LA CRISI

Ieri, 27 maggio 2018, il Presidente della Repubblica ha ricevuto il Presidente del Consiglio incaricato Conte che gli ha presentato la sua proposta di lista dei ministri. Sergio Mattarella ha fatto notare che il nome di Paolo Savona per le sue note posizioni sull’euro poteva determinare problemi gravi sui mercati, sulla tenuta dei conti pubblici e del risparmio degli italiani, sugli accordi internazionali che legano l’Italia all’eurozona e all’Unione Europea. Ha inoltre suggerito che quel delicatissimo e fondamentale dicastero venisse affidato a persona di alto rilievo politico della maggioranza. Il professor Conte non ha accettato questo e ha rinunciato all’ipotesi di formare il governo.

Questi i fatti.

Vediamo però, come ci ha insegnato la Scuola di Formazione Politica, di decostruire la scena. Cerchiamo cioè di vedere oltre la rappresentazione dei fatti. Facciamo questo non per una vocazione alla dietrologia o perché siamo vittime del complottismo, ma per non restare prigionieri di una narrazione superficiale e di parte. La discussione sarà inevitabilmente lunga e, spero, partecipata. Per questo mi limiterò a presentare i soggetti in campo.

MATTARELLA

Sergio Mattarella non poteva fare altro. Il Presidente della Repubblica ha il dovere di esercitare le proprie prerogative e non può agire sotto ricatto. È la prima volta nella storia repubblicana che i partiti della maggioranza rifiutano di accettare le indicazioni del Capo dello Stato (esercitate da Einaudi, Scalfaro, ecc.). Immaginiamo se il Presidente dovesse subire la pressione dei partiti per le sue altre funzioni. Mattarella ha il Comando delle Forze Armate, è presidente del Consiglio Superiore della Magistratura e del Consiglio Supremo della Difesa: dovrebbe accettare i diktat di Salvini per i ruoli che la Costituzione gli affida, anzi gli impone?

CONTE

Due parole su questa pallida figura. Quest’uomo, pur di alimentare il proprio ego (l’avevamo visto quando ha “gonfiato” con qualche falso il suo curriculum) ha accettato di fare il facente funzione di Primo Ministro. In realtà era il terzo (i primi due erano Salvini e Di Maio). Il suo ruolo era, come hanno detto i due, quello di esecutore del “contratto” tra Lega e 5S.

 DI MAIO

Di Maio si era sbracciato in tutte le sedi (UE, Confindustria, sedi finanziarie) dicendo che il nuovo governo non sarebbe stato contro l’euro e l’UE. Ma i mercati non si sono fidati e lo spread (malgrado il quantitative easing di Draghi) è risalito ancor prima che il governo nascesse. Il fatto è che le cose non basta dirle, né scriverle in un contratto di governo, bisogna farle e, ancora prima, garantirle. Il capo, momentaneo, dei 5S non ha capito (o non ha voluto capire) che Salvini ha imposto Savona quale Ministro dell’Economia e delle Finanze per modificare sostanzialmente il “contratto”. Il dilettante Di Maio avrebbe fatto ogni cosa pur di andare al governo e non essere sostituito da altri, a partire dallo scalpitante Di Battista. Così ha rinunciato al vantaggio di forza (32%) contro la Lega (appena il 17%) e si è fatto portare a spasso dall’astuto Salvini. Oggi, a 80 giorni dal voto, registra il suo totale fallimento e invoca per il Capo dello Stato un impeachment che non ha nessuna base giuridica.

 SALVINI

Ha condotto con grande abilità politica il post-voto (non è un giudizio di valore: anche Mussolini e Hitler, nefasti per l’umanità, erano abili politici). Il capo della Lega era perfettamente consapevole che il “contratto” era impossibile da realizzare. L’abolizione della Fornero, la flat-tax e il reddito di cittadinanza valgono circa 100 miliardi di euro contro una copertura, ottimistica, di 500 milioni. Per questo bisognava mettersi nella condizione di accusare della mancata realizzazione delle promesse l’Unione Europea, le Istituzioni Democratiche e i garantisti della legalità, dei migranti, dei diritti dei lavoratori, ecc. e tornare al più presto al voto. L’operazione Savona mirava soprattutto a questo. Il vento del consenso è nettamente favorevole per Salvini. L’OPA (offerta pubblica di acquisto) dei voti di Forza Italia ha funzionato. Adesso, se dovesse realizzarsi l’accordo elettorale con i 5S, porterà a buon fine l’OPA sul voto dei grillini disorientati dalle giravolte dello sprovveduto Di Maio.

 E LA SINISTRA?

È rimasta colpevolmente a guardare, ostaggio del commissario liquidatore Renzi. Non si può pensare di vincere solo puntando sugli errori altrui e nemmeno credere che la salvezza stia nel mito dell’unità. L’unità è un valore solo se c’è una proposta politica forte e corretta. Bisogna tornare a difendere gli interessi dei più umili, ascoltare il loro messaggio. Non hanno votato 5S e Lega perché amano gli sprovveduti o i fascioleghisti. Quando votano per il reddito di cittadinanza è perché chiedono lavoro, quando votano per la flat tax o per l’abolizione della Fornero è perché sono stufi di pagare sempre loro e vogliono che a pagare siano i più ricchi, quando ce l’hanno con i migranti è perché nessuno spiega loro che la causa della disoccupazione e della riduzione dei servizi è una finanza senza scrupoli che nessuna osa toccare (e tassare) e che disloca le aziende, sfrutta senza scrupoli, usa l’innovazione per creare profitti enormi e non benessere sociale. Quando gli umili votano contro la casta è perché vogliono di nuovo una politica fatta di militanza e di ideali.

di Angelino RIGGIO

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