LA DEBOLEZZA DEI CINQUESTELLE

Negli scacchi esiste una mossa chiamata “sacrificio di pezzo”. Un giocatore fa mangiare all’avversario un pezzo (un pedone, l’alfiere, a volte perfino la regina) per conquistare una posizione allo scopo di avere libera una linea diretta di attacco. Più spesso l’obiettivo è la conquista del centro del terreno di gioco perché da lì è possibile condurre l’attacco sia a destra che a sinistra costringendo l’avversario a scoprirsi.

Dico questo perché in politica come negli scacchi il vantaggio numerico, da solo, non è indice di forza.

I Cinquestelle hanno ottenuto un ottimo risultato elettorale. Ma il loro 32% non è sufficiente rispetto alla strategia con cui si sono presentati agli elettori: governare da soli senza scendere a compromessi con un ceto politico che hanno condannato in blocco per anni come corrotto e meritevole solo di un Vaffa.

Questo vantaggio numerico potrebbe tornare utile se Di Maio rappresentasse un partito che può rivolgersi indifferentemente a destra o a sinistra, cioè una forza di centro come fu la DC.

Ma la Democrazia Cristiana aveva dalla sua parte la Confindustria compatta che temeva la vittoria del PCI, il sostegno degli USA per motivi geopolitici (l’Italia era speculare alla Jugoslavia, Paesi di confine tra i due blocchi internazionali), l’intero apparato statale fascista (passato armi e bagagli sotto la protezione dei vincitori moderati) e la Chiesa con la sua copertura ideologica e il formidabile strumento di consenso capillare delle sue parrocchie.

Nulla di tutto questo retroterra e apparato hanno i Cinquestelle.

Il partito di Grillo è prevalentemente il partito del malcontento. Il malcontento nei confronti dei partiti tradizionali si è trasformato in temporaneo consenso e fiducia verso chi non ha ancora governato il Paese. Periodicamente questo fenomeno si affaccia improvvisamente, per poi scomparire altrettanto rapidamente. Lo promuovono personaggi che si presentano come giustizieri sociali autoproclamandosi puri contro i “politici corrotti”, tutti, indistintamente. L’abbiamo visto con “L’Uomo Qualunque” di Giannini nel dopoguerra (che superò il 30% in alcune zone del Sud), con la prima Lega Nord di Bossi (che, oltre che con un programma separatista, si presentava come moralizzatore e abbiamo visto come è finito) e, più recentemente, con Di Pietro e la sua “Italia dei Valori” che non fece una fine migliore.

I politici più accorti dei Cinquestelle sono consapevoli della caducità del loro movimento e hanno bisogno di strutturarsi come forza di governo prima che il loro elettorato si dissolva.

Già, il loro elettorato.

Una delle cose più stupide sostenute da Grillo & C. è che “destra e sinistra non esistono più”. Come ha spiegato bene Bobbio, in una società diseguale destra e sinistra esistono e come. Senza raccontare il libro di Bobbio alla cui lettura vi rimando, quelle due categorie sono nella forza delle cose. Li rappresentano quelle persone, gruppi e opinioni che vogliono superare o attenuare le disuguaglianze e coloro che vogliono mantenerle o accentuarle.

Se si esclude una minoranza di soggetti deliranti (quelli contro i vaccini, gli anticomplottisti globali, quelli contro le scie chimiche, ecc.), gli elettori dei Cinquestelle rappresentano le due tensioni sociali (per il momento riunite dall’esasperazione e dalla protesta) ma che su un periodo più lungo sono destinati per questo a separarsi, proprio perché non esiste un partito “senza destra né sinistra”.

Esiste invece un partito di destra.

Salvini ha depurato il centrodestra dalle scorie regionaliste, dai residui democristiani e dal “peronismo” del partito padronale di Berlusconi. Il suo è un partito autenticamente di destra: contro la solidarietà sociale (contro gli immigrati), nazionalista (contro la UE), contro i più deboli (flat tax), repressivo (a favore della pena di morte e dell’uso libero delle armi), ecc.

Di più. Ha portato a buon fine l’OPA (offerta pubblica di acquisto) nei confronti del Centro Destra superando Forza Italia (Giovanni Toti è solo il primo degli uomini di Berlusconi pronti a transumare verso la Lega).

Salvini ha la stessa condizione che in passato ha avuto Craxi.

Questi si era paragonato a Ghino di Tacco, il signore della rocca di Radicofani, cui tutti coloro che passavano per la Via Francigena per andare a Roma dovevano pagare tributo. Craxi, con il 14%, occupava il 40% del potere, visto che diventò anche Primo Ministro.

Salvini oggi ha due opzioni di attacco sulla scacchiera: con il Centro Destra (supportato da transfughi singoli da altri partiti o da gruppi di “responsabili” magari renziani o dei Grillini) oppure con Di Maio. Questi, pur avendo un maggiore peso numerico, ha le debolezze che ho detto prima e soprattutto rappresenta una forza in discesa o con un limite di crescita che non gli consentirebbe il governo in caso di nuovo ricorso alle urne. La Lega invece è più prossima alla maggioranza e soprattutto è una forza in crescita (lo dimostra il contesto internazionale).

E il Partito Democratico?

Come ha detto Gianni Zanirato, è come un pugile suonato. La sua paralisi è testimoniata dalla posizione di chi dice “staremo all’opposizione perché è lì che ci hanno voluto gli elettori” quasi risentita verso questi che non avrebbero capito “le molte buone cose fatte”. La sconfitta non è legata a errori di comunicazione. Doveva essere un campanello d’allarme scoprire che a Torino l’incolpevole Fassino aveva perso in tutti i quartieri operai e vinto nelle zone più benestanti. Bisogna ragionare sul fatto che tutte le disuguaglianze (ricchi/poveri, nord/sud, forza dei padroni/forza dei lavoratori, salari maschili/salari femminili) sono aumentate durante i governi PD.  Fanno invece sperare male certe espressioni del tipo (“resa di conti fra le correnti”, “quale segretario”, ecc.) e lo stato di estrema debolezza (che dura da anni) della sinistra interna, per di più colpita violentemente dalla scure renziana nella scelta delle candidature. L’ultima sciocchezza è l’idea di un referendum tra gli iscritti per decidere se allearsi o no con Di Maio. Non si può escludere a priori ogni trattativa: sarebbe come considerare negativa la possibilità di un incontro tra la Corea del Nord e gli USA. Una forza responsabile dovrebbe sedersi a trattare con i Cinquestelle e, solo sulla base del risultato ottenuto, decidere se allearsi e consultare la propria base.

La sinistra ha davanti a sé due compiti.

  • Il primo, di lungo periodo, è una ricostruzione sulla base di un programma chiaro di tutela dei lavoratori e su una rete di volontari militanti isolando personaggi spregevoli legati al proprio interesse e alla propria carriera.
  • Il secondo, più immediato, è quello di impedire l’abbraccio mortale tra Salvini e Di Maio che può consegnare il Paese a una Destra estremamente pericolosa.

di Angelino RIGGIO

 

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