RICORDARE IL 25 APRILE CON UN OCCHIO AL PRESENTE

La cosa peggiore che può succedere a una data come il 25 Aprile è di entrare nel rito, nelle celebrazioni ufficiali senza anima o peggio solo nella opportunità, combinando opportunamente il sabato e la domenica e collegandola al Primo Maggio, di fare un ponte lungo di vacanza.

La Scuola di Formazione Politica si batte da sempre per superare la ristrettezza di visione del qui e ora; per andare in profondità, cercare le radici delle cose e degli avvenimenti, allargare gli orizzonti,  valorizzare la memoria per capire il presente e costruire il futuro.

Oggi ricordare il 25 Aprile è più importante che mai.

La Liberazione dal nazifascismo significò farla finita con il nazionalismo, il razzismo, la violazione del diritto dei lavoratori, ecc.: tutte cose che si ripresentano minacciosamente oggi con la vittoria di Salvini mentre il qualunquismo dei Cinquestelle, per cui destra e sinistra sono uguali,  ricorda in modo sinistro il “qui non si fa politica” che Mussolini aveva fatto scrivere nei locali pubblici.

La libreria “Il Cammello” ricorda il 25 Aprile con un appuntamento importante:

«Pochi minuti prima, gli uomini nella stanza erano nove. Tra loro, neanche un tedesco: è una faccenda tutta tra italiani. Perché in quella stanza, a colpi di sibilate nervose, di silenzi e di svelamenti veri o presunti, si è appena consumata una trattativa. O qualcosa del genere. Si sono fronteggiate due diverse idee di Italia: una, quella fascista, che sta irrimediabilmente franando; l’altra che pare avere la vittoria in pugno. Perché, tra ordini di conferma e voci di disdetta, tutti sanno che è l’ora della resa dei conti. Siamo a Milano, alla fine della giornata che segna l’alba di una nuova Italia: sono le 19 e qualche minuto del 25 aprile 1945.»

Questa è la storia di tre vite che si intrecciano indissolubilmente. Una storia di clandestinità, di estenuanti bracci di ferro e di colpi di mano. Di tre uomini che, combattendo contro i nazifascisti, il 25 aprile 1945 provano a rifare un paese da capo. Raffaele Cadorna, Ferruccio Parri e Luigi Longo sono nati a pochi chilometrie a pochi anni l’uno dall’altro, con retroterra differenti, biografie politiche e culturali diversissime, eppure con un destino comune. Pochi ricordano i loro nomi di battaglia: il generale Valenti, comandante del Corpo volontari della libertà, e i suoi due vice, Maurizio e Italo, alias comandante Gallo. Un militare, un azionista e un comunista che il 26 agosto del 1944 si incontrano per la prima volta, in clandestinità, e si stringono la mano. Senza sapere cosa succederà nei mesi successivi, senza sapere dove saranno e se ci saranno, alla fine di tutto, otto mesi dopo. E chiedendosi chi di loro sarà ai posti di comando, al momento dell’insurrezione. Sono ore che segnano una delle rotture più profonde della storia italiana, quelle in cui i vertici della lotta di liberazione si incontrano con i gerarchi di Salò in Arcivescovado, a Milano. Tutto intorno alla trattativa divampa l’insurrezione, mentre alla radio si sente una voce calma e determinata che intima ai fascisti: «Arrendersi o perire».

 

 

 

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