LE DONNE NEI RUOLI DIRIGENTI DELLA SOCIETA’

Venerdì 26 ottobre abbiamo riflettuto sul tema “Le donne nei ruoli dirigenti della società”. Questo è infatti il titolo scelto per la seconda lezione della Scuola di Formazione Politica che quest’anno ha voluto dedicare l’intero corso all’”altra metà del cielo”: alle donne e alla loro partecipazione nella nostra società.

Abbiamo avuto l’onore di ascoltare l’intervista esclusiva che Alessia Gallo ha realizzato a Megan Urry, e analizzare il percorso che ha portato questa scienziata americana ad essere la prima donna a ricoprire il ruolo di professore ordinario nel suo dipartimento all’università di Yale nel 2001.

Ciò che emerge da subito quando Megan Urry racconta la sua storia è lo stupore delle persone che incontra nei confronti della decisione di scegliere la strada dell’astrofisica. Fa sorridere pensare che qualcuno possa averle chiesto “ma perché non fare la psicologa?” come a dire “io capisco che ti piaccia la scienza, ma scegli una scienza un po’ meno scienza, una scienza un po’ più femminile, una scienza che richieda la sensibilità, la comprensione, e la capacità di ascolto che voi donne avete” (si può leggere tra le righe) “e non l’ambizione che appartiene agli uomini”.

Viene quindi da chiedersi: ma perché? Perché le donne non sono considerate all’altezza di questi ruoli?

Partiamo in questa nostra riflessione dalla storia di una grande donna e di una grande scienziata, che ha fatto l’impossibile quando intorno a lei stava già accadendo l’inimmaginabile: Rita Levi Montalcini. Se il destino poteva metterle i bastoni tra le ruote infatti ce l’ha fatta due volte: una scienziata donna in un’epoca in cui le donne erano esclusivamente mogli e madri, una scienziata ebrea in un’epoca in cui gli ebrei venivano perseguitati e andavano a morire nei campi di sterminio. Rita Levi Montalcini nasce a Torino il 22 aprile del 1909 in una famiglia ebrea, figlia di padre ingegnere elettrotecnico e matematico e di madre pittrice. Nasce in un ambiente sereno, in cui l’amore per la ricerca intellettuale permea le giornate, in un’epoca però in cui i ruoli nella società sono ben definiti e per una donna è assurdo pensare di dedicarsi a qualcosa di diverso dal ruolo di madre e di moglie. Nonostante questo Rita Levi Montalcini si iscrive a Medicina e inizia a frequentare gli studi dell’istologo Giuseppe Levi, dove comincia le sue ricerche sul sistema nervoso. Si laurea con il massimo dei voti e si specializza in seguito in psichiatria e neurologia. La sfortuna di vivere in quegli orribili anni però la costringe quasi subito ad emigrare in Belgio, in seguito all’emanazione delle leggi razziali. Prosegue gli studi a Bruxelles, poi torna a Torino dove allestisce un laboratorio domestico nella sua camera da letto. La guerra però arriva anche qui, e dopo i bombardamenti riesce finalmente a nascondersi con tutta la sua famiglia a Firenze, scappando dall’Olocausto. Nonostante la vita le abbia messo davanti qualsiasi ostacolo potesse esistere, anche quelli impensabili, Rita Levi Montalcini grazie ai suoi studi scopre il Fattore di Crescita delle Cellule Neuronali e per questo viene insignita del Premio Nobel nel 1986. Questa donna straordinaria muore all’età di 103 anni, dopo aver attraversato un secolo, dopo aver assistito ai momenti più bui dell’umanità ed ai più grandi cambiamenti.

Rita Levi Montalcini non ci ha lasciato un’eredità soltanto di tipo scientifico, ci ha lasciato anche parole che pesano come macigni.

«La donna è stata bloccata per secoli. Quando ha accesso alla cultura è come un’affamata. E il cibo è molto più utile a chi è affamato rispetto a chi è già saturo.»

