IL SISTEMA UBER

Al di là delle belle parole, dei sentimenti oblativi che danno senza chiedere nulla in cambio, guardiamo ai fondamentali dello schema Uber. Perché se si accetta di farlo brutale, il riassunto è piuttosto semplice. Da una parte c’è l’autista (partner, nell’eufemistica e confondente terminologia aziendale) che ci mette il mezzo di produzione (l’auto, compresa benzina manutenzione e assicurazione) e il lavoro. Tutti i rischi imprenditoriali sono suoi. Che sia subissato di richieste o aspetti ore con le braccia conserte prima di essere chiamato, non è affare di Uber. Che, dall’altra parte, invece mette la app, che trasforma l’autista in un nodo della sua rete. Infrastruttura che ha creato e che pubblicizza, rendendola famosa e desiderabile dal pubblico. Per questa attività di intermediazione e di promozione intasca una commissione del 20 per cento su ogni corsa per gli autisti entrati nella famiglia fino al settembre 2015 e del 25 per cento per quelli arrivati dopo quella data. Rispettivamente un quinto e un quarto del totale.

È un accordo equo?

Questo brano è tratto dal libro “Lavoretti” di Riccardo Staglianò che più avanti mostra in dettaglio il sistema.

  • Da un lato c’è un impero che produce decine di miliardi di dollari di utile per Kalanick (il fondatore di Uber) e si estende su 450 città per 73 Paesi, dove circa 40 milioni di persone al mese salgono a bordo di un’auto Uber e percorrono 1,9 miliardi di chilometri (35 volte la distanza tra la Terra e Marte.
  • Dall’altro lato ci sono condizioni di lavoro disumane di chi salta i pasti e il sonno, guida da malato o incinta (fin quasi a partorire alla guida: è successo anche questo!), dorme in macchina nei parcheggi in attesa di una chiamata per una corsa che rende una miseria, tanto che solo 4 autisti su cento riescono a lavorare per Uber più di un anno.

Partendo da un’analisi precisa di Uber, Staglianò mostra l’ipocrisia della cosiddetta sharing economy.

Vista l’enorme sproporzione tra i “partner” che abbiamo visto per Uber (ma vale anche per Airbnb, l’italiana Foodora, ecc.) più che sharing economy – economia della condivisione – è giusto definirla gig economy (l’economia dei lavoretti).

È un libro che voglio suggerire perché è di grande interesse la domanda da cui parte: perché di colpo è diventato necessario arrotondare?

Staglianò racconta il progressivo e sin qui inesorabile svuotamento del lavoro. A partire dagli anni Ottanta il suo valore ha cominciato a degradare rispetto al capitale (ahi, come ritorna sempre più spesso il vecchio Marx) e da allora la caduta non si è mai arrestata. Dal racconto del presente l’autore individua i principali snodi di questo declino, dal pugno d’acciaio di Reagan contro i controllori di volo alla guerra della Thatcher ai sindacati. Dalla delocalizzazione alla moltiplicazione dei contratti atipici. Dall’automazione che affida alle macchine ciò che prima facevano gli uomini, fino alla gig economy (altro che sharing!) che, sotto la maschera della flessibilità, sta istituzionalizzando i “lavoretti”, distruggendo nel frattempo la società come la conosciamo. Perché Uber, Airbnb e gli altri pagano tasse risibili nei Paesi dove producono la loro ricchezza, impoverendoli ulteriormente e costringendoli – se non prendiamo radicali contromisure – a un futuro senza welfare. Ciò aumenterà il bisogno di lavoretti per arrotondare in una spirale senza fine. Il populismo cresce in assenza di una risposta adeguata a tutto questo.

La sinistra ha dimostrato finora di non sapere contrastare questa ignobile deriva. Quando poi, invece che contrastarla, l’ha addirittura favorita e incoraggiata, come con il jobs act, è stata giustamente punita dagli elettori.

di Angelino RIGGIO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *