Scuola Diaz, nonostante tutto i poliziotti hanno fatto carriera: ecco cosa fanno

Dopo la presa di posizione del magistrato Zucca tornano in auge le polemiche sulle carriere dei poliziotti della Diaz. Ne parla oggi La Stampa

Redazione Tiscali

Dopo l’esternazione del magistrato Enrico Zucca (“chi coprì i torturatori del G8 di Genova è ai vertici della Polizia”) sono tornate d’attualità le polemiche sulle carriere dei poliziotti che ebbero un ruolo nel caso della scuola Diaz. Ma chi sono e a cosa ci si riferisce? Ne parla la Stampa in un pezzo firmato da Matteo Indice. In pratica si fa riferimento a tre nomi.

Caldarozzi

Risalirebbe al settembre scorso, stando a quanto si legge sul quotidiano di Torino, “la nomina di Gilberto Caldarozzi a vicario della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia. Di fatto il leader operativo che ha il polso delle inchieste più delicate. Protagonista della caccia a svariati latitanti, è tecnicamente un pregiudicato per falso: la Cassazione fissò una pena a 3 anni e 8 mesi poiché aveva firmato in larga compagnia il verbale di perquisizione in cui si dichiarava che dalla scuola dove dormivano i no global, poi manganellati durante l’irruzione degli agenti, spuntarono due bottiglie incendiarie – ricorda il giornale – Le stesse che furono esibite la mattina successiva nel corso di una conferenza stampa, sebbene gli ordigni fossero stati in realtà introdotti dagli uomini in divisa”.

Caldarozzi, Troiani e Gratteri

Il verdetto divenne definitivo il 5 luglio 2012 e in quel momento Caldarozzi era capo del servizio centrale operativo.  Fu sospeso durante l’interdizione dai pubblici uffici, scaduta a luglio 2017, ed “era stato ingaggiato da Finmeccanica quando era presidente Gianni Di Gennaro, cioè il capo della Polizia nel periodo del G8”.

Troiani

Pietro Troiani (“per i giudici fece portare alla Diaz le false molotov”) invece “nel 2017 è diventato comandante del centro operativo della Polstrada a Roma“. La Stampa ricorda che “secondo le carte del caso Diaz, è l’uomo che nella notte del 22 luglio 2001 ordinò a un assistente di trasportare nell’Istituto le bombe trovate il giorno prima in tutt’altra parte della città… Ha preso 3 anni”.

Sulla vicenda Caldarozzi-Troiani il ministero ha parlato “non di avanzamenti ma di posti assegnati in base al grado e alle professionalità dei funzionari al momento della sospensione”.

Gratteri

Francesco Gratteri viene definito il “più noto fra i condannati per il verbale fasullo. Fra il 2001 e il 2012 (data della sentenza definitiva) diventa prima capo dell’antiterrorismo, poi Questore di Bari e, con il grado di prefetto, coordinatore del Dac (Divisione Centrale Anticrimine)”.

E’ “a un certo punto – spiega ancora La Stampa –  il numero 3 della polizia italiana e porta avanti inchieste cruciali con successo”. Poco dopo il pronunciamento della Cassazione va in pensione.

Intanto i Giuristi democratici esprimono solidarietà a Zucca.

“La Repubblica assicura libertà di opinione ed intervento anche ai magistrati”, ricordano in una nota dove esprimono “piena solidarietà” al pm di Genova Enrico Zucca, e difendono le affermazioni che hanno fatto finire il magistrato nella bufera. Le parole del magistrato, scrivono in una nota, “trovano obiettivo riscontro, oltre che nelle promozioni accordate ad alcuni dei funzionari condannati all’esito del processo Diaz (come Gilberto Caldarozzi, attuale vice-capo della DIA), anche nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che in relazione a questa vicenda, ha condannato l’Italia per aver violato il principio in base al quale “laddove un agente statale sia incriminato per torture o maltrattamenti, questi dovrà essere sospeso dalle sue funzioni durante l’istruttoria e il processo e, qualora sia condannato in via definitiva, rimosso”.
Nell’evidenziare “il rigore morale e professionale” del magistrato e il suo “prezioso apporto critico al dibattito pubblico sul reato di tortura”, i Giuristi democratici affermano di condividere l’idea che “la credibilità e l’autorevolezza internazionale delle istituzioni si fondino sul rispetto, anche e soprattutto da parte di queste ultime, dei principi che presiedono alla civile convivenza democratica e garantiscono l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge”.

22 marzo 2018   TISCALI

Articolo proposto da Gianni Zanirato

 

COMMENTO

Due giorni fa il sostituto procuratore della Corte di Appello, Enrico Zucca, tra i magistrati del processo Diaz e ora sostituto procuratore presso la Corte d’Appello ha affermato: «I nostri torturatori sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?».  Il giudice Zucca si riferiva ai fatti di violenza verificatisi al G8 e alla vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto e trovato morto al Cairo il 3 febbraio 2016.

Il giudice ha poi affermato con forza: «L’11 settembre 2001 e il G8 hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche».

  Parole molto dure e pesanti come macigni, ma anche giuste e doverose. Oggi sono in troppi a sentirsi offesi per le parole del dott. Zucca. Si è presto dimenticato che in quei giorni l’Italia si è comportata da paese antidemocratico: ha sospeso la Costituzione e la polizia ha potuto torturare liberamente decine di manifestanti inermi.

  Furono persino fabbricate false prove contro i manifestanti e giurato il falso in tribunale. Giustizia vorrebbe che queste persone fossero cacciate dal loro incarico ed invece hanno tutti fatto carriera.

   Dobbiamo sempre ricordare che alla Diaz, così come a Bolzaneto, fu tortura.  Non lo dico io ma l’ha sentenziato la Corte europea dei diritti dell’uomo, più volte. La “colpa” del sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Genova è di ricordare che le prescrizioni della Corte di Strasburgo sono state disattese.

  Credo che uno Stato realmente democratico sia tale soprattutto se riesce a denunciare e a punire QUALUNQUE suo cittadino che infranga ed infanghi le regole sancite dallo Stato stesso.

  Ovviamente non si deve mai generalizzare: accanto a fatti vergognosi come quelli della Diaz e di Bolzaneto occorre ricordare i tanti poliziotti che hanno dato la loro vita per la difesa della democrazia. In questi giorni si parla del rapimento di Aldo Moro ma è doveroso anche ricordare i nomi degli uomini della sua scorta trucidati a tradimento dalle Brigate Rosse: Giulio Rivera, Raffaele Iozzino, Francesco Zizzi, Domenico Ricci, Oreste Leonardi.

 Gianni ZANIRATO

 

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