«Geneticamente uomo e donna sono identici. Non lo sono dal punto di vista epigenetico, di formazione cioè, perché lo sviluppo della donna è stato volontariamente bloccato. »

L’umanità è fatta di uomini e di donne” – diceva – “e deve essere rappresentata da entrambi i sessi”. Sono concetti ricorrenti anche nell’intervista di Megan Urry che afferma “il problema è restringere il talento”. Quando si garantiscono infatti determinate possibilità soltanto ad un sesso, si sta tagliando fuori una grandissima fetta di persone, si sta abbassando la quantità di cervelli da cui puoi trarre vantaggio, la qualità della coscienza e della conoscenza.

Questa però purtroppo è la realtà da cui partiamo, il substrato culturale che permea ancora in molti casi la nostra società. Dobbiamo interrogarci su quali sono i modelli con cui siamo cresciuti, quali sono gli stereotipi che volenti o nolenti ci trasciniamo dietro perché li viviamo e sentiamo quotidianamente. È come se fin dalla nostra nascita, infatti, venissimo divisi in due scatole di appartenenza. Sei un maschio? Appartieni alla scatola blu. Una femmina? Allora a quella rosa. In virtù di questo avrai un codice di comportamento cui obbedire nella tua vita. Non dovrai per nessun motivo vestirti di rosa se sei un maschio, e dovrai assolutamente giocare con le bambole se sei una bambina. Guai a regalare un passeggino ad un bambino, e “non si alzano le mani!” se sei una bambina, “non ti sporcare e stai composta”. Confondiamo troppo spesso il sesso (quelle caratteristiche biologiche con cui nasciamo e che sono universali) con il genere (l’insieme di norme comportamentali che ci vengono imposte dalla società). Nessuno di noi nasce sapendo come vestirsi o come comportarsi… lo impara! Altrimenti non ci spiegheremmo come mai ci sono tante società in altre parti del mondo con usanze e strutture completamente diverse dalle nostre. Ancora troppo pochi però comprendono che l’umanità è troppo ampia e variabile per poter essere ridotta a due scatole, e dovremmo tutti pretendere il diritto di essere considerati individui complessi ed unici.

È fondamentale ed indispensabile quindi avere nuovi modelli. Avere più Megan Urry. Avere persone che prendono tutti questi stereotipi e li ribaltano.

Quest’anno il premio Nobel per la fisica è stato assegnato a Donna Strickland, una donna, la terza in tutta la storia, dopo Marie Curie per le ricerche sulla radioattività e Maria Goeppert- Mayer per gli sviluppi in fisica nucleare.

Forse occorre partire dalle basi, iniziare ad insegnare alle bambine che esistono le fiabe con le principesse ma che la storia è anche ricca di tantissime bambine che erano colme di sogni diversi da quello di diventare principesse e che sono riuscite a realizzarli.

Ad esempio Alice Augusta Ball è stata la prima donna e la prima afroamericana a conseguire una laurea magistrale all’Università delle Hawaii. Ha sviluppato un procedimento per isolare delle componenti chimiche in un olio, ma è morta prima di pubblicare i suoi risultati. Arthur Dean ha pubblicato i risultati della Ball a proprio nome senza darle credito, e il procedimento è stato così chiamato “metodo Dean”. Solo nel 2000, dopo oltre novant’anni l’Università delle Hawaii ha finalmente dedicato alla Ball una targa per questa scoperta. Valentina Tereškova poi, che è stata la prima donna nello spazio e Mae Jamison la prima astronauta afroamericana. Poi ancora Amelia Earhart, la prima aviatrice ad attraversare il Pacifico e Matilde Montoya, la prima donna del Messico a diventare dottoressa. Ipazia, Jill Tarter, e le italiane Margherita Hack e Samantha Cristoforetti.

