LA BOCCIATURA DELL’EUROPA METTE IL GOVERNO CON LE SPALLE AL MURO. SERVE UN PIANO B PER SANARE I CONTI

Il commissario Moscovici a Roma consegna la lettera a Tria mentre Conte a Bruxelles resta isolato. I leader europei: “Non pagheremo i debiti dell’Italia”. Toni cordiali tra Moscovici e Tria. “Nessun pregiudizio. Siamo in disaccordo ma serve intelligenza e sangue freddo. Cosa succede se l’Italia non farà modifiche? Non faccio speculazioni. Il Piano A è stare insieme in Europa”. Il presidente Mattarella chiede “responsabilità” e ricorda di essere “custode dei conti”. Tra lunedì e martedì le risposte. Incubo spread in vista dei giudizi delle agenzie di rating

Il ministro Tria

di Claudia Fusani giornalista parlamentare

 Adesso serve veramente un piano B. Che non sia però quello di uscire o, più sottile, farsi buttare fuori dall’euro. La lettera della Commissione europea ha contenuti pesanti. Dice che la manovra presentata dall’Italia indica un “non adempimento particolarmente grave rispetto agli obblighi di politica di bilancio previsti dal Patto di Stabilità e Crescita”, che la dimensione della deviazione con un divario di circa l’1,5% del Pil rappresenta un fatto “senza precedenti nella storia del Patto”. E’ una paginetta dai toni gentili e dalle parole durissime. “Dear minister Giuseppe Tria, grazie per averci inviato il Druft budgetary plan 2019” scrivono il vicepresidente, Valdis Dombrovskis e il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. Un incipit gentile. Ma quello che segue è l’avvio di un percorso che, se non sarà cambiato nella sostanza, ha un solo destino: l’apertura nei confronti dell’Italia della procedura per la violazione del debito.

Spread mai così in alto da 5 anni

Quando Pierre Moscovici consegna la lettera al ministro Giovanni Tria sono le cinque del pomeriggio di ieri. In quel momento, la lettera non è ancora pubblica, lo spread inizia a salire e si fermerà in serata a 327 punti, il livello più alto da cinque anni.  La Borsa continua a perdere. Il vicepremier Luigi Di Maio dice che è “colpa della solita propaganda che vuole vedere questo governo piegato e in ginocchio”. Peccato sia stato lui la sera prima ad annunciare l’esposto alla procura della Repubblica circa “la manina politica o tecnica” che ha aggiunto un paio di articoli al decreto fiscale e ha fatto diventare un mega condono quello che doveva essere, a suo dire, “una semplice integrazione fiscale”. 

Mentre Moscovici spiega a Tria tutte le domande e i dubbi della Commissione, il governo traballa sul decreto fiscale, mostra che tra Lega e 5 Stelle c’è un evidente problema politico, e costringe il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a fare un appello “al senso di responsabilità” di politici e cittadini. Sono ore gravi e l’unico piano B è quello che s’intravede nelle parole del Presidente della Repubblica che ieri, commemorando a Pontedera “l’interventista” presidente Gronchi, ha ricordato che al Capo dello Stato spetta “segnare indirizzi e orientamenti” usando tutti gli attrezzi di quella straordinaria cassetta che è la Carta costituzionale. L’articolo 81, ad esempio, stabilisce che “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”. Equilibrio, secondo Bruxelles, ad altissimo rischio. 

Tre domande

Per la Commissione Europea l’Italia sta per l’appunto violando le regole del bilancio mettendo a rischio la propria stabilità economica e finanziaria. Nella meravigliosa Sala della Maggioranza del palazzo delle Finanze dove ai tempi di Quintino Sella si svolsero i primi consigli dei ministri di Roma capitale d’Italia, Moscovici pone tre domande al ministro Tria: “Come l’Italia pensa di finanziare le maggiori spese?”; “Chi pagherà la spese non finanziate?”; “Quale la strategia che s’intende promuovere per ridurre il debito pubblico?”. In prima fila ad ascoltare il commissario europeo ci sono i tanto evocati tecnici del ministero, a cominciare dal capo di gabinetto Roberto Garofoli la cui testa è stata chiesta più volte dai 5 Stelle in queste ultime tre settimane.  “Se se ne va lui me ne vado anch’io” ha avvertito Tria. 

