IL 4 MARZO – RIFLESSIONI “A CALDO”.

La sconfitta a sinistra è stata così netta che per chiunque è impossibile spiegarla dando la colpa a qualcosa o a qualcuno di esterno ad essa. Perciò si impone una indispensabile autocritica.

Autocritica: parola dal gusto di cose passate quasi ridicole (come l’onanismo) se non irripetibili come l’uso che se ne è fatto durante la rivoluzione culturale in Cina. Eppure l’autocritica è parola nobilissima che non vuol dire colpevolizzarsi ma dirigere l’analisi dentro sé stessi per adeguarsi a una realtà che non siamo stati capaci a trasformare e/o che abbiamo dovuto subire.

Probabilmente qualcosa sarebbe andata diversamente se il PD avesse fatto una seria autocritica dopo la prima sconfitta alle amministrative, arrivata come una doccia fredda dopo l’ubriacatura del 41% delle europee. Anche per questo risultato positivo sarebbe stato utile fare autocritica, nel senso di guardare dentro sé stessi per ragionare con senso del limite su quel risultato e riflettere su come consolidarlo. Ma se la parola autocritica a qualcuno può apparire fuori moda, a Renzi ha sempre dato l’orticaria. Così ad ogni sconfitta, come un giocatore compulsivo, lui ha raddoppiato la posta e così dopo le amministrative a Roma e Torino c’è stato l’esito disastroso del referendum, e poi le elezioni in Sicilia, e infine le politiche del 4 marzo. In tutto questo, mai un momento di riflessione autocritica; ma via, avanti a testa bassa, abbattendo per la strada quelli che per lui potevano essere d’impaccio, dilapidando in meno di tre anni un capitale importante di consenso fino a portare il PD al di sotto del 19%.

Ma sarebbe sbagliato pensare che questo risultato negativo sia solo colpa di Renzi. Abbiamo detto che dobbiamo fare una auto-critica non trovare un colpevole. Bisogna ragionare sulle proposte, sulle politiche economiche e sociali, e sul modo di essere della sinistra.

Per esempio, sono anni ormai che la sinistra non ostacola in modo efficace la polverizzazione del lavoro salariato voluta dal padronato fino ad arrivare all’estremo del PD renziano di favorirla con l’eliminazione dell’art.18 causando la precarietà del lavoro e quindi la precarietà della vita. Si è voluto descrivere l’art.18 come un vecchio inutile feticcio sottacendone persino anche il valore simbolico oltre a determinarne la cancellazione, abolendo una norma di sostanziale garanzia di dignità per il lavoratore dipendente. Si è determinato così uno svilimento del lavoro e si è reso più debole e ricattabile il lavoratore.

Altro esempio. Sono anni che la sinistra non impedisce lo smantellamento dello stato sociale (pensioni, scuola, sanità) voluto dalle classi dominanti per difendere i propri privilegi, anzi aumentando la forbice sociale nel periodo di crisi.

Ancora un esempio. Sono anni che il partito della sinistra si basa sulle tessere invece che sui militanti. Ma un partito di pacchetti di tessere è scalabile da qualsiasi forza organizzata che abbia ampie risorse economiche: perfino dalla massoneria, dalla mafia, dalla ‘ndrangheta, dalla camorra; e purtroppo ne abbiamo visti tanti di questi casi. Un partito così può essere infiltrato da personaggi loschi quando addirittura non li si cerca apertamente per raccogliere voti come si è fatto chiamando i cuffariani e i lombardiani in Sicilia, i gentiliani in Calabria, gli uomini di Fitto in Puglia e in Campania con l’imbarazzante sistema di potere dei De Luca.

Non mi stancherò mai di ricordare le parole severe di Berlinguer nella famosa intervista a Scalfari:

I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. 

Un’analisi frettolosa potrebbe chiudere l’autocritica con lo slogan “Uniti si vince, divisi si perde”. No. Non sarà mai una pura sommatoria di numeri a garantire credibilità e consenso. La sinistra vince se è dalla parte dei deboli, dei lavoratori, dei disoccupati; se sa parlare a loro; se ha soluzioni credibili. Insomma la forza più grande della sinistra è la sua identità e questa identità è più importante della conquista del consenso e del potere. Ma tutto questo lo può fare solo una forza fatta di militanti.

Noi a Nichelino nel 2014 avevamo davanti un PD già deteriorato: un congresso con tesseramento gonfiato (quasi la metà dei tesserati di Torino), il mancato rispetto dello statuto, il disconoscimento del risultato delle primarie, ecc. Era un avversario molto forte, stabilmente al governo della città, con una solida coalizione. Eppure siamo riusciti  nel triplice risultato di:

  • sconfiggere quel PD
  • azzerare il centro-destra
  • bloccare l’avanzata grillina

Ci siamo riusciti perché abbiamo costruito una struttura politica basata sulla militanza, sui quattro pilastri della buona politica (ideali, impegno, generosità, cultura).

C’è chi pensa che quella sia stata una esperienza irripetibile. Non è vero: ci siamo riusciti di nuovo nel 2016: e avevamo un PD nettamente peggiore, e apparentemente (in base alla conta dei numeri) più forte.

Io credo che Nichelino, come spesso è accaduto in passato, sia un laboratorio politico e che questa nostra esperienza vada valorizzata, continuata, rafforzata ed esportata. So che è un percorso lungo ma tutte le scorciatoie (compresa LeU) si sono sempre rivelate dei vicoli ciechi.

di Angelino RIGGIO

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