LA VITTORIA DI ORBAN

Come sta la democrazia nel mondo?

Male.

In Cina, il Paese più popoloso del mondo, è stata modificata di recente (marzo 2018) la Costituzione che prevede per l’attuale Presidente Xi Jing Pin l’incarico a vita.

In Russia, Vladimir Putin ha vinto quest’anno le elezioni con il 75% dei voti praticamente senza avversari e con il bavaglio a ogni forma di opposizione. Governerà fino al 2024 ed è al potere dal 2000 (tranne una breve interruzione tra il 2008 e il 2012 in cui è stato sostituito dal suo uomo di paglia Medvedev, mantenendo comunque il ruolo di primo ministro).

In India, la più popolosa democrazia del mondo, è al governo Narendra Modi, leader del partito ultranazionalista indù che lascia ampio spazio agli estremisti religiosi e, malgrado siano abolite per legge, mantiene di fatto le caste.

Della più potente democrazia al mondo, gli USA di Trump, non dico nulla perché è sotto gli occhi del mondo l’involuzione guerrafondaia, antiambientalista, antidemocratica e perfino razzista.

L’Egitto, il Paese africano più popoloso ed economicamente avanzato, è governato da Al Sisi che ha preso il potere con un colpo di Stato e si è fatto eleggere Presidente con elezioni farsa ottenendo il 96, 91% dei voti. Sui suoi metodi di governo basta ricordare il caso Regeni.

Un caso di scuola è quello della Turchia, dove il Presidente Erdogan che, eletto nel 2014, ha operato lucidamente per trasformare la sua carica da cerimoniale a sostanziale trasformando il Paese in un regime presidenziale. Per fare questo, ha represso le manifestazioni di piazza, licenziato in massa insegnanti e magistrati, insabbiato gli scandali sulla corruzione sua e della sua famiglia, imbavagliato l’informazione, modificato la Costituzione. Oggi la Turchia è il Paese al mondo con il maggior numero di giornalisti in carcere e ha dovuto liberare migliaia di delinquenti comuni per fare posto nelle carceri agli oppositori politici.

E in Europa?

In Europa, la vittoria di Orban nelle elezioni ungheresi conferma la presenza di un blocco di Paesi nazionalisti e con una forte impronta antidemocratica: Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia (le recenti elezioni in Austria con il governo di ultradestra, dimostrano l’allargamento dell’area e del fenomeno).

Il collante più forte e l’elemento di propaganda con cui i governanti di quei Paesi hanno presa sulle masse è la lotta contro l’immigrazione.

È un esempio pericoloso di manipolazione del consenso utilizzando la paura, anche di qualcosa che non esiste o è irrilevante.

È singolare ad esempio che nella Repubblica ceca, il Presidente Zeman abbia vinto a mani basse le elezioni agitando lo spauracchio di una invasione di immigrati islamici: nel Paese, che conta dieci milioni di abitanti, vivono appena ventimila musulmani (lo 0,2%).

Come la propaganda nasconda anche affari illeciti è dimostrato dalle dimissioni del Premier Fico che ha visto coinvolti diversi membri del suo governo nell’omicidio del giornalista Kuciak che indagava sui rapporti tra ‘ndrangheta calabrese e politici slovacchi.

Di Viktor Orban, il vincitore delle elezioni in Ungheria, uno scrittore ungherese ha detto che è un misto di Berlusconi e Putin, meno capitalista del primo, meno violento del secondo. Pur essendo un mezzo tiranno Orban ha intercettato gli umori della popolazione magiara. Il giro di vite che ridimensiona i poteri della Corte Costituzionale e il controllo quasi totale sui media preoccupa più i politicamente corretti del mondo esterno che la maggioranza degli ungheresi. Nonostante la crescente corruzione ed i servizi pubblici in crisi, Orban è riuscito a fare crescere l’economia del 4% ed il livello di disoccupazione è sceso ai livelli minimi, grazie anche ai 50 miliardi di euro ricevuti dalle casse UE dove l’Ungheria ne ha versati solo 11.

Ma il caso più preoccupante è quello polacco (anche questo Paese gode di risorse europee di gran lunga superiori a quelle che versa). In Polonia il padrone assoluto è Jaroslaw Kaczynski, fratello gemello dell’ex Presidente morto in un misterioso incidente aereo. Kaczynski sta perseguendo con metodo un progetto lucido per cui sarà il governo a decidere quando mandare in pensione i giudici della Corte Costituzionale e sarà l’esecutivo a nominare i presidenti dei tribunali, mentre sarà il Parlamento a nominare la maggioranza (15 su 25) dei componenti del Consiglio supremo della Magistratura. Tutto questo mina l’equilibrio dei poteri, uno dei fondamenti della democrazia che non si basa solo sulle elezioni (che abbiamo visto sono manipolabili) ma su molte altre cose: dai diritti civili, alla libertà di espressione, a una informazione libera.

Il caso polacco è interessante perché è un esempio di come si possa, passo dopo passo, smantellare la democrazia, distruggere lo Stato di diritto, instaurare un regime che a nessuno risponde se non al capo supremo, senza percorrere le vie “turche”. In questo senso la Polonia potrebbe indicare la strada a molti altri Kaczynski in giro per il nostro Continente (Italia compresa).
Il meccanismo si basa su tre pilastri:

  • il primo, la stanchezza della gente con la politica e i politici, la delusione perché la politica non è in grado di mantenere le proprie promesse (Bauman parlava del divorzio tra politica e potere) e quindi le sue procedure diventano un rito strano e spesso odioso agli occhi di molti. Si tratta di un fenomeno comune a quasi tutti i paesi dell’Europa.
  • Il secondo pilastro è una narrazione convincente di un Partito che vorrebbe abolire le procedure democratiche; e qui i dettagli e i particolari cambiano a seconda del paese.
  • Il terzo pilastro, di nuovo comune a tutti, è la propensione di molti a rendersi servi e docili strumenti del Capo senza porsi problemi di coscienza e anzi godendo nel far Male.

di Angelino RIGGIO

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *