con le elezioni, si deve fare garante e custode degli interessi di tutti i cittadini del Paese, nel senso che deve essere libero di non partecipare all’approvazione di leggi che siano in contrasto con la sua coscienza, magari perché palesemente contrarie al bene collettivo. Una tutela per la democrazia che i padri costituenti avevano introdotto memori dell’esperienza del fascismo.

È una forma di garanzia che consente a un partito di non prevaricare il Parlamento, espellendo arbitrariamente quei membri dell’assemblea del popolo che non fossero graditi. Certo, è una tutela che consente allo “scilipotismo” di manifestarsi, ma del resto anche l’onere della prova in capo all’accusa, nel nostro sistema giudiziario (con la presunzione d’innocenza), rappresenta lo stesso equilibrio tra opposti rischi, laddove privilegia i diritti dell’imputato a discapito della prepotenza dei potenti, sulla base del principio che sono meglio dieci colpevoli fuori che un innocente dentro. È quel “garantismo” che contraddistingue le società basate sui diritti. Ribaltato sull’articolo 67 della Costituzione, questo ragionamento suona più o meno così: meglio un voltagabbana in più, che un Parlamento ostaggio di un regime totalitario.

L’abolizione del vincolo di mandato accentua il rischio della selezione di una classe dirigente prona ai voleri del padrone, che per il suo proprio interesse, ovvero per conservare quella poltrona tanto vituperata a parole, accetta l’ubbidienza totale in cambio del mantenimento dello status di parlamentare. A cosa serve avere un Parlamento se tutti i parlamentari di una intera forza politica sono vittima dello schiaffo di una dirigenza di partito? Tanto varrebbe allora ci fosse un solo parlamentare: il segretario di quello stesso partito, in rappresentanza di tutti, che magari fa le leggi insieme ai soli segretari degli altri partiti.

Come si disinnesca quindi il rischio di cambio di casacca? Il rischio ovviamente c’è sempre, ma bisogna affrontare la cosa, a mio modo di vedere, sotto due aspetti.

Il primo, e più importante, è quello della selezione della classe dirigente. In quest’epoca di grandi personalismi, non c’è più il ruolo centrale della scuola di partito. In alcuni partiti addirittura non c’è nessun tipo di meccanismo di selezione e di crescita dei propri attivisti. Ormai si ragiona solo sul meccanismo di “appartenenza” a questo o quel capobastone o leader (o come preferiamo chiamarlo). Bisogna che si ritorni al ruolo fondamentale che hanno sempre avuto i partiti politici: selezionare i migliori, attraverso un duro lavoro. Perché la politica è faticosa, non passa attraverso i “like” dei social network.

Il secondo aspetto riguarda la legge elettorale, che oggi slega sempre di più i candidati dal proprio territorio di appartenenza. In questo modo gli eletti restano sempre più legati alla propria segreteria di partito e sempre meno legati ai propri elettori, che giudicano le scelte compiute e premiano o puniscono con il voto, com’è giusto che sia in democrazia.

di Antimo De Ruosi

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