LE ELEZIONI DI MIDTERM NEGLI USA

“È stato un grande giorno, un giorno incredibile”

Così ha detto trionfalmente Trump dopo le elezioni del 6 novembre.

In realtà le cose non sono andate così bene come ha affermato Trump a giudicare dalla rabbia con cui il giorno dopo ha licenziato il suo ministro della giustizia.

Le elezioni che si sono svolte a due anni dall’elezione del Presidente USA (per questo si chiamano elezioni di metà mandato) dovevano rinnovare per intero la Camera e per un terzo il Senato. In entrambe le Camere i Repubblicani avevano la maggioranza. Dopo il 6 novembre, i Repubblicani hanno vinto in più Stati, i Democratici hanno vinto in quelli più popolosi e quindi hanno ottenuto un maggior numero di votanti; i Repubblicani hanno tenuto la maggioranza al Senato mentre i Democratici hanno ottenuto la maggioranza alla Camera.

Trump avrà contro una Camera che potrà opporsi efficacemente alle sue leggi e soprattutto potrà avviare commissioni di inchiesta sui più svariati argomenti compreso il temutissimo Russiagate (sull’aiuto che Trump ha avuto da Putin per la sua elezione) che potrebbe portarlo all’impeachment.

Sarà bene però che i Democratici non seguano troppo questa pista: Trump va battuto per via politica e non giudiziaria perché il vero problema non è il parafascismo di Trump: è che metà degli americani lo ha votato. C’è una grossa battaglia culturale da fare, c’è da farsi carico dei problemi quotidiani della gente inserendoli in un progetto di riduzione delle disuguaglianze.

Le premesse ci sono.

Gli elettori Democratici hanno votato in massa. Nelle file dei democratici sono stati eletti numerosi neri e ispanici. Entrano al Congresso due musulmani, una nativa americana (pellerossa si sarebbe detto una volta), una rifugiata somala e soprattutto tante e tante donne a partire da Alexandria Ocasio-Ortez, 29 anni, la più giovane mai eletta al Congresso.

L’arroganza e la prepotenza di Trump, i suoi attacchi alla cultura al clima e ai diritti, hanno risvegliato la voglia di partecipare e di impegnarsi delle persone in generale e soprattutto dei giovani e delle donne.

Il Partito Democratico però non può accontentarsi di essere l’inadeguato beneficiario elettorale della rabbia della gente: deve essere invece il veicolo attraverso cui la rabbia potrebbe essere incanalata per diventare forza di governo, di trasformazione, di giustizia sociale.

Gli elettori democratici hanno dimostrato che la marea nera può essere fermata, che il dominio dei razzisti WASP (White Anglo-Saxon Protestant: bianchi, anglosassoni e protestanti) deve lasciare il posto a un’America di eguali e multiculturale (perché l’America è diventata grande grazie alla sua natura di Paese di immigrazione).

I Democratici devono liberarsi dell’ossessione del nome del candidato da presentare tra due anni per sfidare Trump.

Cito Gary Younge, commentatore del Guardian:

Se la sinistra continuerà a mettere in piedi dei movimenti e a costruire proposte convincenti, verrà fuori un leader pronto ad abbracciarle alle elezioni… Se le idee dei progressisti continueranno a spostarsi a sinistra, i candidati le seguiranno. La cosa più urgente è il “cosa” e il “perché”. Se la sinistra vuole che le persone vadano a votare, deve lottare per qualche cosa di più del potere. E se vuole vincere, deve fare qualcosa di più che aggrapparsi a quel potere dopo averlo ottenuto.

In Italia sarebbe bene che potesse riflettere su questo anche il PD. Ma purtroppo appare ancora in coma profondo e resta solo inadeguato ma senza essere beneficiario elettorale della rabbia della gente. Continuerà così finché non ragionerà sui motivi delle sconfitte (di cui Renzi è solo l’ultimo, anche se decisivo esponente) e finché continuerà a discutere sul “chi” quando invece è indispensabile ragionare sul “cosa” e sul “perché”.

  di Angelino RIGGIO

 

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