LA STRAGE SILENZIOSA DEI CAMPI

Negli ultimi sei anni i braccianti morti sono più di 1.500.

Immigrati e italiani. Nell’indifferenza generale

Di A. Brugnano.

Tratto da L’Espresso di questa settimana

 

“Fuoco, fuoco, fuoco”. Sono le due di notte del 27 gennaio 2018. Chi si sveglia all’improvviso. Chi prova a uscire dal torpore del sonno. La plastica diventa incandescente. I riflessi delle fiamme illuminano la notte. Duemila persone corrono più forte che possono. Ma Becky Moses, 26 anni, non ce la fa a uscire dalla baracca di legno, plastica e cartone.

E muore arsa viva.

Becky viveva nella stessa baraccopoli, o di quello che ne restava dopo il rogo, da cui è partito giorni fa Soumayla Sacko, 29 anni, originario del Mali, per andare a cercare lamiere per le baracche dei suoi compagni.

La fucilata di un razzista l’ha ucciso.

Le campagne intorno a Rosarno sono un grande cimitero.

Raccontano storie di ghanesi disperati che si impiccano nelle fabbriche diroccate o di braccianti investiti mentre tornano dal lavoro al sopraggiungere del buio su strade male illuminate.

Dominich Man Addiah, per esempio, è scappato dalla guerra in Liberia per morire in Europa. Dormiva in auto nel ghetto di Rosarno.

È morto di freddo.

Marcus era nato in Gambia aveva girato mezzo mondo prima di arrivare nelle campagne calabresi.

Lì si è ammalato ed è morto assistito dai volontari.

Tra Rosarno e Corigliano, ogni inverno, oltre diecimila lavoratori dell’Est arrivano per la raccolta delle clementine. Nel novembre del 2012 lo scontro tra un trenino diesel e un furgone con sei rumeni di ritorno dal campo è spaventoso: l’impatto lascia un ammasso di lamiere e sangue.

A Foggia un incendio nelle baracche dei braccianti ha bruciato la vita di Mamadou Konate e Nouhou Doumbia (33 e 36 anni), originari del Mali.

Asfissiati e carbonizzati, a bastonate, coltellate e fucilate, investiti da TIR o colpiti da infarto per la fatica. Negli ultimi sei anni, almeno 1.500 lavoratori sono deceduti nei campi.

Ma non solo immigrati.

Per lo Stato, Paola si occupava di “direzione aziendale e consulenza gestionale”. Almeno è quello che dicono i registri INAIL. Invece era una bracciante e neanche assunta direttamente ma “somministrata” da un’agenzia interinale: il volto del nuovo caporalato. A 49 anni, si alzava ogni notte alle tre, prendeva un autobus da San Giorgio Ionico alle campagne di Andria e toglieva i chicchi più piccoli dai grappoli: quelli che impediscono agli altri di crescere. Tecnicamente si chiama acinellatura. È uno dei lavori più pesanti e peggio pagati in agricoltura. In Puglia tradizionalmente è un lavoro da donne. Mani delicate e poche pretese. “Meno di trenta euro a giornata, nonostante i contratti provinciali stabiliscano un salario di 52 euro” dicono i sindacalisti. Quel giorno, sotto il tendone, c’erano quaranta gradi. Il dolore alla cervicale era forte, ma con quel lavoro è normale. Poi lo svenimento, occhi sbarrati, le urla delle colleghe. Mezz’ora sul terreno. A prenderla, non è venuta l’ambulanza, ma direttamente il carro funebre.

 

Brevissimo commento (con l’invito a leggere l’articolo per esteso su “L’Espresso”)

Sindacalista era pure Soumayla Sacko che è stato ucciso da poco. Il suo nome va ricordato insieme agli eroi del sindacalismo italiano come Bruno Buozzi, Salvatore Carnevale e mille altri che hanno pagato con la vita l’impegno per dare a tutti gli uomini e le donne la dignità. I lavoratori non devono dividersi tra bianchi e neri, tra italiani e immigrati, tra “regolari” e clandestini. La guerra tra poveri aiuta i veri nemici: gli sfruttatori che si ingrassano con il lavoro e il sangue degli sfruttati.

di Angelino Riggio

 

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