SCHIAVISMO, OLOCAUSTO, MIGRAZIONI. Prima parte: IL COMMERCIO TRIANGOLARE

La schiavitù è un’usanza di antica data. Si ritrova nella democratica Atene di Pericle come nel regime di Sparta con gli iloti e ancora di più a Roma. Si trattava per lo più di nemici sconfitti o di debitori insolventi. Erano una forza lavoro preziosa per l’economia di allora. In particolare, poiché alle navi nel Mediterraneo non bastava la modesta velatura per lungo tempo quadrata, gli schiavi erano usati come rematori incatenati al loro posto di voga tanto che il carcere tuttora si chiama galera (la galea era la nave tipica). Questa esigenza economica si mantenne inalterata per secoli. I veneziani ne furono i principali beneficiari, utilizzando soprattutto schiavi provenienti dall’est europeo tanto che una delle etimologie della parola slavo è sclavus (in latino: schiavo). La condizione che permetteva il loro utilizzo era la loro definizione di pagani. Il serbatoio di schiavi mutò con l’inserimento degli arabi che scoprirono un enorme giacimento di questa merce: l’Africa.

In Africa la schiavitù era un’istituzione consolidata e con salde radici nell’organizzazione sociale, dunque preesistente all’arrivo degli europei. Individui e gruppi potevano ritrovarsi in condizioni di schiavitù soprattutto in seguito a guerre tra Stati locali, villaggi o singoli clan, ma anche per altre cause: rapimenti e razzie, punizione di reati, infrazioni gravi a regole del diritto consuetudinario, debiti.

Il sistema assunse un carattere scientifico con il sorgere della borghesia nel sedicesimo secolo.

L’adozione del sistema delle piantagioni nelle colonie americane implicava un’ampia disponibilità di manodopera. Gli Indios erano stati decimati dalle violenze degli Europei e dalle malattie trasmesse loro dai conquistadores. Insufficienti, seppure in aumento, erano anche i miseri contingenti di emigranti che provenivano dall’Europa. Gli schiavi neri africani si erano invece dimostrati molto resistenti al duro lavoro nelle miniere, come avevano sperimentato Spagna e Portogallo che ne avevano avviato la tratta nel ‘500. L’Africa costituiva inoltre un serbatoio potenzialmente illimitato di manodopera. Per garantire la disponibilità di lavoratori necessaria alle piantagioni si intensificò dunque la tratta degli schiavi neri.

Di conseguenza, nel Seicento le potenze europee si impegnarono in un traffico dalla caratteristica configurazione triangolare:

  1. le navi europee facevano rotta verso le coste dell’Africa occidentale dove il loro carico, in genere di scarso valore (tessuti di qualità scadente, alcolici, armi, perline di vetro), veniva scambiato con ingenti quantità di schiavi;
  2. ripartivano per l’America dove gli schiavi venivano venduti ai coloni; i negrieri utilizzavano gli straordinari profitti che realizzavano per acquistare i prodotti coloniali;
  3. le stesse navi trasportavano in Europa le merci tropicali.

La tratta dei neri fu praticata per circa 300 anni da negrieri portoghesi, spagnoli, inglesi, francesi e olandesi. Nell’arco di tre secoli, questo commercio impoverì demograficamente l’Africa di oltre 50 milioni di persone, causando un danno incalcolabile allo sviluppo di quel continente.

La “merce umana” veniva disposta secondo una tecnica elaborata nei minimi particolari per ottimizzare lo spazio per questo vennero progettate delle navi ad hoc: le navi “negriere”. Allo stesso modo era elaborato il calcolo di quanto cibo e quanta acqua dovesse bere ogni schiavo durante la traversata che durava circa quattro settimane. Gli schiavi venivano costretti nel ponte inferiore delle navi in spazi alti tra gli 80 e i 120 centimetri. I sorveglianti li spogliavano, li rasavano a zero perché non si coprissero di parassiti, li marchiavano a fuoco su una spalla, poi li incatenavano, li facevano sdraiare a terra e li incastravano l’uno accanto all’altro.

Due volte a settimana venivano trascinati in coperta e lavati con secchiate d’acqua. Poi erano costretti a danzare perché i loro muscoli non si indebolissero. Il pasto consisteva in una zuppa di riso e fave, accompagnata ogni tanto da rum allungato con l’acqua. Erano tanti a morire durante il viaggio tra malattie come lo scorbuto e la dissenteria e spietate repressioni dopo le rivolte. Se il cibo o l’acqua si avariava i commercianti, che non erano luridi avventurieri ma ricchi benestanti (la tratta era l’attività economica che rendeva di più) erano costretti ad abbandonare il carico: gli schiavi, incatenati uno all’altro, venivano spinti fuori bordo così che i primi trascinavano gli altri nell’Atlantico che divenne una enorme tomba a cielo aperto (nulla di nuovo). Arrivati in America, li aspettavano i mercati degli schiavi, in cui venivano venduti per la seconda volta come bestie, e poi il lavoro nelle piantagioni (di cacao, caffè, canna da zucchero, ecc.). In quelle di canna da zucchero, la vita media era di 10 anni.

La saldatura del commercio triangolare divenne perfetta quando il prodotto principale delle piantagioni delle colonie divenne il cotone, la materia prima per la prima produzione industriale, quella che ha per simbolo il telaio tessile.

Nella tratta degli schiavi si stima che morirono oltre dodici milioni di persone tanto che si parla di black holocaust.

Dell’olocausto degli ebrei parlerò in futuro. Per il momento, mi preme sottolineare questo concetto di riflessione: lo schiavismo, l’olocausto e la tratta dei migranti hanno tre cose in comune: una discriminazione culturale, la trasformazione da persone a cose (o merce), la scientificità (e non l’apparente improvvisazione) con cui sono e sono state affrontate.

di Angelino RIGGIO

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