MIGRANTE UCCISO IN CALABRIA

Sacko Soumayla aveva 29 anni ed era originario del Mali. Era impegnato come attivista sindacale per difendere quelli che come lui raccolgono gli agrumi nella piana di Gioia Tauro. Sacko era amico anche di Pino De Masi, referente di Libera per la piana di Gioia Tauro: “E’ morto – ha commentato il parroco – perché nei nostri territori qualcuno ha deciso così. In questa terra si muore non solo di ‘ndrangheta, di tumore e di malasanità, ma anche di razzismo”.

“È finita la pacchia per i migranti!” ha tuonato da poco Salvini. Ma è mai possibile che in Calabria, dove secondo Gratteri la ‘ndrangheta ha profitti illegali per 54 miliardi di euro all’anno, la preoccupazione più grande del Ministro dell’Interno sia fare finire la pacchia di qualche migrante?

E quale pacchia poi?

Leggiamo insieme il bell’articolo di Niccolò Zancan sulla STAMPA di oggi.

 

NELLA BARACCOPOLI DEI SENZA DIRITTI

COSTRETTI NEI CAMPI A 4,5 EURO L’ORA

Perché recuperare lamiere? Perché la notte del 27 gennaio una ragazza nigeriana di 26 anni, il suo nome era Becky Moses, è morta in un incendio. I legni della sua catapecchia hanno preso fuoco subito, ci sono ancora i segni neri sulla terra. Da allora, nella grande baraccopoli dei braccianti, al confine fra i comuni di Rosarno e San Ferdinando, tutti stanno cercando di sostituire il legno con il ferro.

La baracca di Sacko Soumayla, il ragazzo ucciso sabato sera a fucilate, è la prima dopo la chiesa dell’Unione Africana, proprio davanti a quella del meccanico delle biciclette.

Negli anni, questa bidonville si è trasformata in una specie di città. Senza acqua, senza bagni, senza regole, senza diritti.

Ma piena di esseri umani.

Lavoratori.

Fino a cinquemila persone nelle pozzanghere d’inverno, nel caldo soffocante d’estate.

Sacko Soumayla aveva 29 anni, era arrivato dal Mali. Aveva un regolare permesso di soggiorno. Ultimamente lavorava in un campo di kiwi per 4,50 euro l’ora. Tutti si spostano in bicicletta, nella piana di Gioia Tauro. Ma per le distanze lunghe, c’è un servizio di furgoncini organizzato dagli stessi braccianti. Aveva visto l’ex Fornace, una fabbrica abbandonata nel comune di San Calogero, vicino a Vibo Valentia. Non solo è una fabbrica abbandonata ma è sotto sequestro giudiziario. Perché sono stati sversati rifiuti tossici. Ed è proprio lì che stavano rovistando Sacko Soumayla e i suoi due amici sabato pomeriggio.

Quello che è successo lo ha raccontato uno dei due scampati, il suo nome è Madiheri Drame: “Una vecchia Panda bianca si è fermata sul ciglio della strada. È uscito un uomo con il fucile. Ha sparato quattro colpi senza dire niente. Il primo proiettile ha colpito Sacko alla testa, fra gli ulivi. Il secondo ha centrato una lamiera e ha ferito l’altro mio amico, Madoufoune. Io mi sono buttato fra gli ulivi. Acquattato a terra ho visto le prime lettere della targa: AW.”

Ecco perché i carabinieri sanno quello che è successo. Un investigatore lo spiega così: “Lì dove regna l’anti-Stato qualcuno ha pensato di farsi giustizia da solo. ” Giustizia? “ Erano stati denunciati dei furti nei campi vicini. Furti commessi da migranti”.

I tre ragazzi del Mali erano tre migranti a caso, quindi. Tre a cui impartire una lezione. Perché fosse chiara a tutti.

Solo chi guarda questo pezzo d’Italia da molto lontano può sorprendersi per l’accaduto. Ad ottobre del 2017, i carabinieri hanno arrestato quattro ragazzi che di sera andavano a caccia di neri. Sporgendosi dai finestrini delle loro auto, colpivano con delle mazzate i migranti in bicicletta. Nasi spaccati, Braccia rotte. Fratture scomposte. Traumi cerebrali con “temporanea perdita di coscienza”. Li facevano cadere in mezzo alla strada come birilli. Li chiamavano “negri”. Molti braccianti, anche nei mesi successivi, hanno raccontato ai medici di Emergency di essere stati investiti da auto che non si sono fermate a soccorrerli.

Ecco perché adesso l’assassinio di Sacko Soumayla preoccupa molto le forze dell’ordine. Lui e i suoi due amici si impegnavano nel sindacato di base. Cercavano di lottare per migliorare le condizioni di lavoro dei braccianti. Erano benvoluti da tutti. Quello che è successo nella fabbrica abbandonata è solo l’ennesimo atto di violenza contro i braccianti. Nel 2010 le proteste erano scoppiate dopo che i ragazzi del Togo erano stati feriti. Qualcuno si divertiva a sparare pallini da caccia.

Condizioni di vita miserabili. Sfruttamento. Odio. Così è la vita e la morte fra Rosarno e San Ferdinando, dove le lamiere sono un tetto.

Niccolò Zancan – LA STAMPA 4/06/2018

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