IL CASO DELLA POLIZIA FRANCESE A BARDONECCHIA

L’altro ieri cinque agenti della Polizia doganale francese sono entrati nei locali di un centro per migranti di Bardonecchia, in provincia di Torino, per far fare il test dell’urina a un uomo nigeriano che sospettavano fosse uno spacciatore.

Giustamente, il Ministero degli Esteri italiano ha ritenuto grave il fatto che dei militari di un altro Paese operassero senza autorizzazione nel nostro territorio nazionale.

Per comprendere questo episodio, è utile rileggere due articoli di piazzadivittorio.it.

Il primo è “I DAZI E L’INTERNAZIONALE DELL’EGOISMO” in cui sottolineavamo che la diffusione di regimi nazionalisti fa molto male all’Europa e alla causa della pace. Scrivevamo:

“I muri, il rafforzamento dei confini, lo sfaldamento dello spirito comunitario, i dazi, le politiche di riarmo non sono solo un pericolo per le economie (come stanno constatando gli inglesi con la Brexit) ma un pericolo per la pace. Il governo di Centro Destra a trazione Lega sarebbe una copia del governo rosso nero dell’Austria, ma questo non porterebbe a migliori rapporti con quel Paese visto che gli Austriaci vogliono chiudere il Brennero. Insomma: da un lato ci sarà Salvini che griderà “prima gli italiani” e dall’altro Sebastian Kurtz che griderà “prima gli austriaci”.”

È accaduto prima del previsto.

E sul versante francese.

Salvini, dopo Bardonecchia, ha invocato addirittura l’espulsione dei diplomatici francesi (bisogna riconoscere che non ha ancora, bontà sua, dichiarato la guerra).

È una reazione scomposta e inutile. Mi viene spontaneo notare che il capo della Lega non aveva alzato tanto la voce nel caso della donna nigeriana incinta e malata che era stata abbandonata dalla polizia francese proprio davanti al centro migranti di Bardonecchia ed era morta un mese dopo durante il parto in ospedale a Torino.

Per ragionare sul comportamento dei francesi mi sono ricordato di una barzelletta che mi raccontò mio fratello grande quando avevo dieci anni. Era il momento del passaggio dalla CECA (Comunità Europea del Carbone e Acciaio), allora definita la “Piccola Europa”, alle nuove forme che avrebbero dato vita all’Unione Europea.

Un bambino francese chiede al papà: “Quest se que c’est la petite Europe?” (che cos’è la piccola Europa?)

E i papà risponde: “Il est la grande France, chèrie”. (è la grande Francia, caro)

 Lavorare per costruire una Europa diversa non vuol dire subire lo strapotere economico tedesco o la grandeur francese. Vuol dire analizzare di volta in volta vantaggi e svantaggi di una collaborazione che è sempre meglio di uno scontro ma che va riequilibrata costantemente. In questo ci aiuta il secondo articolo che volevo richiamare dal titolo “MACRON: EUROPEISTA A MODO SUO”, firmato da Carlo Novarino.

“E’ con riferimento a questa logica che possono essere “lette” alcune azioni specifiche, molte delle quali indirizzate “contro” aspettative o speranze italiane che rimarcano come l’interesse della Francia e la difesa delle sue prerogative siano il riferimento primo ad onta di ragionamenti e proposte di condivisione e di cooperazione: ricordiamo, ad esempio, la vicenda Stx / Fincantieri ed il “conseguente” riflesso sul ruolo di Vivendi sul sistema della rete della telefonia, il ruolo ambiguo della Francia sulla recente vicenda libica sino a sconfessare l’attività dell’Italia e dell’organizzazione umanitaria dell’Onu, pensiamo alla questione immigrazione che ha visto l’Italia sostenere nuove regole all’interno dell’accordo di Schengen ed il blando sostegno al riguardo di altri partners che poi, nel concreto, bloccano in modo inaccettabile gruppi di richiedenti asilo al confine di Ventimiglia.