Nella Sala della Maggioranza enorme è la distanza tra la sostanza e la forma. Grande è lo sforzo di entrambi, di Tria e di Moscovici, di tenere aperte tutte le porte. “Oggi inizia un dialogo costruttivo che parte da valutazioni diverse. Noi – dice Tria – riteniamo di aver approfondito le ragioni della nostra politica economica e speriamo di poter avvicinare le nostre posizioni. Noi vogliamo aumentare la crescita ed abbattere il debito e siamo convinti che l’Italia resta un paese chiave per l’Europa”. Il Commissario europeo usa parole altrettanto flautate. “Grazie Giovanni per lo spirito costruttivo di questo nostro incontro. La Commissione non è avversario, è arbitro e vigila nell’ambito di regole date e, soprattutto, non interferisce sulle scelte. Oggi vi abbiamo posto delle domande, attendiamo le risposte e il dialogo continuerà anche dopo quelle risposte”. Non c’è volontà di rompere, nessuna decisione è stata presa e “non c’è alcun pregiudizio, anzi, visto che negli anni vi sono già stati riconosciuti 30 miliardi di flessibilità”.  Soprattutto, aggiunge Moscovici, “l’Italia è uno dei motori di questa Europa e non mi rassegno ad un’idea diversa. Il Piano A è stare insieme nella zona euro. E non ho un Piano B”.

Il Piano B

Cortesia, fair play, rispetto. Ma il Piano B è adesso necessario se il ministro Tria ribadisce che “la strategia del governo è quella indicata” e che si tratta di “valutazioni diverse su come raggiungere gli stessi obiettivi”. Quindi, “i saldi, le cifre le percentuali, già approvati dal Parlamento non si toccano”. Ma quei saldi non piacciono alla Commissione che oltre “le significative deviazioni”, le “violazioni gravi e manifeste” e i “motivi di preoccupazione” vuole anche sapere perchè sono state “ignorate” le valutazioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio (organismo terzo ed autonomo voluto proprio dalla Ue per vigilare sui conti) che ha bocciato tutto il quanto macroeconomico. 

I conti, secondo Bruxelles, non tornano a partire dalla crescita prevista per la spesa pubblica primaria (il 2,7%) a fronte di un indebitamento massimo raccomandato dall’Ue dello 0,1%. C’è poi il “deterioramento strutturale” stimato nello 0,8% del Pil rispetto a uno sforzo dello 0,6 che era stato richiesto. E poi c’è una deviazione dall’obiettivo raccomandato per il saldo strutturale di tale ampiezza (l’1,5% del Pil) da essere definita dai due commissari “senza precedenti nella storia del Patto di stabilità e crescita”. Ma soprattutto i piani dell’Italia “non garantirebbero il rispetto della regola della riduzione del debito” che in Italia ha dimensioni enormi (circa il 130% del Pil) e sempre meno sostenibili.  