Sono tante le storie come queste, ma non siamo abituati a sentirle. Ci stupiamo ogni volta che una donna compie un’impresa eroica, considerando forse come eroico qualcosa che in realtà per gli uomini è solo normale. Sono tante però le conquiste che le donne hanno fatto nonostante la cultura patriarcale e maschilista da cui provenivano. Per quanto riguarda il mondo del lavoro nel 1960 viene finalmente deciso di porre fine, nei contratti nazionali di lavoro, alle tabelle remunerative differenti per uomini e donne. Nel 1977 viene stabilito per la prima volta il principio della parità nel campo del lavoro: una donna in quanto donna non può essere penalizzata né al momento dell’accesso al lavoro, né in termini di retribuzione, né per quanto riguarda l’attribuzione delle qualifiche o la progressione delle carriere.

Tuttavia a parità di titoli, le donne continuano ad essere meno occupate, più precarie e meno pagate degli uomini.

È la maledizione del soffitto di cristallo: quella barriera, che a prima vista sembra invisibile ma che di fatto è molto resistente, che impedisce ancora alle donne di accedere a posizioni di responsabilità. All’apparenza infatti non esiste nessun ostacolo. Le donne, da un punto di vista teorico, possono avere le stesse aspirazioni degli uomini. Per poter arrivare allo stesso livello professionale ed economico però devono lavorare molto di più, e molto spesso questo non basta perché continuano ad essere considerate poco “autorevoli” e dunque incapaci, nonostante tutto, di ricoprire ruoli di rilievo.

Vi sono molte proposte per migliorare questa situazione, la più famosa è quella che prevede l’attivazione delle cosiddette azioni positive. Si tratterebbe cioè di permettere e facilitare alle donne la progressione in un settore: una sorta di discriminazione positiva contrapposta alle discriminazioni esistenti. L’esempio principale è quello che tutti noi conosciamo come “quote rosa”: la risposta che i governi di diversi paesi hanno dato al problema della scarsa presenza femminile nelle posizioni lavorative di rilievo.

Fino al 2009 infatti l’87,8% dei posti agli apici delle 200 maggiori società al mondo era ricoperto da uomini. Nel 2010 il 92,4% dei membri degli organi sociali delle aziende quotate era costituito da uomini. L’obiettivo di questa legge era fare in modo che entro il 2012 (quindi con una prospettiva di tre anni) nei consigli direttivi ci fossero un quinto di donne, e che entro il 2015 questa quota diventasse un terzo.

I primi ad introdurre una legislazione in questo senso sono stati i norvegesi nel 2006, ottenendo nell’arco di 4 anni una percentuale di donne del 41% nelle posizioni apicali. Poi è arrivata la Spagna, nel 2007. In Germania invece hanno optato per un’altra strategia: le aziende devono volontariamente aumentare le quote di donne ai vertici. Se non lo fanno, allora lo Stato interviene con una legge che le obbliga in questo senso.

Ci sono state e ci sono tuttora molte polemiche sulle quote rosa. Molti infatti ritengono che non siano utili, che non vadano a valorizzare le donne meritevoli ma genericamente le donne. Si rischia in sostanza di confondere la QUALITA’ con la QUANTITA’. È noto, inoltre, che per cambiare una società è necessario prima agire a livello sociale, perché le leggi da sole non bastano. Ci vuole molta forza per non cedere alle pressioni sociali che considerano “madri indegne” coloro che lavorando hanno meno tempo da dedicare ai figli.

Basandoci però sui dati, una ricerca della Consob dopo l’introduzione della legge Golfo-Mosca del 2011, ci dice che nell’arco di 6 anni si è passati da una rappresentanza del 7% nei consigli direttivi, ad una rappresentanza del 33%. È aumentata inoltre la quantità di laureati, si è ridotta notevolmente l’età media, si è differenziato il background professionale, e sono migliorate le performance economiche.

Megan Urry nella sua intervista ha affermato che i più grandi progressi della storia derivano dall’intersezione di gruppi: questi dati non possono che esserne una conferma.