E così è “curioso” il ruolo della Francia sulla vicenda Ema (l’autorità europea sulla ricerca farmaceutica) che avrebbe dovuto ottenere il voto favorevole alla proposta di localizzazione a Milano e che, secondo voci accreditate a Bruxelles, sarebbe andato invece ad Amsterdam. Ricordiamo ancora la recente bocciatura di Padoan quale presidente dell’Eurogruppo dovuta, secondo una “fonte Ue di alto livello” (così recita La Stampa del 6 settembre) al parere contrario di Macron con l’accordo della Merkel.

 Ognuna di questi“sgarbi”, a ben vedere, trova motivo, ma non giustificazione sia ben chiaro, negli interessi puntuali della Francia che avrebbero potuto venir messi in discussione da soluzioni diverse: nel caso Stx (principale azienda cantieristica francese) l’opposizione si manifestava nei confronti del passaggio della maggioranza in capo alla Fincantieri che aveva rilevato le quote poste in vendita a seguito dell’uscita dalla compagine azionaria del socio precedente. Macron, smentendo impegni del precedente presidente Hollande, aveva posto di fatto il veto all’ingresso in maggioranza del socio italiano.

Soltanto la dura reazione del governo italiano, segnate anche dall’apertura, ancorché tardiva, del dossier Vivendi /Telecom (in cui si sostiene l’interesse nazionale della rete delle comunicazioni che, quindi come tale, non può passare in proprietà ad operatori non nazionali), ha consentito, dopo un acceso e lungo confronto, all’ingresso in maggioranza della Fincantieri.

È stato accennato al ruolo ambiguo della Francia sulla vicenda Libica, in particolare riconoscibile nei rapporti con il governo del generale Haftar (governo non riconosciuto dalle Nazioni Unite) e da un eccessivo protagonismo manifestato nei momenti più delicati della recente iniziativa ad opera dell’Italia per costruire una cornice internazionale ai problemi della emigrazione e dei flussi in partenza dal Nord Africa. Uno scomposto attivismo che ha visto il presidente francese anticipare in una conferenza stampa le conclusioni a cui si sarebbe arrivati un paio di giorni dopo, sollevando piccati commenti di alcuni leaders medio orientali e nord africani e raccogliendo il “disappunto” di Gentiloni, uno degli attori principali della iniziativa. È probabile che questo attivismo miri a stabilire rapporti preferenziali con i gruppi di potere di quelle aree, perseguendo una strategia che aveva caratterizzato, purtroppo, l’attività di Sarkozy (ricordiamo che fu uno dei principali sostenitori della caduta di Gheddafi).

Per quanto riguarda la vicenda della mancata assegnazione a Milano della sede Ema, molti commentatori hanno sottolineato come, pur in presenza di un dichiarato impegno francese a sostenere la candidatura della città meneghina, circolasse una sorta di “fastidio” per l’eccessiva concentrazione in Italia di autorità delle EU e quindi un “fastidio” per un peso che si sarebbe consolidato da parte del nostro paese in ambito europeo. Analogamente la bocciatura di Padoan troverebbe le proprie motivazioni certamente nella breve durata del mandato in conseguenza della scadenza del governo italiano (con il rinnovo del parlamento e la formazione di un nuovo governo il ministro viene a decadere perdendo il requisito per essere presidente dell’Eurogruppo) ma sembra di capire anche nell’esigenza di non avere in quel posto un rappresentante “pesante” come lo sarebbe stato il nostro: Francia e Germania non sembrano gradire un interlocutore autorevole e determinato.

Certo non dobbiamo trarre le conclusioni che si debba aprire una sorta di “vertenza” con la Francia: i rapporti politici vanno curati, gestiti e trattati con durezza e senza cedimenti. In questo l’Italia è poco attrezzata ed il profilo di cui è portatrice aiuta poco. Disavanzo molto pesante, una situazione politica mai stabile, un sistema politico rissoso e disattento: sono elementi tutti che pesano e non aiutano certo a rendere la nostra nazione un credibile e rispettato interlocutore.”

 

di Angelino RIGGIO

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