CAPITALISMO STRACCIONE, CAPITALISMO DI RELAZIONE

Giorni fa il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (Movimento 5stelle) è stato sentito dai magistrati per la vicenda del nuovo stadio di Roma. Sia chiaro: siamo garantisti e Bonafede non è nemmeno indagato ma la cosa è quanto meno imbarazzante per un partito che aveva vinto a Torino al grido di “onestà, onestà”.

Il caso Lanzalone-Raggi-Parnasi e l’enorme giro di denaro che vi ruota intorno mi ha portato ad alcune riflessioni.

Parto da un bell’articolo comparso un mese fa su INTERNAZIONALE a firma di Giovanni DE MAURO che vorrei condividere con i lettori di piazzadivittorio.it.

 

“L’anno 1908, il 29 del mese di ottobre nella città di Ivrea ed in loco proprio del Signor Ing. Camillo Olivetti situato alla regione Ventignano e Crosa, avanti a me Gianotti cav. Felice e regio notaio iscritto presso il collegio notarile di Ivrea, ivi residente…”. Comincia così l’atto notarile con cui nasce la Olivetti, fabbrica di macchine da scrivere con sede e stabilimento a Ivrea. Nel dopoguerra e fino all’inizio degli anni ’60, sotto la guida di Adriano, figlio di Camillo, la Olivetti cresce e si espande in tutto il mondo diventando una grande impresa multinazionale. E non solo: è la più avanzata nel campo della ricerca elettronica, cioè proprio quel settore da cui partirà la rivoluzione tecnologica dei decenni successivi. Adriano Olivetti raggiunge questi risultati imponendo nuove forme alle relazioni industriali e alla cultura aziendale. Decide di aprire le porte a intellettuali e artisti.: il poeta Franco Fortini lavora nel settore pubblicità, il critico Gino Pampaloni dirige l’ufficio di presidenza, lo scrittore Paolo Volponi è capo del personale, fonda una casa editrice, le Edizioni Comunità. L’azienda è all’avanguardia per il design, la pubblicità e l’assistenza ai clienti.

Ma Olivetti si sforza soprattutto di ripensare il rapporto tra operai e fabbrica, a partire dai luoghi fino alle condizioni generali: salari più alti del 20% rispetto alla base contrattuale, nove mesi di maternità retribuita (all’epoca la legge ne prevedeva due), assistenza sanitaria aziendale, mezzi di trasporto per i dipendenti, tre settimane di ferie e, nel 1957, prima azienda in Italia, settimana lavorativa di 45 ore. Come diceva Olivetti:

“La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti, deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia”.

 

La storia del capitalismo non è acqua di fonte: basti ricordare lo sfruttamento indiscriminato di donne e bambini, la repressione violenta delle rivendicazioni operaie, le guerre coloniali, il sostegno alle dittature (come quella fascista o nazista, a quella di Pinochet o ancora ai due milioni morti ammazzati in Indonesia dal dittatore Sukarno su indicazione della CIA) ecc. Ma la borghesia ha avuto nella storia un ruolo progressivo che anche Marx ha riconosciuto spazzando via la nobiltà parassitaria, determinando l’aumento della ricchezza prodotta e portando all’affermazione progressiva dei diritti a partire dalla Rivoluzione Francese in poi.

Questo aspetto progressivo in Italia è stato sempre minoritario. Olivetti è un rappresentante di questa minoranza così come lo è stato Ferrero o, per fermarci a Nichelino, Viberti padre (sui successori, Calabrese e compagnia cantando, stendiamo un velo pietoso).

La maggior parte degli imprenditori italiani, cresciuti all’ombra di una monarchia retriva, rappresenta quello che Gramsci ha definito capitalismo straccione. Un capitalismo che punta sui bassi salari, sugli aiuti di stato, sulla evasione e l’elusione fiscale, sulla negazione dei diritti, sul risparmio per la sicurezza e la tutela dell’ambiente. Un capitalismo timoroso dell’innovazione di prodotto e di processo, diffidente o in ritardo nell’uso di nuove tecnologie, avaro nell’investire in ricerca.

Questo spiega il gap storico dell’Italia (se si esclude il periodo del Miracolo Economico: ne parleremo) rispetto agli altri Paesi industrializzati.

Un detto cinese dice: “Quando pensi di avere toccato il fondo, non guardare in basso: potresti avere le vertigini”.

La situazione del capitalismo italiano è peggiorato enormemente negli ultimi decenni, non solo per il prevalere del capitale finanziario su quello di investimento né per il dumping fiscale (fenomeni che colpiscono tutti i Paesi industrializzati). La causa ha una specificità italiana (o almeno con una rilevanza nel nostro Paese molto maggiore che altrove): è il capitalismo di relazione.

Nel capitalismo di relazione ciò che conta non è il capitale da investire o l’idea base del prodotto o la forma di produzione o la ricerca di mercati: no.

Ciò che conta è l’insieme delle conoscenze, la rete, il giro. Le conoscenze in banca (o in chi può fornirti i capitali – perfino la mafia, perché no? – tanto pecunia non olet, il denaro non ha odore), le commesse, gli appalti, ecc. Il fatto di avere un’azienda in buona salute è ininfluente: a trattativa conclusa, puoi farne una ad hoc. Siamo lontani anni luce dalla concezione di impresa di Olivetti.

È un sistema che infetta progressivamente il capitalismo. Chi non fa parte di questi giri, o non vuole farne parte (ci sono anche quelli), subiscono la concorrenza del capitalismo di relazione che ha il massimo dei profitti con il minimo rischio.

Già, il rischio.

Quello che giustifica il profitto dell’imprenditore è il rischio. Si chiama imprenditore perché fa l’impresa, osa, rischia denaro suo. Il capitalismo di relazione non rischia nulla e tanto meno denaro suo: tutto è programmato e pianificato stabilendo prima di incominciare dividendi e mazzette: a tutti.

È un circolo vizioso che può essere spezzato solo dalla politica. Una politica che non si presti alla distorsione del mercato, ad accettare mazzette o pacchetti di voti: una politica che sia basata su ideali, impegno, generosità e cultura.

È idealismo?

Sì, è idealismo. E ne abbiamo infinito bisogno.

di Angelino RIGGIO

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