La solitudine di Conte

Mentre, a Roma, Moscovici consegnava la lettera scarlatta al ministro Tria, il premier Conte a Bruxelles spiegava ai colleghi europei che “la manovra italiana è molto bella. Basterà che ve la spieghi”. Raccontano che Conte ci abbia messo passione ed entusiasmo. Ma il giudizio non è cambiato. Non li ha convinti. E il nostro premier si è ritrovato solo. Con l’aggravante dei due vicepremier che in Italia convocavano e sconvocavano consigli dei ministri a colpi di tweet come se fossero merende.  Un pomeriggio che definire burrascoso sarebbe banale. In serata palazzo Chigi ha dovuto smentire che Conte avesse minacciato le dimissioni. In pratica le ha confermate. Anche il flemmatico professore ha perso la proverbiale calma di fronte alle bizze di Salvini e Di Maio e ai giudizi impietosi dei premier europei. Jean Claude Juncker ha dato atto a Conte di avere illustrato ai colleghi “con molta verve e passione” la manovra italiana ma non è possibile fare sconti al governo italiano così come a nessuno degli altri paesi che hanno ricevuto o riceveranno l’avvertimento. Il fatto è che quell’Europa che, a sentire Di Maio, “sarà spazzata via tra pochi mesi”, sta vendendo cara la pelle e lo fa mettendo in campo il massimo rigore. Esattamente come chiedono i vari leader. Anche i più amici del governo sovranista-populista italiano. Hanno fatto male, infatti, le parole del cancelliere austriaco Sebastian Kurz:  “Non abbiamo comprensione per la proposta di bilancio che l’Italia ha inviato a Bruxelles, non pagheremo le promesse elettorali e populiste degli altri. Il governo italiano deve rispettare norme e criteri vigenti” ha tuonato il giovane capo del governo austriaco. Sulla carta è considerato uno dei principali alleati di Salvini. Merkel e Macron si sono astenuti da giudizi perchè “ora è la Commissione che deve parlare seguendo le regole e le procedure europee”. Un disastro. 

Occhi sul Quirinale

In questo pomeriggio da cani, ieri sera – mentre ancora infuriava la polemica Salvini-Di Maio sul decreto fiscale, manine e feticci da portare in piazza – l’unico posto dove puntare gli occhi era il Quirinale dove nel frattempo Moscovici era salito per un incontro più importante di quello che possa risultare. Il tempo è poco. Entro lunedì 22 alle ore 12 l’Italia deve rispondere a quelle quattro domande. Bruxelles potrebbe prendersi fino alla fine del mese. Pare invece che risponda subito, “il giorno dopo stesso” spiegano fonti del Mef , perchè poi scattano le vacanze d’autunno che nei paesi del nord sono sacre. Tanta rapidità nella risposta dimostra che le carte sono in tavola e che, in questa fase almeno, non c’è da aspettarsi correzioni delle deviazioni.  Questo significa che la agenzie di rating (Moody’s e Standard&Poor) non avranno più alibi ed entro la fine del mese dovranno pronunciare il loro giudizio sull’Italia. Uno degli scenari peggiori ipotizza che per il fine settimana lo spread possa arrivare a 400. E sarebbero dolori seri.

19 ottobre 2018 da TISCALI 19/10/2018

COMMENTO.

Sono sostanzialmente d’accordo con l’articolo di Tiscali. Preciso, attento e senza timore del padrone del momento. La situazione è proprio quella che ci viene raccontata in questo articolo. Tutte le promesse preelettorali non si vedono ed invece davanti a noi appare l’immagine di una situazione enormemente preoccupante.

In giro si sente troppo spesso molti affermare: “Lasciamoli lavorare e poi daremo un giudizio”. Pazzesco. Questi sono solo dilettanti allo sbaraglio. Di fronte al malato (l’Italia) abbiamo dei medici che dovrebbero operare ed invece non hanno le capacità di un medico e neppure di un infermiere (con tutto il rispetto per la categoria piena di seri e capaci professionisti senza i quali gli ospedali non potrebbero sopravvivere). Senza neppure sapere cos’è un bisturi si sono messi ad operare il paziente ed il paziente sta velocemente peggiorando.

Il fatto è che i pazienti siamo noi.

Il governo legastellato, sempre più salvinista e meno demaiano, procede a fatica tra il “sovranismo ” della Lega e il “giustizialismo moralista” dei 5 Stelle (sempre facendo passi indietro rispetto quanto dichiarato durante la campagna elettorale), con Conte (pur non contando nulla) a far da collante. “Onestà, onestà” gridavano i grillini, ora come giustificano i condoni in arrivo? Peggio dei governi berlusconiani.

Ricordo che ogni condono è uno schiaffo inflitto ai cittadini onesti. Ma i grillini non erano contrari?

Quanto potrà durare tutto questo? E con quali conseguenze per un Paese sempre più spaccato e in difficoltà? Quale avvenire hanno davanti i giovani?

Di Gianni ZANIRATO 

 

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