Certo è che vi sono dei cambiamenti che richiedono di procedere per stadi. Il femminismo nel momento in cui è nato necessitava di donne in lotta contro gli uomini, per riprendersi ciò che da sempre era loro stato tolto. Adesso le lotte devono avere un linguaggio diverso, un linguaggio di comprensione e di collaborazione di entrambi i sessi verso una reale parità. Così forse questo atto di forza era necessario, per insegnarci a vedere questa realtà diversa, per insegnare agli uomini e alle donne a rapportarsi in maniera paritaria. Nessuno vuole eliminare le differenze infatti, semplicemente vedere riconosciute le proprie competenze. Ecco perché affinchè tutto questo funzioni serve una solida rete di sostegno. Servono delle politiche di welfare per le famiglie, per fare in modo che nessuno debba trovarsi di fronte alla scelta: lavoro o famiglia. Occorre che il lavoro sappia adattarsi alla fisiologia femminile, alla gravidanza e all’allattamento. Serve che il peso della famiglia venga uniformemente distribuito tra i partner. È necessario in sostanza che questa parità che si va cercando sia una parità DI FATTO.

È recente la denuncia del rettore dell’Università Normale di Pisa Vincenzo Barone che in un’intervista racconta la difficoltà nel promuovere una donna nel mondo universitario. È lui stesso ad affermare che “preparazione, merito e competenze dovrebbero essere i soli criteri per valutare un accademico”, mentre puntualmente arrivano calunnie, lettere anonime e notizie false. Dopo 208 anni di vita oggi la Normale di Pisa ha finalmente la prima professoressa ordinaria di Scienze, Annalisa Pastore, e la situazione ad oggi è ancora enormemente sbilanciata: 35 professori e solo 4 donne.

La carenza di donne in ambito scientifico è sicuramente legata alla tradizione, e a tutti quei concetti di cui abbiamo parlato precedentemente. Ci sono però almeno altri due fattori che giocano un ruolo importante: la difficoltà nel conciliare la vita familiare con la vita professionale, e la scarsa fiducia in se stesse.

È proprio questa la riflessione con cui Megan Urry ci lascia. Alla fine dell’intervista sottolinea la differenza di atteggiamento tra ragazzi e ragazze in ambito universitario. Lei stessa afferma che di fronte ad un errore o ad un test non superato le donne rimproverano se stesse (“ero agitata” ecc), mentre gli uomini tendono a dare la colpa a fattori esterni, ad esempio “le domande erano difficili”.

Possiamo concludere che non basta studiare ed essere preparati perché le proprie competenze siano riconosciute. Bisogna anche “insistere”, e trovare la forza per farlo. È fondamentale essere accompagnate e sostenute dalla famiglia, da un marito o da un compagno con cui si possa condividere nella quotidianità gli oneri della casa e la responsabilità dei figli. Ciò che è indispensabile, ed è quello che ci dice Megan Urry è credere in se stesse, mostrarsi sicure, avere quel minimo di fiducia in sé che è la conditio sine qua non di ogni successo.

Alla luce di tutte queste riflessioni, e cercando di chiudere un cerchio rispetto ai modelli dai quali siamo partiti, possiamo concludere che, forse, è tutta l’educazione che dovrebbe essere rivista. Dobbiamo staccarci da quei modelli che per troppo tempo ci hanno costretti in delle scatole, e insegnare fin dall’infanzia che caratteristiche come la precisione, l’autorevolezza, la costanza, la pazienza o la determinazione non hanno genere, e che non vi sono ruoli in cui un uomo riesce meglio di una donna e viceversa. Solo in questo modo, senza che nessuno si senta colpito e mortificato nella propria virilità o femminilità, pure gli uomini potranno prendere parte attivamente alla vita domestica e pure le donne potranno trovare la forza di “insistere” nelle loro battaglie professionali.

Ecco qual è il concetto fondamentale: è una battaglia che si porta avanti tutti insieme. Con la stessa forza e con la stessa consapevolezza che solo insieme si potrà progredire verso una società migliore, e sicuramente più giusta.

di Noemi Favale

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